Domenico Giusiano è nato a ‘ Meira Cascina’ nel vallone di Gilba nel 1962, è cresciuto in borgata Chiabrandi e da circa dieci anni si è trasferito a Brossasco capoluogo (per i problemi di salute di suo padre), dove vive tuttora.
La sua infanzia è stata segnata da grandi dolori: “Mia mamma Margherita era casalinga, di lei ho solo dei vaghi ricordi, è mancata quando io avevo appena quattro anni. Mio padre Pietro Antonio (lo chiamavano ‘Tunin d’la cascina’) faceva il muratore, ho lavorato con lui per 25 anni. Era abbastanza severo, ma mi ha insegnato molto e rimasto vedovo non si è risposato, riuscivamo a tirare avanti tutti insieme anche grazie all’aiuto dei nonni, degli zii e vicini di casa. Quando lui è andato in pensione, è subentrato nell’impresa mio fratello Beppe. In famiglia eravamo in tre (oltre a Beppe e a me, nostra sorella Annarita che vive a Leval in Francia), mentre il nostro fratello più giovane, Tonino, è morto purtroppo nel 2019 per una brutta malattia”.
Le scuole?
Ho frequentato le elementari a San Sisto (c’erano due pluriclassi ed eravamo trenta ragazzi), all’epoca ancora molto popolata: nel vallone c’erano ancora scuole a borgata Bianchi, a Meira Angelina e a borgata Lantermino. Per le medie invece andavamo a Venasca con il pulmino del Comune. Dell’infanzia ho dei bei ricordi, anche se già da piccolino dovevo fare dei lavori per aiutare la famiglia, a 7 anni andavo già al pascolo con le mucche nostre e dei nonni. A quei tempi non c’erano videogiochi e si giocava con quello che avevamo, eravamo un bel gruppo di giovani e con poco riuscivamo a divertirci!
Cosa sognava di fare nella vita?
Da bambino sognavo di fare il meccanico o la guardia forestale, ma non ho potuto proseguire gli studi perché era necessario che lavorassi. Ho iniziato a lavorare facendo il muratore con mio padre, subito finite le medie, anche se d’estate nelle vacanze scolastiche già aiutavo lui e mio zio nei loro lavori. D’estate gran parte del lavoro si svolgeva all’aperto, facevamo tetti in ‘lose’ e muri in pietra, allora si faceva quasi tutto a mano ed era molto faticoso: ad oggi sono 46 anni che faccio questo lavoro!
La sua giornata tipo?
Inizia solitamente con la sveglia verso le 6.15, faccio colazione, poi vado a lavorare, rientro la sera a casa per la cena. Il mestiere l’ho imparato da mio papà, da mio zio e da altri muratori con i quali collaboravamo ogni tanto, e tutti i giorni c’è qualcosa di nuovo da imparare.
È complicato fare un tetto ‘a lose’?
Fare i tetti adesso con tutte le attrezzature che ci sono è relativamente più facile, una volta era un lavoro molto più faticoso, anche se le ‘lose’ sono sempre pesanti come prima! Gran parte delle lastre adesso arrivano da Barge o da Bagnolo, fino a qualche tempo fa c’erano diverse cave a Gilba e principalmente si usavano quelle, oggi ce n'è ancora una in funzione.
Quali i segreti per fare un ottimo lavoro?
Non credo ci siano particolari segreti, sono molto importanti dare la giusta pendenza e il sormonto delle ‘lose’, poi ci vuole un po’ di esperienza e come tutti i mestieri un po’ di malizia!
Davanti a un tetto fatto bene provo molta soddisfazione, specialmente se fatto riutilizzando le coperture vecchie e se il lavoro trova la piena approvazione del committente.
Quante sono oggi le imprese che fanno ancora tetti in ‘lose’ in valle Varaita?
Saranno non più di sette od otto, ma ci sono ancora diversi artigiani che conoscono il mestiere, quello che noto è che mancano i giovani a rimpiazzare gli artigiani di oggi, quando si ritireranno dal lavoro. Non penso che il nostro sia un mestiere destinato a sparire, ma ci saranno sempre meno posatori. Sicuramente se ci fosse una scuola ad insegnare questi antichi mestieri, incentiverebbe i giovani a mantenerli! Un tempo la fatica più grande nel fare i tetti era tirar su le travi dato che si faceva quasi tutto manualmente. La soddisfazione più grande è per me osservare un lavoro riuscito bene.
