Pina e Giovanni Sasia (foto di Alma Delfino)
“Battistin di Cugnet” ha mangiato tanto pane nero, e porta bene sulle spalle le numerose primavere che ha: Giovanni Sasia è nato il 22 marzo 1935 nella borgata Cugnet di Rore e vive a Nichelino.
Che ricordi ha dei suoi genitori?
I miei genitori, Domenico e Maria, lavoravano la campagna, avevano qualche mucca, mia mamma faceva anche i tomini. Mio papà aveva un carattere più aperto ed espansivo rispetto a mia mamma, più timida e chiusa. Quando avevo 16 anni è arrivato il mio fratellino Aldo, ma io ho goduto poco della sua compagnia perché essendo grande, di lì a breve sono emigrato a Parigi. Da bambino ho giocato poco, anche perchè di giochi non ce n’erano: e per me un rametto raccolto in un prato o il nascondermi dietro ad un albero erano i giochi più frequenti.
Le scuole?
Sono andato a scuola fino alla quinta Elementare a Rore, di mattina e di pomeriggio. Nella bella stagione tornavo a casa per il pranzo, d’inverno invece rimanevo anche lì, anche perché il tragitto da percorrere a piedi era lungo. Eravamo circa venti ragazzi, ma io non avevo molta voglia di studiare.
Ha conosciuto la povertà?
Sì, in quegli anni c’era molta povertà. Per anni ho mangiato tante zuppe di latte e il pane nero di segale: lo cuocevamo ogni due o tre mesi nel forno comunitario, lo si faceva seccare e lo tagliavi poi con ‘lou gral’. La carne solo a Pasqua, a Natale e qualche volta un po’ di carne di pecora d’autunno. Io aiutavo molto i miei genitori, finiti i compiti andavo a fare la legna nel bosco, o con un libro sotto il braccio andavo al pascolo con gli animali.
Cosa sognava di fare da bambino?
Sogni ne avevo pochi! Ho iniziato a lavorare a 14 anni: sempre nei boschi per fare la legna. A 18 anni sono partito per Parigi dove ho vissuto per cinque anni, lavorando come idraulico. Nella capitale della Francia mi trovavo molto bene, anche perché lavoravo ed alloggiavo da un mio zio (emigrato anche lui dalla valle Varaita). Inoltre, a Parigi c’erano molti montanari di qui e ci conoscevamo tutti! Quando sono ritornato in Italia ho lavorato un poco facendo il muratore, dopodiché sono entrato alla Fiat, nel reparto manutenzione, dove sono rimasto fino al raggiungimento della pensione. La soddisfazione più grande era tornare a casa d’estate dalla famiglia in valle Varaita, anche se lavoravo per dare una mano ai miei. La fatica più grande era fare il fieno, perché si portava tutto sulle spalle, non c’erano ancora le strade, ma solo le mulattiere.
Come si chiama sua moglie?
Mia moglie si chiama Pina, l’ho incontrata nell’agosto del 1960 nel ballo pubblico di Frassino, lei era venuta qui ai piedi del Monviso qualche giorno in vacanza. Abbiamo ballato tutta la sera! E per ritrovarla, dopo aver preso qualche informazione da alcuni amici, nel mese di novembre sono andato a Torino per cercarla. A gennaio c’è stato il nostro fidanzamento, e nel giugno del 1961 ci siamo sposati. Poichè mia moglie non è originaria di qui, il prete non faceva salti di gioia. Lui disse a mio padre: “Ma con tutte le ragazze che ci sono qui…”. Io quindi ero controcorrente. Quella era l’epoca dei cartelli affissi fuori dalle porte delle case di Torino “Non si affitta ai meridionali”.
Il vostro viaggio di nozze?
Siamo stati un giorno a Rimini e gli altri 15 a Lavello (in provincia di Potenza), il paese nativo di mia moglie. Quando siamo tornati, abbiamo trascorso ancora 15 giorni ai ‘Cugnet’ perché ancora non avevamo la casa. Quando ce l’hanno data sono arrivati i primi mobili, ma non la cucina, che tardava. Per otto giorni il nostro tavolo era stata una valigia e le nostre sedie le due poltroncine della nostra camera da letto!
Quale è il segreto per far durare i matrimoni?
Di pazienza ce ne va tanta ed è necessaria tanta comprensione reciproca, bisogna sostenersi nei momenti di difficoltà e non arrendersi di fronte al primo intoppo. Io e Pina siamo tutti e due molto credenti ed anche questo ci ha dato la forza per non arrenderci mai. Sono felice di avere lei al mio fianco.
La sua famiglia?
