Cinque anni fa Marco Veglia, classe 2002, subiva, a seguito di un incidente stradale, l’amputazione della gamba e del braccio sinistri. La sua testimonianza che arriva dai Trucchi, frazione di Morozzo, parla di coraggio e di una incredibile forza di volontà.
Marco, lei ama definirsi un ragazzo mezzo bionico
La mia gamba sinistra e il mio braccio sinistro si muovono grazie a segnali elettrici provenienti dai muscoli ed intercettati da elettrodi. La sera del 25 gennaio 2018 stavo rientrando a casa dall’azienda agricola di nonno Stefano quando, sulla strada Morozzo-Margarita, un’auto ha travolto il mio motorino. Per fortuna indossavo il casco che mi ha salvato la vita, ma ho subìto l’amputazione degli arti sinistri e sono rimasto 59 giorni in rianimazione, più della metà di questo periodo in coma farmacologico e a rischio vita. Ora ho due protesi e per questo mi sento mezzo bionico!
Quale ricordo di quel periodo le ritorna in particolare?
La voce di mia mamma perchè, quando mi sono risvegliato dal coma, lei mi stava chiamando. Quella sua voce, quel suo richiamo alla vita, io lo sento ancora e lo porterò sempre nel cuore. La mia vita oggi è una rinascita e un dono fattomi dai medici e da un angelo che mi protegge. La vita è un dono prezioso e questo dono lo voglio condividere non solo con mamma Cinzia, papà Marino, mia sorella Noemi, la mia ragazza Jasmine, ma con tutti.
Guardare dritto dentro le cose, anche le più dolorose, aiuta ad uscirne più forti?
Sicuramente. Io l’ho fatto perchè ho subito voluto scoprire e vedere i miei arti amputati e sapere a che cosa sarei andato incontro... Mi sono detto che non dovevo arrendermi e mi sono attivato per cercare opportune strategie. Mi sono anche impegnato a ricordare ciò che era successo per capire ciò che sarebbe avvenuto. Quando mi sono risvegliato dal coma, non potevo parlare perchè mi era stata praticata la tracheotomia, ma ho capito che mi mancavano gli arti a sinistra. Ho sentito un forte dolore alla parte destra del mio corpo, ma ho anche subito avuto coscienza che la mia testa funzionava ancora. Eccome! E ho pensato che la testa era più importante degli arti amputati. Non ringrazierò mai abbastanza i medici del Santa Croce di Cuneo e il reparto di Rianimazione con infermieri e infermiere che mi hanno seguito come un figlio e hanno saputo ascoltare la mia sofferenza! Il primo periodo non è stata una passeggiata, ma ho reagito grazie anche all’amore della mia meravigliosa famiglia, dei parenti e degli amici, in particolare Andrea, mio compagno di scuola all’Istituto tecnico agrario “Virginio Donadio” di Cuneo. Attorno a me è scattata una grande gara di solidarietà con raccolta fondi per consentirmi protesi di avanguardia e prestazioni aggiuntive.
Come è iniziato il trattamento riabilitativo?
Con le fisioterapiste e la logopedista presso l’ospedale di Cuneo e, da fine marzo a metà novembre del 2018, all’ospedale di Fossano presso il reparto di neuroriabilitazione dove mi hanno seguito con grande professionalità e straordinaria carica umana.Io avrei voluto subito il ginocchio elettronico ma ho dovuto pazientare 9 mesi.
Com’era Marco bambino?
Sono stato un bambino molto curioso, ma anche - a detta dei miei - maturo e responsabile. Mi piaceva correre all’aria aperta e guardare in su, verso il cielo. Questo lo fanno in genere i bambini ed è un peccato che gli adulti non sappiano più farlo. Fin da piccolo volevo rendermi utile in famiglia e nell’azienda agricola e zootecnica dei nonni Stefano e Giuseppina. Da loro ho imparato la fatica del lavoro, i sacrifici e a non lamentarmi per cose da poco, ma anche a vivere in armonia con la natura, che rispetto, e con gli animali che, per me, sono compagni di vita.
E il Marco adolescente?