Cosa mette al primo posto nella vita?
Sicuramente al primo posto nella vita metto la salute, anche se molte altre cose sono importanti: l’amore, gli amici, la solidarietà…
Il futuro delle valli occitane come lo vede?
Sul futuro delle nostre montagne la vedo dura, anche se sembra che qualcosa si stia muovendo (ad esempio in valle Po). Spero che anche a Gilba dove si sta facendo qualcosa le cose migliorino, ma bisognava fare qualcosa prima, negli anni Sessanta/Settanta per limitare lo spopolamento. Quello che manca sono il lavoro e i servizi, non ci sono negozi e non funzionano i telefonini nelle nostre borgate, perché non ci sono i ripetitori, anche per la televisione... Insomma la montagna e i montanari sembrano un po’ abbandonati a se stessi!
Domenico, il mondo di oggi le piace?
Non mi piace tanto. C’è troppo egoismo e troppa frenesia, siamo troppo stressati e le persone si parlano poco: e quasi tutti sono schiavi dei telefonini, purtroppo.
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Domenico Giusiano è nato a ‘ Meira Cascina’ nel vallone di Gilba nel 1962, è cresciuto in borgata Chiabrandi e da circa dieci anni si è trasferito a Brossasco capoluogo (per i problemi di salute di suo padre), dove vive tuttora.
La sua infanzia è stata segnata da grandi dolori: “Mia mamma Margherita era casalinga, di lei ho solo dei vaghi ricordi, è mancata quando io avevo appena quattro anni. Mio padre Pietro Antonio (lo chiamavano ‘Tunin d’la cascina’) faceva il muratore, ho lavorato con lui per 25 anni. Era abbastanza severo, ma mi ha insegnato molto e rimasto vedovo non si è risposato, riuscivamo a tirare avanti tutti insieme anche grazie all’aiuto dei nonni, degli zii e vicini di casa. Quando lui è andato in pensione, è subentrato nell’impresa mio fratello Beppe. In famiglia eravamo in tre (oltre a Beppe e a me, nostra sorella Annarita che vive a Leval in Francia), mentre il nostro fratello più giovane, Tonino, è morto purtroppo nel 2019 per una brutta malattia”.
Le scuole?
Ho frequentato le elementari a San Sisto (c’erano due pluriclassi ed eravamo trenta ragazzi), all’epoca ancora molto popolata: nel vallone c’erano ancora scuole a borgata Bianchi, a Meira Angelina e a borgata Lantermino. Per le medie invece andavamo a Venasca con il pulmino del Comune. Dell’infanzia ho dei bei ricordi, anche se già da piccolino dovevo fare dei lavori per aiutare la famiglia, a 7 anni andavo già al pascolo con le mucche nostre e dei nonni. A quei tempi non c’erano videogiochi e si giocava con quello che avevamo, eravamo un bel gruppo di giovani e con poco riuscivamo a divertirci!
Cosa sognava di fare nella vita?
Da bambino sognavo di fare il meccanico o la guardia forestale, ma non ho potuto proseguire gli studi perché era necessario che lavorassi. Ho iniziato a lavorare facendo il muratore con mio padre, subito finite le medie, anche se d’estate nelle vacanze scolastiche già aiutavo lui e mio zio nei loro lavori. D’estate gran parte del lavoro si svolgeva all’aperto, facevamo tetti in ‘lose’ e muri in pietra, allora si faceva quasi tutto a mano ed era molto faticoso: ad oggi sono 46 anni che faccio questo lavoro!
La sua giornata tipo?
Inizia solitamente con la sveglia verso le 6.15, faccio colazione, poi vado a lavorare, rientro la sera a casa per la cena. Il mestiere l’ho imparato da mio papà, da mio zio e da altri muratori con i quali collaboravamo ogni tanto, e tutti i giorni c’è qualcosa di nuovo da imparare.
