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Don Michele, storia di una vita raccolta in unità

01 gennaio 2023

Cuneo

Don Michele Pellegrino “Il tempo per il Signore non esiste. Lui ha i suoi tempi e non conosce il tempo”. Don Michele Pellegrino, bovesano, è stato ordinato sacerdote il 10 dicembre scorso all’età di 72 anni nella chiesa di Ferrazzano, in provincia di Campobasso e celebrerà la sua prima Messa a Boves il 6 gennaio per la solennità dell’Epifania. In quelle parole di un amico vescovo, don Michele rilegge oggi la sua storia personale, storia di una vocazione nata a 10 anni con l’ingresso nel seminario di Cuneo, proseguita con gli studi a Roma, interrotta e poi ripresa dopo quarant’anni fino ad arrivare all’ordinazione sacerdotale di poche settimane fa. Un percorso con tante curve, ma senza mai abbandonare la strada e con almeno due punti di luce fondamentali, quelli che don Michele chiama le sue “scintille”. “La prima scintilla è scattata nella mia famiglia che definirei più che cristiana, con papà Giuseppe cattolico convinto che mise su una cooperativa edile per dare lavoro alla gente e mamma Caterina Martini, anche lei donna di intelligenza e fede. Noi siamo sette fratelli: Luigi, Martino, Anna Maria, io, Paolo, Angelo e Vincenzo, oltre ad una sorellina che nacque e morì nel 1955. Da bambino facevo il chierichetto, frequentavo l’oratorio e mi sembrò normale chiedere di entrare nel seminario a Cuneo dove ricevetti una formazione dimostratasi poi preziosa anche per gli studi successivi”. In terza liceo monsignor Tonetti cercava un seminarista da mandare a Roma al Collegio Capranica per conseguire la laurea in Teologia e Michele aveva tutte le carte in regola, così partì e vi rimase dal 1969 al 1973. “Erano anni difficili - riprende -, andavo nelle parrocchie romane a dare una mano ed ero ospitato in una di queste per una verifica della vocazione. Iniziai ad insegnare religione per mantenermi. Tutti i sabati c’erano cortei e proteste violente, erano gli anni del terrorismo. Anche la Chiesa era in fermento, con i gruppi di discussione, di revisione di vita, gli impegni sociali.  Poco per volta però mi allontanai, senza un motivo particolare e senza sbattere la porta. Fui preso dai miei studi che proseguii da laico, laureandomi in Filosofia e poi nell’attività di docenza. Insegnai per quarant’anni, con incarichi in scuole e località diverse dal 1973 al 2012”. E arriviamo alla seconda scintilla. “Era il 21 gennaio del 2012, Sant’Agnese. Incontrai in chiesa casualmente un sacerdote ex alunno del Capranica come me. Mi chiese che cosa facevo e poi la domanda secca: “Perché non si fa prete?”. Quelle parole, così chiare e concrete mi entrarono dentro, nessuno me lo aveva mai chiesto prima. Io vivevo la mia vita da cristiano, ero preside di una scuola, ma quando l’anno successivo andai in pensione continuai a pensarci. Tramite don Pietro, un amico sacerdote del Cammino Neocatecumenale, fui invitato a tenere dei corsi in uno dei loro seminari Redemptoris Mater a Copenaghen. Ricordo ancora che ricevetti la telefonata del rettore don Alviero quand’ero di passaggio a Boves, al termine di in incontro dell’associazione don Bernardi e don Ghibaudo. Gli inviti si ripeterono e così conobbi meglio la realtà del Cammino Neocatecumenale, una modalità di vita cristiana nelle parrocchie per laici e sacerdoti che parte dalla riscoperta del battesimo e di cui anch’io, da sei anni, ora faccio parte. Quest’incontro mi ha aiutato a concretizzare la strada del sacerdozio, chiudendo il cerchio anche grazie alla disponibilità del vescovo mons. Bregantini che dà spazio anche ai settantenni”. Che cosa significa per lei essere sacerdote? “Ho solo due settimane di sacerdozio… però posso dire che il Signore ti chiama secondo i suoi tempi e ti dà tutte le grazie necessarie. È il Mistero della Chiesa che non verrà mai meno, di questo siamo certi perché ce l’ha promesso direttamente Gesù Cristo. È la grazia di Dio che vale anche per chi è sposato, nonostante i problemi che arrivano a tutti”. La preghiera serve? “Certo. Nel 2013 feci il mio primo viaggio a Schondorf come traduttore dal tedesco per l’associazione Don Bernardi e don Ghibaudo. Mi presi l’impegno di pregare tutti i giorni il Signore perché mandasse sacerdoti a Boves e a Schordorf. Direi proprio che la preghiera è stata efficace con me”. Lei ha come fratello anche un sacerdote, don Martino. “È una grazia in più. Abbiamo fatto il seminario insieme per anni e io l’ho sempre visto molto convinto. Lui è prete da 51 anni”. Come descriverebbe oggi la sua vita? “A me è successo di accorgermi di vedere i fili di tutta la vita che si collegavano. Questo mi ha “riscattato” come significato, dai primi anni di vita, l’adolescenza, la giovinezza fino ad oggi. Erano i fili di una vocazione sopita, che si è risvegliata. Sono riconoscente perché oggi la mia storia si raccoglie in unità. Il Signore non abbandona mai nessuno: questo vale per tutti, non solo per i preti. Non siamo un’isola e ognuno è prezioso, non bisogna credere all’individualismo del soggetto, senza radici e senza storia”. Cosa farà adesso? “Il vice parroco nella Diocesi in cui sono incardinato, il docente e sarò a servizio della comunità locale del Cammino Neocatecumenale”. Un augurio ai bovesani. “Vorrei che Boves mantenesse la sua fisionomia di paese cristiano che i nostri genitori ci hanno trasmesso come patrimonio di fede, ma che oggi guardandoci intorno sembra un po’ persa. Auguro a tutti di ritrovare la visione cristiana della vita, l’entusiasmo e la fedeltà, partendo dalla preghiera in famiglia e dal rosario. La beatificazione di don Giuseppe e don Mario porti a Boves una linfa nuova, faccia da parafulmine al paese e ci doni nuovi sacerdoti. Possiamo puntare su due beati, presto santi”.
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