Dal nostro matrimonio sono nate due figlie, Nicoletta e Maria nel 1965 e nel 1973. Poi nel 1990 e 1992 la gioia grande di diventare nonni di due ‘gioielli’, Simone e Roberta, che sono sempre al nostro fianco (e voglio sottolineare che oggi avere dei nipoti così non succede a tutti!). Ma forse è successo anche grazie ai valori e all’educazione che abbiamo cercato di trasmettere a loro...
Perchè ama la valle Varaita e ci ritorna sovente?
Amo la mia valle perché qui ho le mie radici, da aprile a novembre noi viviamo qui, nella borgata in cui sono nato. Per me le cose importanti della vita sono la mia famiglia e la salute.
La Baìo di Sampeyre?
Una festa meravigliosa! Purtroppo io l’ho fatta solo due volte da giovane, come Escarlinìe e Sapeur, perchè poi ero emigrato.
Come vede il futuro delle nostre montagne?
Lo vedo positivo, e noto che piano piano le borgate si stanno ripopolando, molti vogliono evadere dalla vita frenetica della città. Molti giovani tornano nei paesi di origine di nonni e genitori: e questo mi fa piacere.
Alla sua età, pensa alla morte?
Io vado avanti e so che arriverà. Nella vita si nasce e si muore. Credo che dopo la morte qualcosa ci sarà, ma è mistero della fede. Lo capiremo dopo.
Nella foto: Pina e Giovanni Sasia, una vita felice insieme (foto di Alma Delfino).
paesi
Pina e Giovanni Sasia (foto di Alma Delfino)
“Battistin di Cugnet” ha mangiato tanto pane nero, e porta bene sulle spalle le numerose primavere che ha: Giovanni Sasia è nato il 22 marzo 1935 nella borgata Cugnet di Rore e vive a Nichelino.
Che ricordi ha dei suoi genitori?
I miei genitori, Domenico e Maria, lavoravano la campagna, avevano qualche mucca, mia mamma faceva anche i tomini. Mio papà aveva un carattere più aperto ed espansivo rispetto a mia mamma, più timida e chiusa. Quando avevo 16 anni è arrivato il mio fratellino Aldo, ma io ho goduto poco della sua compagnia perché essendo grande, di lì a breve sono emigrato a Parigi. Da bambino ho giocato poco, anche perchè di giochi non ce n’erano: e per me un rametto raccolto in un prato o il nascondermi dietro ad un albero erano i giochi più frequenti.
Le scuole?
Sono andato a scuola fino alla quinta Elementare a Rore, di mattina e di pomeriggio. Nella bella stagione tornavo a casa per il pranzo, d’inverno invece rimanevo anche lì, anche perché il tragitto da percorrere a piedi era lungo. Eravamo circa venti ragazzi, ma io non avevo molta voglia di studiare.
Ha conosciuto la povertà?
Sì, in quegli anni c’era molta povertà. Per anni ho mangiato tante zuppe di latte e il pane nero di segale: lo cuocevamo ogni due o tre mesi nel forno comunitario, lo si faceva seccare e lo tagliavi poi con ‘lou gral’. La carne solo a Pasqua, a Natale e qualche volta un po’ di carne di pecora d’autunno. Io aiutavo molto i miei genitori, finiti i compiti andavo a fare la legna nel bosco, o con un libro sotto il braccio andavo al pascolo con gli animali.
Cosa sognava di fare da bambino?
Sogni ne avevo pochi! Ho iniziato a lavorare a 14 anni: sempre nei boschi per fare la legna. A 18 anni sono partito per Parigi dove ho vissuto per cinque anni, lavorando come idraulico. Nella capitale della Francia mi trovavo molto bene, anche perché lavoravo ed alloggiavo da un mio zio (emigrato anche lui dalla valle Varaita). Inoltre, a Parigi c’erano molti montanari di qui e ci conoscevamo tutti! Quando sono ritornato in Italia ho lavorato un poco facendo il muratore, dopodiché sono entrato alla Fiat, nel reparto manutenzione, dove sono rimasto fino al raggiungimento della pensione. La soddisfazione più grande era tornare a casa d’estate dalla famiglia in valle Varaita, anche se lavoravo per dare una mano ai miei. La fatica più grande era fare il fieno, perché si portava tutto sulle spalle, non c’erano ancora le strade, ma solo le mulattiere.
Come si chiama sua moglie?
