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Nuove generazioni: è emergenza educativa

06 maggio 2023

Cuneo

Patrizia Scanu “I ragazzi hanno bisogno di un’educazione forte: non si può più rimandare e la scuola non può più farsene carico da sola. I nostri giovani sono tristi, demotivati, non hanno più prospettive e si sentono molto soli. I disturbi tra gli adolescenti sono aumentati in maniera esponenziale. La responsabilità è degli adulti: bisogna affrontare il problema e capire che cosa serve a questi ragazzi”. Lascia pochi margini di dubbio ascoltare la dr.ssa Patrizia Scanu, che sabato 6 maggio sarà ospite della terza edizione di “TedxCuneo”, la rassegna in programma nel Complesso monumentale di San Francesco a partire dalle 14,30, quest’anno incentrata sul tema “Extraordinario”. Docente, psicologa e formatrice, Patrizia Scanu è laureata in Filosofia, Lettere Classiche e Psicologia ad indirizzo clinico. Ha una formazione quadriennale in Gestalt Counselling ed un Master biennale in Mediazione familiare. Da 38 anni insegna nella scuola italiana, attualmente scienze umane. A Cuneo interverrà sulla delicata questione dell’educazione delle nuove generazioni, o meglio, come lei stessa rimarca, dell’emergenza educativa in atto. Perché di emergenza, appunto, si tratta: una situazione critica che richiede, da parte di chi ad essa è preposto, un intervento immediato e non più procrastinabile. “L’educazione è un tema scottante - spiega la dr.ssa Scanu -, del quale si sente l’esigenza di parlare, perché la scuola in questi anni è andata incontro ad un declino progressivo. I ragazzi in classe vivono un disagio profondo, che emerge chiaramente sia dal loro rendimento sia dal loro livello di insoddisfazione. Nel tempo le politiche scolastiche, sia europee sia italiane, hanno operato una sistematica sottrazione dalle finalità originarie della scuola, ossia formare i futuri cittadini ed il loro pensiero critico. L’istruzione è stata sempre più orientata al mondo del lavoro ed è stata depotenziata, togliendo contenuti ai ragazzi. Basta guardare l’evoluzione che hanno subito i manuali scolastici dagli anni Novanta in poi, diventando via via più poveri di informazioni e concettualmente più semplici. Il risultato, però, è che i ragazzi oggi faticano a gestire la complessità, mentre il mondo in cui vivono è decisamente complesso”. A che cosa è imputabile questa perdita di competenze? A tanti fattori - risponde la dr.ssa Scanu -. Uno, determinante, è il digitale. Questa tecnologia sta depotenziando mentalmente le nuove generazioni, le sta “decerebrando”, per usare un temine che rende molto bene l’idea e che è contenuto nella relazione presentata in Senato sull’impatto del digitale sugli studenti, relazione ripresa dal ministro dell’Istruzione Valditara nella sua circolare sul divieto di utilizzo dello smartphone in classe. Il medico e psichiatra tedesco Manfred Spitzer, direttore del Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm, nel suo omonimo saggio parla di “demenza digitale”, sottolineando come l’uso precoce del digitale nei primi anni di vita del bambino ne comprometta lo sviluppo cognitivo. Privando il bambino della necessaria esperienza fisica, corporea e della socialità, la tecnologia digitale arreca un danno a quei circuiti neurali che sono alla base del pensiero complesso. In alcuni Paesi del mondo, come la Cina, la Corea del Sud o il Giappone, dove da più tempo queste tecnologie sono in uso, si è rilevato nei giovani un regresso delle capacità cognitive, un’involuzione che diventa permanente più l’impiego del digitale è precoce. Occorre, dunque, prestare molta attenzione a questi aspetti nell’educazione. Il digitale può diventare un’autentica droga: non per niente è stato coniato il termine di “smombie”, gli zombie dello smartphone, che camminano per strada senza alzare lo sguardo dal monitor del cellulare e che sviluppano patologie nuove, come la paura di non essere connessi o di non essere citati sul web, l’ansia di separazione dallo smartphone, il ritiro sociale o vivono un vero e proprio lutto se il cellulare “muore” o viene smarrito. L’uso smodato del digitale crea deficit di attenzione, difficoltà di concentrazione e memorizzazione, mentre la mancanza di autonomia e di esperienze reali nei giovani genera ansia, depressione, stress, bullismo. A scuola il libro viene vissuto come un oggetto “noioso” e anche il linguaggio si sta impoverendo sempre di più. Ma se manca il lessico, diventa difficile passare ai ragazzi concetti complessi: se non conoscono le parole, non possono decodificare il contenuto dei testi. È quello che viene definito “analfabetismo di ritorno”: un’incapacità che va poi ad inficiare la capacità di comprendere e di abitare una realtà complessa come il mondo attuale. Quali sono le possibili soluzioni? Bisogna, innanzitutto, parlare di educazione ed educare in modo diverso, sin dalla prima infanzia. Occorre creare una diversa sensibilità nei genitori e negli adulti. Offrire ai bambini altre esperienze: ad esempio, una condizione fondamentale per la crescita è lo stare fuori, in ambienti naturali, mentre oggi, addirittura, si parla, di sindrome da deficit di natura: non stupisce, poi, che gli adolescenti sviluppino il ritiro sociale e vivano separati dal mondo reale, diventando degli “hikikomori”. Diversi studi, inoltre, hanno dimostrato la stretta correlazione esistente negli studenti tra l’uso intensivo dello smartphone ed il calo del rendimento scolastico, mentre è risaputo che i social sono strutturati per creare dipendenza, spingendo spesso gli utenti, in base alle ricerche effettuate, ad esplorare zone pericolose del web. Per questo, ribadisco, i ragazzi hanno bisogno di un’educazione forte e gli adulti devono assumersi le proprie responsabilità. Quanto ha inciso nel delineare questo scenario il lockdown vissuto durante la pandemia? Il ritiro sociale è stato devastante, soprattutto per gli adolescenti. I ragazzi sono rimasti chiusi in casa per mesi, proprio quando l’obiettivo evolutivo in adolescenza è l’acquisizione di autonomia, la separazione dalla famiglia. Durante la pandemia, con alcuni tutor universitari ho organizzato degli incontri on line affinché i giovani potessero parlare tra loro. Interpellati sul loro stato emotivo, riferivano un profondo malessere: rispondevano di sentirsi soli, non visti, non ascoltati, senza riferimenti, angosciati. Spesso sono anche stati accusati di essere degli untori del Covid: sulle loro spalle sono stati caricati dei pesi enormi. Tornati a scuola piangevano, non stavano bene, ma spesso nessuno li vedeva: si era alzato un muro di incomunicabilità…
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