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13 luglio 2026

editoriale

Lo stretto legame con la protezione dalle pestilenze dell’iconografia cuneese di San Lazzaro mendicante

05 febbraio 2023

Cuneo

1-San Lazzaro mendicante Affresco Prima metà XVI secolo Fig. 1 - San Lazzaro mendicante: Affresco; Prima metà XVI secolo (1530 ca.); Bottega di Pasquale Oddone; Cappella di San Rocco; Brossasco. San Lazzaro mendicante, da distinguersi dal San Lazzaro invece risuscitato da Gesù a Magdala, è il protagonista di una parabola riportata e attribuita a Gesù di Nazareth dal Vangelo di Luca. A questa figura la Legenda aurea non dedica però un capitolo specifico, ma più semplicemente la richiama evocandone appunto la parabola nel capitolo dedicato a San Giovanni apostolo ed evangelista. Ed è proprio a lui che Iacopo da Varazze la fa ricordare nel contesto di un ammonimento a due giovani che, affascinati dalla predicazione del discepolo prediletto di Gesù, dopo aver venduto i loro beni e averli dati ai poveri avevano deciso di seguirlo. Avendo però San Giovanni intuito un loro ripensamento al riguardo, dopo essersi fatto portare alcune pietre raccolte sulla riva del mare, le mutò in oro e gemme preziose, dicendo ai due giovani: “Andatevene e ricompratevi le vostre terre: ormai avete perso la ricompensa del cielo. Andate, fate fruttare le vostre ricchezze e marcirete in eterno; siate ricchi in questo mondo e mendicherete in eterno”. Ed è a questo punto che l’evangelista, quasi a supportare la durezza con cui stava cacciando i due giovani, “raccontò la parabola del ricco epulone, che Dio respinse, e del povero Lazzaro, che Dio volle accanto a sé”. Un racconto che si sarebbe rivelato di grande efficacia e che, alla fine, avrebbe indotto i due giovani a tornare sui loro passi, fino a “gettarsi ai piedi dell’apostolo, chiedendo misericordia” e, dopo un periodo di penitenza, ottenendola. “C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe”. Così prende il via la parabola che, riportata da San Luca nel suo vangelo, divenne nella predicazione medievale uno dei riferimenti costanti delle omelie dedicate a invitare a non fare affidamento sulla ricchezza, scegliendo invece di incamminarsi sulla via della povertà e della sobrietà. Ed è forse questa immagine di un mendicante seduto alla porta quella a cui ha inteso dare forma la scuola di Pascale Oddone, nella prima metà del XVI secolo, sulla facciata della cappella di San Rocco a Brossasco (Fig. 1). Il personaggio rappresentato, la cui identità è inequivocabilmente dettata dal nome che in latino lo indica come “San Lazzaro”, unisce il tratto del mendicante a quello del malato. Se infatti la sua posa, che lo vede seduto a terra, richiama la prima delle due figure, il suo corpo ricoperto di pustole purulente evoca invece il secondo. Così come il leggero vestito che indossa e la cuffia che gli avvolge il capo rimanda non solo alla figura dell’infermo, ma a quello degli appestati che, durante le epidemie, venivano raccolti nei lazzaretti allo scopo di evitare che si trasformassero in involontari veicoli di trasmissione della malattia. Per comprendere la ragione di questa identificazione di San Lazzaro non solo con un mendicante, ma anche con un appestato – sebbene la sua figura sia esclusivamente legata alla narrazione evangelica e non abbia alcuna concretezza storica – occorre tenere conto del simbolo in cui egli si è trasformato: e cioè in emblema della povertà e della sofferenza accettata con rassegnazione e senza mai perdere la fiducia in Dio. È proprio questa fiducia infatti, solidamente mantenuta da San Lazzaro per tutta la vita, che nella parabola gli valse la ricompensa divina: “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo”. Sarà allora questa correlazione tra la povertà e il dolore accettati con pazienza durante la vita e la ricchezza della ricompensa eterna ricevuta da Dio che trasformerà San Lazzaro nel protettore