Mia moglie si chiama Pina, l’ho incontrata nell’agosto del 1960 nel ballo pubblico di Frassino, lei era venuta qui ai piedi del Monviso qualche giorno in vacanza. Abbiamo ballato tutta la sera! E per ritrovarla, dopo aver preso qualche informazione da alcuni amici, nel mese di novembre sono andato a Torino per cercarla. A gennaio c’è stato il nostro fidanzamento, e nel giugno del 1961 ci siamo sposati. Poichè mia moglie non è originaria di qui, il prete non faceva salti di gioia. Lui disse a mio padre: “Ma con tutte le ragazze che ci sono qui…”. Io quindi ero controcorrente. Quella era l’epoca dei cartelli affissi fuori dalle porte delle case di Torino “Non si affitta ai meridionali”.
Il vostro viaggio di nozze?
Siamo stati un giorno a Rimini e gli altri 15 a Lavello (in provincia di Potenza), il paese nativo di mia moglie. Quando siamo tornati, abbiamo trascorso ancora 15 giorni ai ‘Cugnet’ perché ancora non avevamo la casa. Quando ce l’hanno data sono arrivati i primi mobili, ma non la cucina, che tardava. Per otto giorni il nostro tavolo era stata una valigia e le nostre sedie le due poltroncine della nostra camera da letto!
Quale è il segreto per far durare i matrimoni?
Di pazienza ce ne va tanta ed è necessaria tanta comprensione reciproca, bisogna sostenersi nei momenti di difficoltà e non arrendersi di fronte al primo intoppo. Io e Pina siamo tutti e due molto credenti ed anche questo ci ha dato la forza per non arrenderci mai. Sono felice di avere lei al mio fianco.
La sua famiglia?
Dal nostro matrimonio sono nate due figlie, Nicoletta e Maria nel 1965 e nel 1973. Poi nel 1990 e 1992 la gioia grande di diventare nonni di due ‘gioielli’, Simone e Roberta, che sono sempre al nostro fianco (e voglio sottolineare che oggi avere dei nipoti così non succede a tutti!). Ma forse è successo anche grazie ai valori e all’educazione che abbiamo cercato di trasmettere a loro...
Perchè ama la valle Varaita e ci ritorna sovente?
Amo la mia valle perché qui ho le mie radici, da aprile a novembre noi viviamo qui, nella borgata in cui sono nato. Per me le cose importanti della vita sono la mia famiglia e la salute.
La Baìo di Sampeyre?
Una festa meravigliosa! Purtroppo io l’ho fatta solo due volte da giovane, come Escarlinìe e Sapeur, perchè poi ero emigrato.
Come vede il futuro delle nostre montagne?
Lo vedo positivo, e noto che piano piano le borgate si stanno ripopolando, molti vogliono evadere dalla vita frenetica della città. Molti giovani tornano nei paesi di origine di nonni e genitori: e questo mi fa piacere.
Alla sua età, pensa alla morte?
Io vado avanti e so che arriverà. Nella vita si nasce e si muore. Credo che dopo la morte qualcosa ci sarà, ma è mistero della fede. Lo capiremo dopo.
Nella foto: Pina e Giovanni Sasia, una vita felice insieme (foto di Alma Delfino).
“Battistin di Cugnet”: dalla Valle Varaita a Parigi, Torino e Nichelino
10 marzo 2023
Cuneo
Pina e Giovanni Sasia (foto di Alma Delfino)
“Battistin di Cugnet” ha mangiato tanto pane nero, e porta bene sulle spalle le numerose primavere che ha: Giovanni Sasia è nato il 22 marzo 1935 nella borgata Cugnet di Rore e vive a Nichelino.
Che ricordi ha dei suoi genitori?
I miei genitori, Domenico e Maria, lavoravano la campagna, avevano qualche mucca, mia mamma faceva anche i tomini. Mio papà aveva un carattere più aperto ed espansivo rispetto a mia mamma, più timida e chiusa. Quando avevo 16 anni è arrivato il mio fratellino Aldo, ma io ho goduto poco della sua compagnia perché essendo grande, di lì a breve sono emigrato a Parigi. Da bambino ho giocato poco, anche perchè di giochi non ce n’erano: e per me un rametto raccolto in un prato o il nascondermi dietro ad un albero erano i giochi più frequenti.
Le scuole?
Sono andato a scuola fino alla quinta Elementare a Rore, di mattina e di pomeriggio. Nella bella stagione tornavo a casa per il pranzo, d’inverno invece rimanevo anche lì, anche perché il tragitto da percorrere a piedi era lungo. Eravamo circa venti ragazzi, ma io non avevo molta voglia di studiare.
Ha conosciuto la povertà?
