editoriale
Scafisti o bambini? Inseguire i primi attraverso il Mediterraneo o salvare i secondi dal naufragio?
Per comprendere la tragedia di chi imbarca i propri figli, affidandoli all’ignoto, occorre “decentrarsi”: la nostra esperienza è così lontana dalle condizioni di chi trova preferibile consegnarsi a un’imbarcazione insicuraal restare nell’insicurezza cronica della propria vita quotidiana che dobbiamo compiere lo sforzo di uscire da noi stessi e dal nostro invisibile (a noi) privilegio, per “metterci nei panni di” e chiederci: “Ma se ci fossi io dall’altra parte? Se fossi quel padre, quella madre in fuga da guerra, povertà, violenza, se avessi solo quella realtà alle spalle e davanti quello che mi appare come un portale verso la salvezza - il mare, il rischio, la mia unica opportunità, dietro la disperazione certa, davanti un salto nel vuoto - salterei?” Consegnarsi all’ignoto è da sempre l’ultima speranza dei disperati. Lo racconta bene il romanzo di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrilli”: una madre vedova afghana abbandona il proprio bambino di 10 anni in Pakistan per salvarlo da chi vuole rapirlo per recuperare il denaro prestato al padre morto. Abbandonarlo altrove è il suo estremo gesto di cura. In un altro romanzo, “Non dirmi che hai paura”, Samia, giovane atleta somala, si imbarca in Libia come clandestina per gareggiare alle Olimpiadi di Londra, perché non ha ottenuto il visto. E muore. A Londra non arriverà mai. Il male comincia dove finisce l’empatia, scrive Vito Mancuso, dove le “nostre” regole e la loro applicazione ottusa ingabbiano e mortificano i valori dell’accoglienza, della cura, della solidarietà. “Ero nudo, povero, disperato”, ma …
“Cimitero mediterraneo. Basta morti in mare” è il testo dello striscione esposto da una squadra di calcio bergamasca a sostegno dei naufragi di Cutro. Per questo ha ricevuto una multa di 550 euro oltre la squalifica di capitano e dirigenti. I tifosi hanno risposto: “Dateci l’Iban, paghiamo noi”. Questo è “decentrarsi”: cercare di essere più giusti della giustizia. E con un po’ di empatia di solito si può.
Priorità
17 marzo 2023
Cuneo
Scafisti o bambini? Inseguire i primi attraverso il Mediterraneo o salvare i secondi dal naufragio?
Per comprendere la tragedia di chi imbarca i propri figli, affidandoli all’ignoto, occorre “decentrarsi”: la nostra esperienza è così lontana dalle condizioni di chi trova preferibile consegnarsi a un’imbarcazione insicuraal restare nell’insicurezza cronica della propria vita quotidiana che dobbiamo compiere lo sforzo di uscire da noi stessi e dal nostro invisibile (a noi) privilegio, per “metterci nei panni di” e chiederci: “Ma se ci fossi io dall’altra parte? Se fossi quel padre, quella madre in fuga da guerra, povertà, violenza, se avessi solo quella realtà alle spalle e davanti quello che mi appare come un portale verso la salvezza - il mare, il rischio, la mia unica opportunità, dietro la disperazione certa, davanti un salto nel vuoto - salterei?” Consegnarsi all’ignoto è da sempre l’ultima speranza dei disperati. Lo racconta bene il romanzo di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrilli”: una madre vedova afghana abbandona il proprio bambino di 10 anni in Pakistan per salvarlo da chi vuole rapirlo per recuperare il denaro prestato al padre morto. Abbandonarlo altrove è il suo estremo gesto di cura. In un altro romanzo, “Non dirmi che hai paura”, Samia, giovane atleta somala, si imbarca in Libia come clandestina per gareggiare alle Olimpiadi di Londra, perché non ha ottenuto il visto. E muore. A Londra non arriverà mai. Il male comincia dove finisce l’empatia, scrive Vito Mancuso, dove le “nostre” regole e la loro applicazione ottusa ingabbiano e mortificano i valori dell’accoglienza, della cura, della solidarietà. “Ero nudo, povero, disperato”, ma …
“Cimitero mediterraneo. Basta morti in mare” è il testo dello striscione esposto da una squadra di calcio bergamasca a sostegno dei naufragi di Cutro. Per questo ha ricevuto una multa di 550 euro oltre la squalifica di capitano e dirigenti. I tifosi hanno risposto: “Dateci l’Iban, paghiamo noi”. Questo è “decentrarsi”: cercare di essere più giusti della giustizia. E con un po’ di empatia di solito si può.