È complicato fare un tetto ‘a lose’?
Fare i tetti adesso con tutte le attrezzature che ci sono è relativamente più facile, una volta era un lavoro molto più faticoso, anche se le ‘lose’ sono sempre pesanti come prima! Gran parte delle lastre adesso arrivano da Barge o da Bagnolo, fino a qualche tempo fa c’erano diverse cave a Gilba e principalmente si usavano quelle, oggi ce n'è ancora una in funzione.
Quali i segreti per fare un ottimo lavoro?
Non credo ci siano particolari segreti, sono molto importanti dare la giusta pendenza e il sormonto delle ‘lose’, poi ci vuole un po’ di esperienza e come tutti i mestieri un po’ di malizia!
Davanti a un tetto fatto bene provo molta soddisfazione, specialmente se fatto riutilizzando le coperture vecchie e se il lavoro trova la piena approvazione del committente.
Quante sono oggi le imprese che fanno ancora tetti in ‘lose’ in valle Varaita?
Saranno non più di sette od otto, ma ci sono ancora diversi artigiani che conoscono il mestiere, quello che noto è che mancano i giovani a rimpiazzare gli artigiani di oggi, quando si ritireranno dal lavoro. Non penso che il nostro sia un mestiere destinato a sparire, ma ci saranno sempre meno posatori. Sicuramente se ci fosse una scuola ad insegnare questi antichi mestieri, incentiverebbe i giovani a mantenerli! Un tempo la fatica più grande nel fare i tetti era tirar su le travi dato che si faceva quasi tutto manualmente. La soddisfazione più grande è per me osservare un lavoro riuscito bene.
Cosa mette al primo posto nella vita?
Sicuramente al primo posto nella vita metto la salute, anche se molte altre cose sono importanti: l’amore, gli amici, la solidarietà…
Il futuro delle valli occitane come lo vede?
Sul futuro delle nostre montagne la vedo dura, anche se sembra che qualcosa si stia muovendo (ad esempio in valle Po). Spero che anche a Gilba dove si sta facendo qualcosa le cose migliorino, ma bisognava fare qualcosa prima, negli anni Sessanta/Settanta per limitare lo spopolamento. Quello che manca sono il lavoro e i servizi, non ci sono negozi e non funzionano i telefonini nelle nostre borgate, perché non ci sono i ripetitori, anche per la televisione... Insomma la montagna e i montanari sembrano un po’ abbandonati a se stessi!
Domenico, il mondo di oggi le piace?
Non mi piace tanto. C’è troppo egoismo e troppa frenesia, siamo troppo stressati e le persone si parlano poco: e quasi tutti sono schiavi dei telefonini, purtroppo.
Domenico e l’arte dei tetti in lose
02 giugno 2023
Cuneo
Domenico Giusiano è nato a ‘ Meira Cascina’ nel vallone di Gilba nel 1962, è cresciuto in borgata Chiabrandi e da circa dieci anni si è trasferito a Brossasco capoluogo (per i problemi di salute di suo padre), dove vive tuttora.
La sua infanzia è stata segnata da grandi dolori: “Mia mamma Margherita era casalinga, di lei ho solo dei vaghi ricordi, è mancata quando io avevo appena quattro anni. Mio padre Pietro Antonio (lo chiamavano ‘Tunin d’la cascina’) faceva il muratore, ho lavorato con lui per 25 anni. Era abbastanza severo, ma mi ha insegnato molto e rimasto vedovo non si è risposato, riuscivamo a tirare avanti tutti insieme anche grazie all’aiuto dei nonni, degli zii e vicini di casa. Quando lui è andato in pensione, è subentrato nell’impresa mio fratello Beppe. In famiglia eravamo in tre (oltre a Beppe e a me, nostra sorella Annarita che vive a Leval in Francia), mentre il nostro fratello più giovane, Tonino, è morto purtroppo nel 2019 per una brutta malattia”.
Le scuole?