Ho continuato ad aiutare i miei, ma ho iniziato a fare gruppo con gli amici e a partecipare come animatore ai campeggi estivi della Parrocchia di Beinette sollecitato dal gusto della vita e della natura. L’ultima estate prima del mio incidente sono stato animatore del campeggio parrocchiale a San Michele di Prazzo, in valle Maira, una stupenda valle immersa nel verde. A me piacciono molto i bambini e laggiù io e gli altri animatori ci siamo inventati giochi all’aperto e abbiamo fatto lunghe passeggiate, creando una vera comunità dove nessun bambino si sentiva escluso, ma invece valorizzato. Dopo il mio incidente, quei bambini hanno mandato all’ospedale dove ero ricoverato un grande cartellone con scritto sopra frasi affettuose di vicinanza a ciò che mi era accaduto. È stata una grande gioia e un prezioso aiuto.
Quali incontri hanno lasciato un segno?
Da piccolo amavo ascoltare gli anziani che mi raccontavano dei loro tempi e mi regalavano pillole di saggezza contadina. Altri incontri che mi hanno lasciato un segno e mi riscaldano il cuore sono avvenuti dopo l’incidente e hanno il volto dei soccorritori, dei medici, degli infermieri e dei tanti operatori sanitari. Poi ho incontrato due grandi campioni dello sport paraolimpico: Nicola Dutto Bebe Vio. Nicola, beinettese, era un affermato motociclista quando nel 2010 un incidente in moto l’aveva spezzato in due, ma lui era tornato a correre perchè la sua era una grande passione! Da lui ho impararto che la forza di un uomo si vede quando, dopo una caduta, si rialza.
Bebe Vio, giovane atleta veneta paraolimpica e protagonista di straordinari trionfi sportivi internazionali nella scherma, l’ho conosciuta grazie all’interessamento del dottor Gianfranco Lamberti, fisiatra presso la neuroriabilitazione e la medicina riabilitativa di Fossano. Mi ha messo in contatto con la madre di Bebe, originaria di Borgo San Dalmazzo, per contattare a mia volta l’officina ortopedica di Budrio dove a sua figlia erano state fatte le protesi. Ci sono andato ed è iniziato un altro capitolo della mia vita! Bebe l’ho poi incontrata a Roma, ai “Giochi senza barriere”. Sia Nicola, sia Bebe, mi hanno aiutato a credere nelle mie forze, nella mia volontà, nella mia innata voglia di vivere e di sognare. Nell’arco della mia vita post incidente ho conosciuto molti altri esempi di vita che mi hanno aiutato a credere sempre in me stesso e a non mollare mai perchè tutto è possibile, basta volerlo.
I sogni veri si costruiscono con gli ostacoli?
Sì, perchè altrimenti non si trasformerebbero in progetti di vita, ma resterebbero sogni. Dopo l’incidente di cui sono stato vittima, ho coltivato i miei sogni ancora più di prima. Ho sempre avuto il sogno di proseguire l’attività dei miei, cioè un’azienda agricola con allevamento di vacche e di pecore, perchè lo sento il mio mondo. Mi sono iscritto alla Facoltà universitaria di Agraria a Grugliasco e frequento le lezioni. Viaggio sulla mia auto appositamente attrezzata per essere autonomo. Amo lo sport che pratico, la pallanuoto, perchè è una bella realtà e gareggio in una squadra diventata la mia seconda famiglia. Pratico altri sport come il sitting volley e sono alla continua ricerca di nuovi sport e nuove realtà. Mi piace anche camminare sui sentieri di montagna perchè per me è un beneficio psico fisico e mi fa tornare a quando ero ragazzino e passavo gran parte dell’estate in alpeggio con il nonno e gli zii.
Come ha conosciuto il mondo della pallanuoto che ora è il suo sport?
Grazie a Orazio Tallarita, amputato all’arto inferiore destro e a Andrea Gallone, amputato all’arto superiore sinistro che mi hanno aperto un mondo nuovo. Ora per me questo sport è una palestra di vita. Si impara a stare insieme, si stringono amicizie, si condivide la fatica. A Cuneo ho avuto come allenatore Paolino Christian e manager Mattia Marchisio, un vero campione di handbike che alle paraolimpiadi di Londra del 2012 ha conquistato la medaglia d’argento in staffetta con il grande Alex Zanardi e Vittorio Podestà. Siamo andati anche a Napoli e ci siamo classificati primi in Italia! Consiglio vivamente la pratica di questo sport a chi ha problemi come i miei: è un toccasana per chiunque, sia con difficoltà che non.
