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Fare il medico di urgenza ad Antiochia tra distruzione, morte, povertà e solidarietà

12 marzo 2023

Cuneo

Dr. Emanuele Bernardi in Turchia La voce pacata e affabile. Il tono riflessivo di chi sa di aver vissuto un’esperienza straordinaria e, pur con un enorme bagaglio di stanchezza fisica e mentale che ancora gli grava sulle spalle, scandaglia pensieri, emozioni, sensazioni per distillare l’essenza di quanto sperimentato. Emanuele Bernardi ha quarant’anni, vive a Fontanelle di Boves, è sposato, ha tre figli ed è medico specializzato in Medicina d’Urgenza. In servizio presso l’Azienda ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo fino al novembre 2022, da alcuni mesi lavora al Pronto Soccorso di Mondovì. Il 15 febbraio scorso, insieme ad una sessantina di altri professionisti sanitari provenienti da tutto il Piemonte, è partito alla volta della Turchia per prestare la sua opera nell’ospedale da campo Emt2 della Maxiemergenza della Regione, allestito ad Antiochia per soccorrere la popolazione terremotata. Dopo 17 giorni di lavoro indefesso, è rientrato in Italia lo scorso fine settimana: ad Antiochia adesso opera un altro team di sanitari piemontesi, che coprirà il secondo turno della missione. Bernardi, in passato aveva già operato in scenari di catastrofi internazionali? No, questa è stata la mia prima missione. Tempo fa avevo dato la disponibilità a partire come volontario con la Maxiemergenza e mi sono formato allo scopo. Nel 2021 pareva dovessi partecipare ad una spedizione a supporto di un ospedale boliviano per il Covid, ma poi non se n’è fatto nulla. Da dove nasce il suo desiderio di lavorare in questi contesti? È un’aspirazione che ho sempre avuto. Ho scelto di fare il medico pensando di diventare chirurgo di guerra: erano quelli gli anni dell’11 settembre, della guerra in Afghanistan e avevo conosciuto medici che lavoravano a Kabul con Emergency. Poi, la vita ha fatto il suo corso, e invece di fare il chirurgo sono diventato urgentista. Partecipare a questa missione per me è stato un po’ tornare alle motivazioni originarie della mia scelta professionale. Questa mi pareva una buona opportunità per partire e dare una mano, unendo crescita professionale e possibilità di aiutare. Bello anche poterlo fare alle dipendenze di un Sistema Sanitario pubblico che si occupa della salute della gente senza badare ai confini di nazione. Come è stato organizzato il vostro lavoro in Turchia? Appena l’ospedale da campo è giunto ad Antiochia, i volontari della Protezione civile hanno provveduto a montare le tende di supporto logistico: dormitori e cucine. Quando poi siamo arrivati noi medici e infermieri, abbiamo allestito il campo sanitario con tende, strumentazioni elettromedicali, barelle, dispensari e quant’altro. Per primo è stato reso operativo il Pronto Soccorso, organizzato come da noi, con una zona per il triage e spazi per le visite e gli accertamenti successivi. L’attività del Pronto Soccorso è andata crescendo col trascorrere dei giorni, passando dai 30 accessi della prima giornata ai successi 120/150 ingressi giornalieri. Lavoravate secondo turni prestabiliti? All’inizio si lavorava senza tregua: non si smetteva mai. Poi, abbiamo cercato di organizzare dei turni per poter resistere sul lungo periodo. Era sempre garantita, giorno e notte, la presenza di un chirurgo, di un ortopedico e di un ginecologo, oltre che della pediatra. Qual era il vostro potenziale bacino di utenza? Antiochia conta circa 500.000 abitanti, che salgono a 2 milioni considerando anche il circondario. Questi, però, sono numeri sottostimati, perché non tengono conto della folta presenza di profughi clandestini siriani. Quando siamo arrivati noi, erano già passati 10 giorni dalla prima scossa di terremoto: una buona parte della popolazione se n’era già andata. Chiunque avesse parenti e amici in zone più sicure o avesse la disponibilità economica per farlo, aveva già abbandonato la città. Anche perché lì, e nel raggio di 30 km, tutte le infrastrutture sono crollate e nessuna casa è più abitabile. Ad essere rimasta è la fetta di popolazione più povera, che ora vive nelle tende. A livello medico, quale situazione avete incontrato? Ci siamo resi conto che i Turchi hanno un buon sistema di vaccinazione. Inoltre, il freddo ha abbastanza bloccato la circolazione di batteri, per cui non si sono verificate epidemie, ad esempio di gastroenterite. Abbiamo