Ho frequentato le elementari a San Sisto (c’erano due pluriclassi ed eravamo trenta ragazzi), all’epoca ancora molto popolata: nel vallone c’erano ancora scuole a borgata Bianchi, a Meira Angelina e a borgata Lantermino. Per le medie invece andavamo a Venasca con il pulmino del Comune. Dell’infanzia ho dei bei ricordi, anche se già da piccolino dovevo fare dei lavori per aiutare la famiglia, a 7 anni andavo già al pascolo con le mucche nostre e dei nonni. A quei tempi non c’erano videogiochi e si giocava con quello che avevamo, eravamo un bel gruppo di giovani e con poco riuscivamo a divertirci!
Cosa sognava di fare nella vita?
Da bambino sognavo di fare il meccanico o la guardia forestale, ma non ho potuto proseguire gli studi perché era necessario che lavorassi. Ho iniziato a lavorare facendo il muratore con mio padre, subito finite le medie, anche se d’estate nelle vacanze scolastiche già aiutavo lui e mio zio nei loro lavori. D’estate gran parte del lavoro si svolgeva all’aperto, facevamo tetti in ‘lose’ e muri in pietra, allora si faceva quasi tutto a mano ed era molto faticoso: ad oggi sono 46 anni che faccio questo lavoro!
La sua giornata tipo?
Inizia solitamente con la sveglia verso le 6.15, faccio colazione, poi vado a lavorare, rientro la sera a casa per la cena. Il mestiere l’ho imparato da mio papà, da mio zio e da altri muratori con i quali collaboravamo ogni tanto, e tutti i giorni c’è qualcosa di nuovo da imparare.
È complicato fare un tetto ‘a lose’?
Fare i tetti adesso con tutte le attrezzature che ci sono è relativamente più facile, una volta era un lavoro molto più faticoso, anche se le ‘lose’ sono sempre pesanti come prima! Gran parte delle lastre adesso arrivano da Barge o da Bagnolo, fino a qualche tempo fa c’erano diverse cave a Gilba e principalmente si usavano quelle, oggi ce n'è ancora una in funzione.
Quali i segreti per fare un ottimo lavoro?
Non credo ci siano particolari segreti, sono molto importanti dare la giusta pendenza e il sormonto delle ‘lose’, poi ci vuole un po’ di esperienza e come tutti i mestieri un po’ di malizia!
Davanti a un tetto fatto bene provo molta soddisfazione, specialmente se fatto riutilizzando le coperture vecchie e se il lavoro trova la piena approvazione del committente.
Quante sono oggi le imprese che fanno ancora tetti in ‘lose’ in valle Varaita?
Saranno non più di sette od otto, ma ci sono ancora diversi artigiani che conoscono il mestiere, quello che noto è che mancano i giovani a rimpiazzare gli artigiani di oggi, quando si ritireranno dal lavoro. Non penso che il nostro sia un mestiere destinato a sparire, ma ci saranno sempre meno posatori. Sicuramente se ci fosse una scuola ad insegnare questi antichi mestieri, incentiverebbe i giovani a mantenerli! Un tempo la fatica più grande nel fare i tetti era tirar su le travi dato che si faceva quasi tutto manualmente. La soddisfazione più grande è per me osservare un lavoro riuscito bene.
Cosa mette al primo posto nella vita?
Sicuramente al primo posto nella vita metto la salute, anche se molte altre cose sono importanti: l’amore, gli amici, la solidarietà…
Il futuro delle valli occitane come lo vede?
Sul futuro delle nostre montagne la vedo dura, anche se sembra che qualcosa si stia muovendo (ad esempio in valle Po). Spero che anche a Gilba dove si sta facendo qualcosa le cose migliorino, ma bisognava fare qualcosa prima, negli anni Sessanta/Settanta per limitare lo spopolamento. Quello che manca sono il lavoro e i servizi, non ci sono negozi e non funzionano i telefonini nelle nostre borgate, perché non ci sono i ripetitori, anche per la televisione... Insomma la montagna e i montanari sembrano un po’ abbandonati a se stessi!
Domenico, il mondo di oggi le piace?
Non mi piace tanto. C’è troppo egoismo e troppa frenesia, siamo troppo stressati e le persone si parlano poco: e quasi tutti sono schiavi dei telefonini, purtroppo.