Lei spesso è invitato a parlare della sua esperienza nelle scuole.
Vado nelle scuole, anche di altre province per dimostrare che tutto è possibile, basta volerlo. Gli allievi mi rivolgono molte domande attinenti alla mia disabilità e non solo. Spesso vado a parlare con lo scrittore Nicola Pettorino da me conosciuto attraverso la moglie infermiera che mi ha seguito.
Se dovesse partire per una lunga trasferta con la sua squadra di pallanuoto, che cosa metterebbe nello zaino?
La prima cosa è un oggetto per me fondamentale: un cacciavite per le mie protesi se dovesse succedere un imprevisto e poi il carica batteria per il ginocchio. Prima il carica batteria lo usavo solamente per il mio cellulare, ora mi è indispensabile per il funzionamento delle protesi che mi permettono di camminare! Poi un libro, calotta, costume e la cuffia per le mie canzoni preferite.
Quale messaggio lascia ai suoi coetanei?
Non mollate mai! La vita è un dono prezioso e bisogna averne cura. Io ho festeggiato da poco il quinto anniversario dell’incidente perchè è da lì che sono ripartito. E ricordatevi: non è mai finita finchè non lo decidi tu!
cuneo
Cinque anni fa Marco Veglia, classe 2002, subiva, a seguito di un incidente stradale, l’amputazione della gamba e del braccio sinistri. La sua testimonianza che arriva dai Trucchi, frazione di Morozzo, parla di coraggio e di una incredibile forza di volontà.
Marco, lei ama definirsi un ragazzo mezzo bionico
La mia gamba sinistra e il mio braccio sinistro si muovono grazie a segnali elettrici provenienti dai muscoli ed intercettati da elettrodi. La sera del 25 gennaio 2018 stavo rientrando a casa dall’azienda agricola di nonno Stefano quando, sulla strada Morozzo-Margarita, un’auto ha travolto il mio motorino. Per fortuna indossavo il casco che mi ha salvato la vita, ma ho subìto l’amputazione degli arti sinistri e sono rimasto 59 giorni in rianimazione, più della metà di questo periodo in coma farmacologico e a rischio vita. Ora ho due protesi e per questo mi sento mezzo bionico!
Quale ricordo di quel periodo le ritorna in particolare?
La voce di mia mamma perchè, quando mi sono risvegliato dal coma, lei mi stava chiamando. Quella sua voce, quel suo richiamo alla vita, io lo sento ancora e lo porterò sempre nel cuore. La mia vita oggi è una rinascita e un dono fattomi dai medici e da un angelo che mi protegge. La vita è un dono prezioso e questo dono lo voglio condividere non solo con mamma Cinzia, papà Marino, mia sorella Noemi, la mia ragazza Jasmine, ma con tutti.
Guardare dritto dentro le cose, anche le più dolorose, aiuta ad uscirne più forti?
Sicuramente. Io l’ho fatto perchè ho subito voluto scoprire e vedere i miei arti amputati e sapere a che cosa sarei andato incontro... Mi sono detto che non dovevo arrendermi e mi sono attivato per cercare opportune strategie. Mi sono anche impegnato a ricordare ciò che era successo per capire ciò che sarebbe avvenuto. Quando mi sono risvegliato dal coma, non potevo parlare perchè mi era stata praticata la tracheotomia, ma ho capito che mi mancavano gli arti a sinistra. Ho sentito un forte dolore alla parte destra del mio corpo, ma ho anche subito avuto coscienza che la mia testa funzionava ancora. Eccome! E ho pensato che la testa era più importante degli arti amputati. Non ringrazierò mai abbastanza i medici del Santa Croce di Cuneo e il reparto di Rianimazione con infermieri e infermiere che mi hanno seguito come un figlio e hanno saputo ascoltare la mia sofferenza! Il primo periodo non è stata una passeggiata, ma ho reagito grazie anche all’amore della mia meravigliosa famiglia, dei parenti e degli amici, in particolare Andrea, mio compagno di scuola all’Istituto tecnico agrario “Virginio Donadio” di Cuneo. Attorno a me è scattata una grande gara di solidarietà con raccolta fondi per consentirmi protesi di avanguardia e prestazioni aggiuntive.
