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11 luglio 2026

editoriale

Commercio di beni usati: le potenzialità ed alcune criticità

29 gennaio 2023

Cuneo

negozio dell'usato Tra le nuove tendenze che si stanno affermando, c’è anche il “Re-commerce” (letteralmente, “ri-commercio”), cioè la compravendita di beni di seconda mano. Sembra una novità, ma in molti avevano e continuano ad avere una certa familiarità con il mercato e i mercatini dell’usato. Come ogni processo, anche la nuova popolarità di cui gode il commercio di beni usati va osservato e compreso, per intuirne le potenzialità e anche eventuali criticità. In sé, la notizia non può che essere positiva, così come si può accogliere con soddisfazione la circostanza che l’acquisto di beni usati stia attraendo l’attenzione di giovani o giovanissimi. Pare, infatti, che i nostri ragazzi si stiano avvicinando con convinzione a questo tipo di mercato, come già da tempo capita con i loro coetanei del Nord Europa e degli Stati Uniti. Detto questo, occorre però affrontare anche altre considerazioni. Il lodevolissimo ritorno all’usato, se generalizzato, rischia infatti di provocare non pochi problemi ad alcuni settori dell’industria manufatturiera e al commercio al dettaglio, con tutto quanto ne consegue anche in termini di gettito fiscale e di occupazione. Un calo delle vendite, infatti, da un lato significa meno imposte per lo Stato e, dall’altro, rischia di tradursi in una (ulteriore) contrazione della domanda ai danni degli esercizi commerciali di prossimità. Evidentemente, bisogna allargare lo sguardo per osservare le dinamiche di spesa, di risparmio e di investimento nel loro complesso. Negli anni della parsimonia virtuosa, in famiglia e tra amici si “passavano” i vestiti dismessi dai bambini diventati più grandi. Questo avveniva sia perché era giusto fare così, sia perché, in questo modo, si mettevano da parte i soldi necessari per acquistare una casa, pagare gli studi ai figli oppure dare loro una mano quando arrivava il momento dell’indipendenza. Il risparmio e il ri-utilizzo erano inseriti in un percorso coerente e orientato al futuro e trovavano un senso in un’autentica solidarietà intergenerazionale. Oggi, le cose paiono diverse. Quelle persone che sono attratte dall’usato, talvolta, sono le stesse che comprano il monopattino elettrico e lasciano la bicicletta a casa, oppure che possiedono più abbonamenti di TV a pagamento, o che cambiano cellulare con notevole frequenza, o che consumano voracemente applicazioni per smartphone apparentemente “gratis” ma che, in realtà, propongono (con successo) servizi “premium” a pagamento. Discorso ancora più delicato e complesso riguarda poi l’impiego del risparmio in investimenti che non costruiscono e che, in ogni caso, attraggono e assorbono risorse. Estremizzando il discorso, risparmiare su vestiti, scarpe, mobili e soprammobili per acquistare azioni di imprese di cui nulla si sa, non ha nulla di virtuoso perché non rappresenta altro che uno spostamento di risorse da un determinato settore economico (nell’esempio, strategico per il nostro paese e per il nostro territorio) per dirottarle verso attività speculative che nulla hanno a che fare con uno sviluppo sano ed equilibrato. Lo smarrimento di uno sguardo di insieme può essere fuorviante, pericoloso e snaturare una buona prassi come agli acquisti responsabili. Quello di cui c’è realmente bisogno, quindi, è una sana ridefinizione delle priorità di impiego delle risorse. In una economia circolare correttamente intesa, questo non può prescindere dal sostegno all’imprenditoria e al commercio locali. Ben vengano, quindi, le ritrovate buone abitudini, ma con l’attenzione che merita tutto l’ecosistema produttivo. Il riorientamento dei consumi verso l’usato deve essere accompagnato da scelte di investimento che supportino l’economia locale e non i soliti, già ricchissimi, noti. C’è bisogno di un nuovo patto di fiducia tra le famiglie, le imprese, il sistema bancario e l’operatore pubblico. Se, infatti, è bene che le famiglie vadano verso stili di vita più sobri, è necessario che il sistema bancario si faccia parte attiva nel proporre fini di investimento autenticamente generativi e a sostegno dell’imprenditoria e del commercio locali. Per parte sua, l’operatore pubblico deve sostenere questo passaggio concentrando le risorse verso infrastrutture e servizi a beneficio delle famiglie e delle imprese del territorio. In sintesi, il tema è sempre lo stesso: senza una visione comunitaria e in prospettiva non si va molto lontano.  
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