dei lebbrosi e, conseguentemente, degli appestati. Un ruolo sintetizzato anche dalla specie di sonaglio di legno che, in questa specifica immagine (Fig. 2), il santo tiene nella mano sinistra e che di lui in molte sue rappresentazioni si trasforma nel suo stesso simbolo iconografico. Questo strumento, peraltro, non rimanda affatto alla parabola evangelica, ma piuttosto alla figura concreta dei lebbrosi. Essi infatti, per segnalare la loro presenza, evitando così contatti pericolosi a coloro che incontravano sul loro cammino, usavano appunto questo sonaglio che, agitato, suonato o sfregato, produce rumore, fungendo così da segnale di avvertimento.  Fig. 2 - San Lazzaro mendicante; Affresco (particolare); Prima metà XVI secolo (1530 ca.); Bottega di Pasquale Oddone; Cappella di San Rocco; Brossasco.   Apparirà dunque naturale, in questo senso, il fatto che la precedente iconografia di San Lazzaro sia inserita a Brossasco in una cappella dedicata a San Rocco, altro santo implorato durante le pestilenze, e sia posto sulla sua facciata in una posizione simmetrica a San Giobbe, personaggio veterotestamentario noto per la sua estrema pazienza di fronte alla sofferenza. Una pazienza ben evidenziata dalle piaghe infettanti che ricoprono per intero la pelle del corpo dell’immagine di San Lazzaro dipinto nell’affresco del XV secolo attribuito a Rufino di Alessandria e inserito nella decorazione della Pieve di Santa Maria in Bredolo nella frazione di Breolungi a Mondovì (Fig. 3). In questo caso il santo viene rappresentato non seduto, bensì in piedi, appoggiato ad un bastone che sembra sorreggerne l’andatura incerta. Del tutto assente è anche il copricapo che, nell’affresco di Brossasco, lo connotava come un malato. Analogamente il suo volto, anziché distinguersi per la corta barba, appare invece qui reso quasi autorevole, nonostante la miserrima condizione in cui si trova, da una barba grigia e lunga, del tutto in sintonia coi capelli che gli scendono sulle spalle. In questo caso tuttavia la lebbra, che nel precedente affresco aveva invaso anche il viso del santo, lascia quest’ultimo indenne dal suo espandersi purulento, per trasformarlo invece in un volto reso luminoso dall’aureola che circonfonde il suo capo e la cui espressione è sintetizzata dalla vitalità degli occhi con cui guarda intensamente i fedeli che si rivolgono a lui. 3 San Lazzaro mendicante Affresco XV secolo Fig. 3 - San Lazzaro mendicante; Affresco; XV secolo; Attribuito a Rufino di Alessandria; Pieve di Santa Maria in Bredolo; Mondovì -Breolungi.    La parabola narrata da Luca, come è noto, racconta del ricco epulone che “stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura”. Ma la risposta di Abramo è perentoria: “Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi”. Ed è questa distanza che traspare dall’immagine di San Lazzaro affrescata nella controfacciata della Chiesa di San Fiorenzo a Bastia Mondovì (Fig. 4).  4 San Lazzaro mendicante Affresco Seconda metà XV secolo Fig. 4 - San Lazzaro mendicante: Affresco; Seconda metà XV secolo (1472); Pittore ignoto; Chiesa di San Fiorenzo; Bastia Mondovì. Sebbene cioè il suo corpo e addirittura il suo volto sembrino continuare ad apparire preda della terribile malattia che in vita lo ha colpito, e parallelamente egli continui a tenere nella mano destra il sonaglio che ne connota l’identità e nella sinistra il bastone che durante la sua vicenda terrena ne ha accompagnato i passi, in realtà egli sembra ormai proiettato nella nuova dimensione che Dio gli ha riservato: quella cioè di chi, avendo sofferto e sopportato con pazienza il dolore che lo ha devastato, si vede ora concessa una ricompensa destinata a durare per l’eternità. E che è ben espressa dalla cornice luminosa che avvolge San Lazzaro e che sembra sul punto di prevalere definitivamente sul buio da cui la sua figura emerge. (XV - continua)
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