Come è iniziato il trattamento riabilitativo?
Con le fisioterapiste e la logopedista presso l’ospedale di Cuneo e, da fine marzo a metà novembre del 2018, all’ospedale di Fossano presso il reparto di neuroriabilitazione dove mi hanno seguito con grande professionalità e straordinaria carica umana.Io avrei voluto subito il ginocchio elettronico ma ho dovuto pazientare 9 mesi.
Com’era Marco bambino?
Sono stato un bambino molto curioso, ma anche - a detta dei miei - maturo e responsabile. Mi piaceva correre all’aria aperta e guardare in su, verso il cielo. Questo lo fanno in genere i bambini ed è un peccato che gli adulti non sappiano più farlo. Fin da piccolo volevo rendermi utile in famiglia e nell’azienda agricola e zootecnica dei nonni Stefano e Giuseppina. Da loro ho imparato la fatica del lavoro, i sacrifici e a non lamentarmi per cose da poco, ma anche a vivere in armonia con la natura, che rispetto, e con gli animali che, per me, sono compagni di vita.
E il Marco adolescente?
Ho continuato ad aiutare i miei, ma ho iniziato a fare gruppo con gli amici e a partecipare come animatore ai campeggi estivi della Parrocchia di Beinette sollecitato dal gusto della vita e della natura. L’ultima estate prima del mio incidente sono stato animatore del campeggio parrocchiale a San Michele di Prazzo, in valle Maira, una stupenda valle immersa nel verde. A me piacciono molto i bambini e laggiù io e gli altri animatori ci siamo inventati giochi all’aperto e abbiamo fatto lunghe passeggiate, creando una vera comunità dove nessun bambino si sentiva escluso, ma invece valorizzato. Dopo il mio incidente, quei bambini hanno mandato all’ospedale dove ero ricoverato un grande cartellone con scritto sopra frasi affettuose di vicinanza a ciò che mi era accaduto. È stata una grande gioia e un prezioso aiuto.
Quali incontri hanno lasciato un segno?
Da piccolo amavo ascoltare gli anziani che mi raccontavano dei loro tempi e mi regalavano pillole di saggezza contadina. Altri incontri che mi hanno lasciato un segno e mi riscaldano il cuore sono avvenuti dopo l’incidente e hanno il volto dei soccorritori, dei medici, degli infermieri e dei tanti operatori sanitari. Poi ho incontrato due grandi campioni dello sport paraolimpico: Nicola Dutto Bebe Vio. Nicola, beinettese, era un affermato motociclista quando nel 2010 un incidente in moto l’aveva spezzato in due, ma lui era tornato a correre perchè la sua era una grande passione! Da lui ho impararto che la forza di un uomo si vede quando, dopo una caduta, si rialza.
Bebe Vio, giovane atleta veneta paraolimpica e protagonista di straordinari trionfi sportivi internazionali nella scherma, l’ho conosciuta grazie all’interessamento del dottor Gianfranco Lamberti, fisiatra presso la neuroriabilitazione e la medicina riabilitativa di Fossano. Mi ha messo in contatto con la madre di Bebe, originaria di Borgo San Dalmazzo, per contattare a mia volta l’officina ortopedica di Budrio dove a sua figlia erano state fatte le protesi. Ci sono andato ed è iniziato un altro capitolo della mia vita! Bebe l’ho poi incontrata a Roma, ai “Giochi senza barriere”. Sia Nicola, sia Bebe, mi hanno aiutato a credere nelle mie forze, nella mia volontà, nella mia innata voglia di vivere e di sognare. Nell’arco della mia vita post incidente ho conosciuto molti altri esempi di vita che mi hanno aiutato a credere sempre in me stesso e a non mollare mai perchè tutto è possibile, basta volerlo.
I sogni veri si costruiscono con gli ostacoli?
