editoriale
Papa Ratzinger - Foto Siciliani-Gennari/SIR
Benedetto XVI, fin dagli inizi del suo pontificato, è stato bollato come un papa conservatore. Questo giudizio nasce dal ruolo che Joseph Ratzinger, da cardinale e per volere di Giovanni Paolo II, ha ricoperto nella guida della Congregazione della Dottrina della Fede. Un organismo ecclesiale che, per quanto riformato da Paolo VI nel 1965, resta l’erede della Santa Inquisizione e del Sant’Uffizio, condividendo con questi ultimi il compito di correggere le interpretazioni teologiche della fede cristiana ritenute difformi dalla dottrina apostolica. Questo compito, svolto da Ratzinger con tedesca acribia, non tardò a tradursi in prese di posizione piuttosto nette. Così sul piano teorico, quanto alla teologia della liberazione e alla teologia politica, e sul piano pratico, quanto all’aborto e all’omosessualità, per limitarsi a qualche esempio, il futuro papa sposò la linea dell’intransigenza, guadagnandosi ben presto l’appellativo di panzerkardinal.
Questo cardinale conservatore, solo pochi decenni prima, veniva considerato un teologo progressista. Professore di dogmatica presso l’Università di Ratisbona, in qualità prima di consultore teologico dell’arcivescovo di Colonia e poi di perito conciliare dell’intera assemblea, ebbe un ruolo piuttosto rilevante nell’indirizzare il Concilio Vaticano II verso un esito inatteso: riconsiderare cioè le posizioni ecclesiali in un’ottica di apertura ad una società ormai alle prese con un sempre più manifesto processo di secolarizzazione.
Un’apertura, quella di Ratzinger, confermata anche dalla sua partecipazione in quegli anni alla rivista Concilium: quella su cui scrivevano Kung, Rahner, Metz. Teologi progressisti che, all’epoca, il futuro papa difese apertamente dall’accusa di voler alterare la dottrina cristiana: «La parte prevalente dei teologi etichettati come progressisti - scrisse in quegli anni - aspira semplicemente a un ritorno alla ricchezza della Tradizione cristiana».
Di fronte agli smottamenti registratisi nella Chiesa a seguito del Vaticano II, le posizioni di Ratzinger mutarono però di segno e vennero via via irrigidendosi. E il segnale, ancor prima della sua nomina ad arcivescovo di Monaco, fu proprio il suo distacco dalla rivista Concilium per fondare, insieme a Danielou e von Balthasar, Communio. Una nuova rivista che, prendendo le distanze dall’attenzione al contemporaneo di Concilium, intendeva assumere come caposaldo del futuro della Chiesa proprio la Tradizione. E fu proprio in questa prospettiva che Ratzinger visse prima il suo ruolo di Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e poi quello di papa. Non senza, proprio per questa ragione, venire salutato dai media come “il pastore tedesco” e vedere il suo pontificato giudicato, da chi aveva sperato nel Concilio Vaticano II come radicale cambio di passo del rapporto tra Chiesa e mondo, alla stregua di “una porta sbattuta in faccia alla modernità”.
Eppure qualcosa del Ratzinger “progressista” - per usare le inadeguate categorie correnti - nel “conservatore” Benedetto XVI deve essere rimasto. A provarlo è proprio la sua scelta, comunicata il 28 febbraio 2013, di dimettersi da pontefice: “Per governare la barca di San Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo sia dell’animo. Vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma”. Una presa d’atto destinata a strappare la figura del Papa alla ieraticità che per secoli l’ha avvolta, restituendola al suo essere semplicemente un uomo impegnato in un servizio ecclesiale dal quale, laddove in coscienza ritenga sia giunto il momento, può serenamente dimettersi. Un guizzo finale, l’ultima scelta di Benedetto XVI, davvero rivoluzionario.
Quel guizzo rivoluzionario di papa Joseph Ratzinger
15 gennaio 2023
Cuneo
Papa Ratzinger - Foto Siciliani-Gennari/SIR
Benedetto XVI, fin dagli inizi del suo pontificato, è stato bollato come un papa conservatore. Questo giudizio nasce dal ruolo che Joseph Ratzinger, da cardinale e per volere di Giovanni Paolo II, ha ricoperto nella guida della Congregazione della Dottrina della Fede. Un organismo ecclesiale che, per quanto riformato da Paolo VI nel 1965, resta l’erede della Santa Inquisizione e del Sant’Uffizio, condividendo con questi ultimi il compito di correggere le interpretazioni teologiche della fede cristiana ritenute difformi dalla dottrina apostolica. Questo compito, svolto da Ratzinger con tedesca acribia, non tardò a tradursi in prese di posizione piuttosto nette. Così sul piano teorico, quanto alla teologia della liberazione e alla teologia politica, e sul piano pratico, quanto all’aborto e all’omosessualità, per limitarsi a qualche esempio, il futuro papa sposò la linea dell’intransigenza, guadagnandosi ben presto l’appellativo di panzerkardinal.
Questo cardinale conservatore, solo pochi decenni prima, veniva considerato un teologo progressista. Professore di dogmatica presso l’Università di Ratisbona, in qualità prima di consultore teologico dell’arcivescovo di Colonia e poi di perito conciliare dell’intera assemblea, ebbe un ruolo piuttosto rilevante nell’indirizzare il Concilio Vaticano II verso un esito inatteso: riconsiderare cioè le posizioni ecclesiali in un’ottica di apertura ad una società ormai alle prese con un sempre più manifesto processo di secolarizzazione.
Un’apertura, quella di Ratzinger, confermata anche dalla sua partecipazione in quegli anni alla rivista Concilium: quella su cui scrivevano Kung, Rahner, Metz. Teologi progressisti che, all’epoca, il futuro papa difese apertamente dall’accusa di voler alterare la dottrina cristiana: «La parte prevalente dei teologi etichettati come progressisti - scrisse in quegli anni - aspira semplicemente a un ritorno alla ricchezza della Tradizione cristiana».
Di fronte agli smottamenti registratisi nella Chiesa a seguito del Vaticano II, le posizioni di Ratzinger mutarono però di segno e vennero via via irrigidendosi. E il segnale, ancor prima della sua nomina ad arcivescovo di Monaco, fu proprio il suo distacco dalla rivista Concilium per fondare, insieme a Danielou e von Balthasar, Communio. Una nuova rivista che, prendendo le distanze dall’attenzione al contemporaneo di Concilium, intendeva assumere come caposaldo del futuro della Chiesa proprio la Tradizione. E fu proprio in questa prospettiva che Ratzinger visse prima il suo ruolo di Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e poi quello di papa. Non senza, proprio per questa ragione, venire salutato dai media come “il pastore tedesco” e vedere il suo pontificato giudicato, da chi aveva sperato nel Concilio Vaticano II come radicale cambio di passo del rapporto tra Chiesa e mondo, alla stregua di “una porta sbattuta in faccia alla modernità”.
Eppure qualcosa del Ratzinger “progressista” - per usare le inadeguate categorie correnti - nel “conservatore” Benedetto XVI deve essere rimasto. A provarlo è proprio la sua scelta, comunicata il 28 febbraio 2013, di dimettersi da pontefice: “Per governare la barca di San Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo sia dell’animo. Vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma”. Una presa d’atto destinata a strappare la figura del Papa alla ieraticità che per secoli l’ha avvolta, restituendola al suo essere semplicemente un uomo impegnato in un servizio ecclesiale dal quale, laddove in coscienza ritenga sia giunto il momento, può serenamente dimettersi. Un guizzo finale, l’ultima scelta di Benedetto XVI, davvero rivoluzionario.