svolto molto lavoro di base, perché l’accesso alle cure primarie era del tutto saltato. Si sono presentate persone con malattie croniche, le cui terapie erano state interrotte dal sisma, per cui abbiamo dovuto cercare i farmaci da somministrare loro nei dispensari allestiti dalla Protezione civile turca in città. Altri sono giunti con traumi ed esiti del terremoto o urgenze chirurgiche. In seguito alla seconda scossa, poi, che si è verificata all’ora di cena, abbiamo curato cittadini ustionati dall’acqua dei pentoloni. Nel nostro ospedale sono stati effettuati numerosi parti e col passare dei giorni hanno cominciato anche ad arrivare pazienti inviati da altri ospedali della zona, distanti dai 40 minuti alle tre ore di auto. Abbiamo registrato anche casi di intossicazione da monossido di carbonio, perché la gente cercava di scaldarsi nelle tende: la temperature erano molto basse e di sera scendevano sotto lo zero. Abbiamo avuto delle urgenze, ma non tantissime: molta gente, ripeto, era già andata via e i casi più gravi conseguenti il sisma erano già stati trattati nei giorni immediatamente successivi. Molte persone presentavano disturbi post traumatici da stress: su questo fronte ci sarà molto da lavorare in futuro. Le criticità maggiori? La barriera linguistica è stata, soprattutto nei primi giorni, uno degli ostacoli più grandi: quasi nessuno dei nostri pazienti parlava inglese. Grazie ad una buona connessione dati, all’inizio ci siamo serviti di Google Translate, poi abbiamo trovato sul posto dei traduttori, attingendo anche all’apposito elenco stilato dall’Oms. Per contro, la difficoltà a comunicare, così come il sovraccarico di lavoro, ci ha anche un po’ protetti dal contagio emotivo dei vissuti drammatici dei pazienti. Anche se alcune storie le porto sempre con me… Può raccontarcene una? Ricordo in particolare un uomo, presentatosi al nostro Pronto Soccorso con delle lesioni sulle mani. In seguito alla prima scossa era rimasto intrappolato sotto le macerie per diverse ore prima di essere salvato. I suoi figli e i suoi genitori erano morti, mentre la moglie era ancora viva, ma anche lei era prigioniera sotto i calcinacci. Quell’uomo ha atteso due giorni e due notti che qualcuno venisse ad estrarla, scavando con le mani nude nel tentativo, vano, di strapparla alla morte da solo, ma lei è deceduta. Ecco il perché di quelle escoriazioni alle mani, poi infettatesi… Che cosa le ha insegnato questa esperienza? La gravità di quel momento mi ha fatto rendere conto che spesso noi ci lamentiamo e cerchiamo risposte per cose che sono bazzecole. Oggi (martedì 7 marzo, ndr) ho svolto il mio primo turno in Pronto Soccorso a Mondovì: per alcuni versi è stato semplice decidere quali esami e quali approfondimenti eseguire, mentre ad Antiochia occorreva sempre ponderare bene che cosa fare, perché la disponibilità di risorse era limitata. Mi sono ritrovato a pensare che qui ho un Sistema Sanitario che mi permette di fare tutto quanto ritengo giusto per il paziente. E questo deve essere un monito per i politici che distribuiscono le risorse: questo Sistema va salvaguardato, perché tra breve potrebbe non essere più così... Altra cosa che mi ha sorpreso in Turchia è stata la risposta data dal gruppo di lavoro: la flessibilità adottata e la solidarietà nell’aiutarci a vicenda. Certo, talvolta ci sono stati momenti difficili e tensioni, ma su tutto aleggiava un forte spirito di gruppo e un grande affiatamento, per quanto non avessimo mai lavorato insieme: tutti si sentivano parte della riuscita della missione e davano il meglio di sé. Ognuno ha tirato fuori risorse inaspettate, approfondendo la conoscenza di chi gli stava accanto e creando legami che, sono certo, dureranno nel tempo.  Come vede il futuro della Turchia? Ad Antiochia ho trovato famiglie e comunità molto unite, molto solidali fra loro. Persone con grande dignità e saldi principi. Mi sono rimasti il dubbio e il timore che, col tempo, quando l’onda di solidarietà internazionale verrà meno, a rimanere sarà soltanto una grande miseria. Crede che in futuro ripartirà per missioni analoghe? Se ne avrò l’opportunità, sì, mi piacerebbe molto. È stata un’esperienza molto arricchente, dal punto di vista sia professionale sia umano. Sono molto contento di aver potuto dare qualcosa in un contesto in cui i bisogni di salute delle persone non potevano avere risposta alcuna.
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