Sì, perchè altrimenti non si trasformerebbero in progetti di vita, ma resterebbero sogni. Dopo l’incidente di cui sono stato vittima, ho coltivato i miei sogni ancora più di prima. Ho sempre avuto il sogno di proseguire l’attività dei miei, cioè un’azienda agricola con allevamento di vacche e di pecore, perchè lo sento il mio mondo. Mi sono iscritto alla Facoltà universitaria di Agraria a Grugliasco e frequento le lezioni. Viaggio sulla mia auto appositamente attrezzata per essere autonomo. Amo lo sport che pratico, la pallanuoto, perchè è una bella realtà e gareggio in una squadra diventata la mia seconda famiglia. Pratico altri sport come il sitting volley e sono alla continua ricerca di nuovi sport e nuove realtà. Mi piace anche camminare sui sentieri di montagna perchè per me è un beneficio psico fisico e mi fa tornare a quando ero ragazzino e passavo gran parte dell’estate in alpeggio con il nonno e gli zii.
Come ha conosciuto il mondo della pallanuoto che ora è il suo sport?
Grazie a Orazio Tallarita, amputato all’arto inferiore destro e a Andrea Gallone, amputato all’arto superiore sinistro che mi hanno aperto un mondo nuovo. Ora per me questo sport è una palestra di vita. Si impara a stare insieme, si stringono amicizie, si condivide la fatica. A Cuneo ho avuto come allenatore Paolino Christian e manager Mattia Marchisio, un vero campione di handbike che alle paraolimpiadi di Londra del 2012 ha conquistato la medaglia d’argento in staffetta con il grande Alex Zanardi e Vittorio Podestà. Siamo andati anche a Napoli e ci siamo classificati primi in Italia! Consiglio vivamente la pratica di questo sport a chi ha problemi come i miei: è un toccasana per chiunque, sia con difficoltà che non.
Lei spesso è invitato a parlare della sua esperienza nelle scuole.
Vado nelle scuole, anche di altre province per dimostrare che tutto è possibile, basta volerlo. Gli allievi mi rivolgono molte domande attinenti alla mia disabilità e non solo. Spesso vado a parlare con lo scrittore Nicola Pettorino da me conosciuto attraverso la moglie infermiera che mi ha seguito.
Se dovesse partire per una lunga trasferta con la sua squadra di pallanuoto, che cosa metterebbe nello zaino?
La prima cosa è un oggetto per me fondamentale: un cacciavite per le mie protesi se dovesse succedere un imprevisto e poi il carica batteria per il ginocchio. Prima il carica batteria lo usavo solamente per il mio cellulare, ora mi è indispensabile per il funzionamento delle protesi che mi permettono di camminare! Poi un libro, calotta, costume e la cuffia per le mie canzoni preferite.
Quale messaggio lascia ai suoi coetanei?
Non mollate mai! La vita è un dono prezioso e bisogna averne cura. Io ho festeggiato da poco il quinto anniversario dell’incidente perchè è da lì che sono ripartito. E ricordatevi: non è mai finita finchè non lo decidi tu!
Marco Veglia: “Non è mai finita finché non lo decidi tu!”
04 marzo 2023
Cuneo
Cinque anni fa Marco Veglia, classe 2002, subiva, a seguito di un incidente stradale, l’amputazione della gamba e del braccio sinistri. La sua testimonianza che arriva dai Trucchi, frazione di Morozzo, parla di coraggio e di una incredibile forza di volontà.
Marco, lei ama definirsi un ragazzo mezzo bionico
La mia gamba sinistra e il mio braccio sinistro si muovono grazie a segnali elettrici provenienti dai muscoli ed intercettati da elettrodi. La sera del 25 gennaio 2018 stavo rientrando a casa dall’azienda agricola di nonno Stefano quando, sulla strada Morozzo-Margarita, un’auto ha travolto il mio motorino. Per fortuna indossavo il casco che mi ha salvato la vita, ma ho subìto l’amputazione degli arti sinistri e sono rimasto 59 giorni in rianimazione, più della metà di questo periodo in coma farmacologico e a rischio vita. Ora ho due protesi e per questo mi sento mezzo bionico!
Quale ricordo di quel periodo le ritorna in particolare?
La voce di mia mamma perchè, quando mi sono risvegliato dal coma, lei mi stava chiamando. Quella sua voce, quel suo richiamo alla vita, io lo sento ancora e lo porterò sempre nel cuore. La mia vita oggi è una rinascita e un dono fattomi dai medici e da un angelo che mi protegge. La vita è un dono prezioso e questo dono lo voglio condividere non solo con mamma Cinzia, papà Marino, mia sorella Noemi, la mia ragazza Jasmine, ma con tutti.