Sì, in quegli anni c’era molta povertà. Per anni ho mangiato tante zuppe di latte e il pane nero di segale: lo cuocevamo ogni due o tre mesi nel forno comunitario, lo si faceva seccare e lo tagliavi poi con ‘lou gral’. La carne solo a Pasqua, a Natale e qualche volta un po’ di carne di pecora d’autunno. Io aiutavo molto i miei genitori, finiti i compiti andavo a fare la legna nel bosco, o con un libro sotto il braccio andavo al pascolo con gli animali.
Cosa sognava di fare da bambino?
Sogni ne avevo pochi! Ho iniziato a lavorare a 14 anni: sempre nei boschi per fare la legna. A 18 anni sono partito per Parigi dove ho vissuto per cinque anni, lavorando come idraulico. Nella capitale della Francia mi trovavo molto bene, anche perché lavoravo ed alloggiavo da un mio zio (emigrato anche lui dalla valle Varaita). Inoltre, a Parigi c’erano molti montanari di qui e ci conoscevamo tutti! Quando sono ritornato in Italia ho lavorato un poco facendo il muratore, dopodiché sono entrato alla Fiat, nel reparto manutenzione, dove sono rimasto fino al raggiungimento della pensione. La soddisfazione più grande era tornare a casa d’estate dalla famiglia in valle Varaita, anche se lavoravo per dare una mano ai miei. La fatica più grande era fare il fieno, perché si portava tutto sulle spalle, non c’erano ancora le strade, ma solo le mulattiere.
Come si chiama sua moglie?
Mia moglie si chiama Pina, l’ho incontrata nell’agosto del 1960 nel ballo pubblico di Frassino, lei era venuta qui ai piedi del Monviso qualche giorno in vacanza. Abbiamo ballato tutta la sera! E per ritrovarla, dopo aver preso qualche informazione da alcuni amici, nel mese di novembre sono andato a Torino per cercarla. A gennaio c’è stato il nostro fidanzamento, e nel giugno del 1961 ci siamo sposati. Poichè mia moglie non è originaria di qui, il prete non faceva salti di gioia. Lui disse a mio padre: “Ma con tutte le ragazze che ci sono qui…”. Io quindi ero controcorrente. Quella era l’epoca dei cartelli affissi fuori dalle porte delle case di Torino “Non si affitta ai meridionali”.
Il vostro viaggio di nozze?
Siamo stati un giorno a Rimini e gli altri 15 a Lavello (in provincia di Potenza), il paese nativo di mia moglie. Quando siamo tornati, abbiamo trascorso ancora 15 giorni ai ‘Cugnet’ perché ancora non avevamo la casa. Quando ce l’hanno data sono arrivati i primi mobili, ma non la cucina, che tardava. Per otto giorni il nostro tavolo era stata una valigia e le nostre sedie le due poltroncine della nostra camera da letto!
Quale è il segreto per far durare i matrimoni?
Di pazienza ce ne va tanta ed è necessaria tanta comprensione reciproca, bisogna sostenersi nei momenti di difficoltà e non arrendersi di fronte al primo intoppo. Io e Pina siamo tutti e due molto credenti ed anche questo ci ha dato la forza per non arrenderci mai. Sono felice di avere lei al mio fianco.
La sua famiglia?
Dal nostro matrimonio sono nate due figlie, Nicoletta e Maria nel 1965 e nel 1973. Poi nel 1990 e 1992 la gioia grande di diventare nonni di due ‘gioielli’, Simone e Roberta, che sono sempre al nostro fianco (e voglio sottolineare che oggi avere dei nipoti così non succede a tutti!). Ma forse è successo anche grazie ai valori e all’educazione che abbiamo cercato di trasmettere a loro...
Perchè ama la valle Varaita e ci ritorna sovente?
Amo la mia valle perché qui ho le mie radici, da aprile a novembre noi viviamo qui, nella borgata in cui sono nato. Per me le cose importanti della vita sono la mia famiglia e la salute.
La Baìo di Sampeyre?
Una festa meravigliosa! Purtroppo io l’ho fatta solo due volte da giovane, come Escarlinìe e Sapeur, perchè poi ero emigrato.
Come vede il futuro delle nostre montagne?
Lo vedo positivo, e noto che piano piano le borgate si stanno ripopolando, molti vogliono evadere dalla vita frenetica della città. Molti giovani tornano nei paesi di origine di nonni e genitori: e questo mi fa piacere.
Alla sua età, pensa alla morte?
Io vado avanti e so che arriverà. Nella vita si nasce e si muore. Credo che dopo la morte qualcosa ci sarà, ma è mistero della fede. Lo capiremo dopo.
Nella foto: Pina e Giovanni Sasia, una vita felice insieme (foto di Alma Delfino).