cuneo

Ioio, il fascino dei vestiti e lo stile come culto del quotidiano

21 aprile 2023

Cuneo

Osvaldo Montalbano - foto di Giuseppina Peirone Osvaldo Montalbano (foto Giuseppina Peirone) La notizia è di quelle da far tremare i polsi agli abitanti del Centro Storico e agli aficionados di Contrada Mondovì: Osvaldo Montalbano, detto Ioio, creatore del negozio Senza tamburi né trombette, una delle botteghe che più caratterizzano la via, dovrà abbandonare le mura che occupa da più di 20 anni per lasciare libero il locale. È un vero dolore per lui, che in questa via è nato e cresciuto e ricorda quando era un luogo di artigiani: la bottega del materassaio, il fabbro, la Trattoria delle Langhe, “era una strada completa”, dice, e sembrava di respirarvi uno spirito di comunità, con l’adesione alle feste religiose di tutti, anche di quelli che molto credenti non erano, e persino il cinema all’aperto che veniva proiettato sulla parete dell’odierna Trattoria dei Colori con le sedie portate da casa. Quello che sarebbe diventato il suo negozio era una bella pasticceria (di cui è ancora visibile l’insegna) nella quale ogni domenica mattina lui bambino sceglieva un bignè. Quando aprì la sua bottega era il 1998 e aveva già diverse esperienze di lavoro alle spalle, poiché il primo negozio l’aveva inaugurato nel 1982 (si chiamava Depêche Mode, ma il nome era antecedente al gruppo rock) quando era poco più di un ragazzo, ma quello di Contrada Mondovì fu una tappa importante. “Mi mette un po’ tristezza che questa via sia diventata solo la via degli aperitivi e dei ristoranti.” E poi soggiunge che sono trasformazioni inevitabili in una città, ma amareggia che una via di artigiani non si sia formata in un altro luogo, per rimpiazzarla. Sull’onda del trasloco inevitabile si aprono molte riflessioni sull’avvenire dei negozi di abbigliamento. Lui non ha mai voluto vendere on line, ritenendo il contatto fisico con gli abiti e il venditore essenziale, ma ora si deve quasi rassegnare: le grandi catene come non chiedono più nessuna competenza per i commessi, sembra che per vendere abiti basti sapere chiudere e aprire scatole e mettere i capi sulle grucce. Sarà questo il futuro? Fedele a un’idea di artigianato artistico per cui il tono dei vestiti della prossima stagione è legato all’istinto o meglio ad una capacità di interpretare i tempi, (“un vestito è un racconto”) Ioio ha piccoli tic: i vestiti quasi unici perché li fabbrica senza cartamodelli e non possono mai essere identici uno all’altro, i prezzi non esposti, perché pensa che un “vero” cliente deve prendersi il tempo di entrare e guardare con calma e chiedere. “Come ha cominciato?” Lui racconta di quando frequentava la terza media e voleva regalare a una sua amica un camicione indiano che, a quell’epoca, era piuttosto costoso. Comprò così un pezzo di stoffa, si attaccò alla macchina da cucire della madre, e senza istruzioni, riuscì più o meno a cucire un abito. Da allora capì che amava le stoffe, e tagliarle e che riusciva a dar voce a una sensibilità per l’abito che gli permetteva di pensarlo come un modo personale di comunicare. Infatti va quasi sempre in controtendenza: quando la società complica lui vorrebbe semplificare, quando la moda ufficiale ci traveste come guerrieri pronti per scontri urbani, lui per reazione disegnerà abiti semplici e morbidi. Quando si pensa alla seduzione femminile come un semplice denudamento fatto di pance esposte, lui vela e pone soffici strati in più. Narra come, durante i suoi lunghi soggiorni a Parigi, si sia spesso incantato a guardare le gente nelle metropolitane e ad accorgersi di come l’abbigliamento ci costringa a comunicare la nostra personalità: i nostri lati di sicurezza ma anche di fragilità. In quasi 40 anni di lavoro ha fatto tantissime esperienze: incarichi per il teatro, sfilate, vittorie di premi per la moda e persino un’esperienza di lavoro per Moschino che gli diede il senso del successo, ma anche l’intuizione che non era un lavoro per il mercato che voleva svolgere. “Sono affascinato dai vestiti, non dalle mode”, dice. Fra le tante passioni che lo accompagnano nella sua vita c’è poi quella per il Giappone, la sua letteratura, il suo gusto minimale, la sua  attenzione costante per i dettagli della vita quotidiana. Se dovesse concentrare con una frase la sua idea di stile sarebbe proprio un motto di ispirazione giapponese: il culto del quotidiano. Che lo conduce a vedere le potenzialità di materiali bistrattati come la plastica, ma anche a sapere disporre una vetrina come un quadro, o un pacchetto regalo come un oggetto che dispiace disfare (mitici gli involucri dei suoi abiti fatti di bottoni, di carte scelte, di sottili fili di refe e di oggetti di recupero misteriosi e inutili). “Questo negozio dovrebbe essere a Parigi”. Quante volte una cliente gli ha detto questa frase. La risposta è pura e insieme perfetta: “E perché a Cuneo no?”. Il negozio "Senza tamburi né trombette" - Foto di Giuseppina Peirone Il negozio "Senza tamburi né trombette" (Foto Giuseppina Peirone)
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