Guardare dritto dentro le cose, anche le più dolorose, aiuta ad uscirne più forti?
Sicuramente. Io l’ho fatto perchè ho subito voluto scoprire e vedere i miei arti amputati e sapere a che cosa sarei andato incontro... Mi sono detto che non dovevo arrendermi e mi sono attivato per cercare opportune strategie. Mi sono anche impegnato a ricordare ciò che era successo per capire ciò che sarebbe avvenuto. Quando mi sono risvegliato dal coma, non potevo parlare perchè mi era stata praticata la tracheotomia, ma ho capito che mi mancavano gli arti a sinistra. Ho sentito un forte dolore alla parte destra del mio corpo, ma ho anche subito avuto coscienza che la mia testa funzionava ancora. Eccome! E ho pensato che la testa era più importante degli arti amputati. Non ringrazierò mai abbastanza i medici del Santa Croce di Cuneo e il reparto di Rianimazione con infermieri e infermiere che mi hanno seguito come un figlio e hanno saputo ascoltare la mia sofferenza! Il primo periodo non è stata una passeggiata, ma ho reagito grazie anche all’amore della mia meravigliosa famiglia, dei parenti e degli amici, in particolare Andrea, mio compagno di scuola all’Istituto tecnico agrario “Virginio Donadio” di Cuneo. Attorno a me è scattata una grande gara di solidarietà con raccolta fondi per consentirmi protesi di avanguardia e prestazioni aggiuntive.
Come è iniziato il trattamento riabilitativo?
Con le fisioterapiste e la logopedista presso l’ospedale di Cuneo e, da fine marzo a metà novembre del 2018, all’ospedale di Fossano presso il reparto di neuroriabilitazione dove mi hanno seguito con grande professionalità e straordinaria carica umana.Io avrei voluto subito il ginocchio elettronico ma ho dovuto pazientare 9 mesi.
Com’era Marco bambino?
Sono stato un bambino molto curioso, ma anche - a detta dei miei - maturo e responsabile. Mi piaceva correre all’aria aperta e guardare in su, verso il cielo. Questo lo fanno in genere i bambini ed è un peccato che gli adulti non sappiano più farlo. Fin da piccolo volevo rendermi utile in famiglia e nell’azienda agricola e zootecnica dei nonni Stefano e Giuseppina. Da loro ho imparato la fatica del lavoro, i sacrifici e a non lamentarmi per cose da poco, ma anche a vivere in armonia con la natura, che rispetto, e con gli animali che, per me, sono compagni di vita.
E il Marco adolescente?
Ho continuato ad aiutare i miei, ma ho iniziato a fare gruppo con gli amici e a partecipare come animatore ai campeggi estivi della Parrocchia di Beinette sollecitato dal gusto della vita e della natura. L’ultima estate prima del mio incidente sono stato animatore del campeggio parrocchiale a San Michele di Prazzo, in valle Maira, una stupenda valle immersa nel verde. A me piacciono molto i bambini e laggiù io e gli altri animatori ci siamo inventati giochi all’aperto e abbiamo fatto lunghe passeggiate, creando una vera comunità dove nessun bambino si sentiva escluso, ma invece valorizzato. Dopo il mio incidente, quei bambini hanno mandato all’ospedale dove ero ricoverato un grande cartellone con scritto sopra frasi affettuose di vicinanza a ciò che mi era accaduto. È stata una grande gioia e un prezioso aiuto.
Quali incontri hanno lasciato un segno?
Da piccolo amavo ascoltare gli anziani che mi raccontavano dei loro tempi e mi regalavano pillole di saggezza contadina. Altri incontri che mi hanno lasciato un segno e mi riscaldano il cuore sono avvenuti dopo l’incidente e hanno il volto dei soccorritori, dei medici, degli infermieri e dei tanti operatori sanitari. Poi ho incontrato due grandi campioni dello sport paraolimpico: Nicola Dutto Bebe Vio. Nicola, beinettese, era un affermato motociclista quando nel 2010 un incidente in moto l’aveva spezzato in due, ma lui era tornato a correre perchè la sua era una grande passione! Da lui ho impararto che la forza di un uomo si vede quando, dopo una caduta, si rialza.
Bebe Vio, giovane atleta veneta paraolimpica e protagonista di straordinari trionfi sportivi internazionali nella scherma, l’ho conosciuta grazie all’interessamento del dottor Gianfranco Lamberti, fisiatra presso la neuroriabilitazione e la medicina riabilitativa di Fossano. Mi ha messo in contatto con la madre di Bebe, originaria di Borgo San Dalmazzo, per contattare a mia volta l’officina ortopedica di Budrio dove a sua figlia erano state fatte le protesi. Ci sono andato ed è iniziato un altro capitolo della mia vita! Bebe l’ho poi incontrata a Roma, ai “Giochi senza barriere”. Sia Nicola, sia Bebe, mi hanno aiutato a credere nelle mie forze, nella mia volontà, nella mia innata voglia di vivere e di sognare. Nell’arco della mia vita post incidente ho conosciuto molti altri esempi di vita che mi hanno aiutato a credere sempre in me stesso e a non mollare mai perchè tutto è possibile, basta volerlo.
I sogni veri si costruiscono con gli ostacoli?
Sì, perchè altrimenti non si trasformerebbero in progetti di vita, ma resterebbero sogni. Dopo l’incidente di cui sono stato vittima, ho coltivato i miei sogni ancora più di prima. Ho sempre avuto il sogno di proseguire l’attività dei miei, cioè un’azienda agricola con allevamento di vacche e di pecore, perchè lo sento il mio mondo. Mi sono iscritto alla Facoltà universitaria di Agraria a Grugliasco e frequento le lezioni. Viaggio sulla mia auto appositamente attrezzata per essere autonomo. Amo lo sport che pratico, la pallanuoto, perchè è una bella realtà e gareggio in una squadra diventata la mia seconda famiglia. Pratico altri sport come il sitting volley e sono alla continua ricerca di nuovi sport e nuove realtà. Mi piace anche camminare sui sentieri di montagna perchè per me è un beneficio psico fisico e mi fa tornare a quando ero ragazzino e passavo gran parte dell’estate in alpeggio con il nonno e gli zii.
Come ha conosciuto il mondo della pallanuoto che ora è il suo sport?
Grazie a Orazio Tallarita, amputato all’arto inferiore destro e a Andrea Gallone, amputato all’arto superiore sinistro che mi hanno aperto un mondo nuovo. Ora per me questo sport è una palestra di vita. Si impara a stare insieme, si stringono amicizie, si condivide la fatica. A Cuneo ho avuto come allenatore Paolino Christian e manager Mattia Marchisio, un vero campione di handbike che alle paraolimpiadi di Londra del 2012 ha conquistato la medaglia d’argento in staffetta con il grande Alex Zanardi e Vittorio Podestà. Siamo andati anche a Napoli e ci siamo classificati primi in Italia! Consiglio vivamente la pratica di questo sport a chi ha problemi come i miei: è un toccasana per chiunque, sia con difficoltà che non.
Lei spesso è invitato a parlare della sua esperienza nelle scuole.
Vado nelle scuole, anche di altre province per dimostrare che tutto è possibile, basta volerlo. Gli allievi mi rivolgono molte domande attinenti alla mia disabilità e non solo. Spesso vado a parlare con lo scrittore Nicola Pettorino da me conosciuto attraverso la moglie infermiera che mi ha seguito.
Se dovesse partire per una lunga trasferta con la sua squadra di pallanuoto, che cosa metterebbe nello zaino?
La prima cosa è un oggetto per me fondamentale: un cacciavite per le mie protesi se dovesse succedere un imprevisto e poi il carica batteria per il ginocchio. Prima il carica batteria lo usavo solamente per il mio cellulare, ora mi è indispensabile per il funzionamento delle protesi che mi permettono di camminare! Poi un libro, calotta, costume e la cuffia per le mie canzoni preferite.
Quale messaggio lascia ai suoi coetanei?
Non mollate mai! La vita è un dono prezioso e bisogna averne cura. Io ho festeggiato da poco il quinto anniversario dell’incidente perchè è da lì che sono ripartito. E ricordatevi: non è mai finita finchè non lo decidi tu!