Ben prima che l’ONU nel 1981 istituisse la giornata internazionale della pace, fissandola prima al 7 settembre di ogni anno e successivamente al 21 dello stesso mese, papa Paolo VI nel 1968 aveva ritenuto opportuno richiamare la chiesa a riflettere su questo tema il primo giorno di ogni nuovo anno. La prima giornata mondiale della pace venne così celebrata nella fase clou della guerra del Vietnam, in un momento nel quale alla retorica della trattativa faceva da contrappunto un’escalation di feroci bombardamenti americani. Non stupisce dunque che, in quell’occasione, proprio su questa ambiguità si soffermi il messaggio di papa Montini: “La pace non può essere basata su una falsa retorica di parole, bene accette perché rispondenti alle profonde e genuine aspettative degli uomini, ma che possono anche servire a nascondere il vuoto di vero spirito e di reali intenzioni di pace, se non addirittura a coprire sentimenti e azioni di sopraffazione o interesse di parte”.
Sono passati oltre cinquant’anni dal momento in cui queste parole sono state scritte. E, se la guerra del Vietnam è finita, la giornata mondiale della pace del 2023 ha di fronte a sé una nuova guerra, fattasi più prossima e alimentata - dall’interno e dall’esterno - con azioni di deterrenza delle quali ci viene esaltata da mesi la capacità di indurre le forze in campo alla pace. Di una pace effettiva, imminente o a medio termine che sia, non c’è però traccia. Putin infatti, alle prese con un’azione militare che presunta come rapida ha subito un inatteso prolungamento, sta sfruttando “il generale inverno” per cercare di riposizionare le sue ormai malconce truppe. Zelenskji invece, dal canto suo, non ha esitato ad intraprendere un viaggio negli USA mirato a ottenere - perlomeno nelle sue intenzioni - missili balistici tattici capaci di attaccare in profondità il territorio russo. Dichiarando ovviamente, l’uno e l’altro, la volontà di trattare. A condizioni tuttavia inaccettabili per la parte avversa.
Come spesso accade in questi casi, la colpa della mancata trattativa è sempre dell’avversario: “Non abbiamo altra scelta - ha affermato Putin in una recente intervista - che proteggere i nostri cittadini. Siamo però pronti a trattare con tutti gli attori coinvolti nel conflitto in Ucraina su alcuni punti accettabili. Ma dipende da loro, in quanto non siamo noi a rifiutare i negoziati, bensì loro”. Immediata la replica di Mykhailo Podolyak, consigliere presidenziale ucraino che ha subito twittato: “Vladimir Putin ha bisogno di tornare alla realtà. È la Russia a non volere i negoziati e a cercare di evitare responsabilità’’. Nessuno, ovviamente, vuole la guerra, ma la guerra divampa e, col passare del tempo, sembra addirittura acuirsi e incancrenirsi. Non senza essere avvolta, in ogni sua fase, da parole di circostanza volte a proclamare l’intento di ciascuna delle parti in causa di perseguire la pace e di lavorare concretamente per essa.
Ad essere parte in causa, in questa guerra, non sono però soltanto le due nazioni coinvolte. Ormai è evidente che, da una parte e dall’altra, c’è un sistema di interessi geopolitici ed economici che si sta contrapponendo e che farà durare il conflitto fino a quando sarà funzionale a questi stessi interessi. Da una parte dunque la Nato, in solidum e nei suoi singoli componenti, continua a fornire armi e risorse all’Ucraina, considerandola come un baluardo della democrazia a dispetto della “normalizzazione” dell’informazione messa in atto da Zelenskji. Dall’altra la Cina, il cui presidente Xi Jinping non ha esitato a dichiarare di “non fornire armi alla Russia”, proprio la scorsa settimana ha dato vita ad un’esercitazione navale congiunta tra le sue forze armate e quelle russe. Un coacervo di interessi sotto il quale giorno dopo giorno - complice anche la “falsa retorica di parole” che auspicano la pace - la vita di decine di persone viene sopraffatta e soppressa.
editoriale
Ben prima che l’ONU nel 1981 istituisse la giornata internazionale della pace, fissandola prima al 7 settembre di ogni anno e successivamente al 21 dello stesso mese, papa Paolo VI nel 1968 aveva ritenuto opportuno richiamare la chiesa a riflettere su questo tema il primo giorno di ogni nuovo anno. La prima giornata mondiale della pace venne così celebrata nella fase clou della guerra del Vietnam, in un momento nel quale alla retorica della trattativa faceva da contrappunto un’escalation di feroci bombardamenti americani. Non stupisce dunque che, in quell’occasione, proprio su questa ambiguità si soffermi il messaggio di papa Montini: “La pace non può essere basata su una falsa retorica di parole, bene accette perché rispondenti alle profonde e genuine aspettative degli uomini, ma che possono anche servire a nascondere il vuoto di vero spirito e di reali intenzioni di pace, se non addirittura a coprire sentimenti e azioni di sopraffazione o interesse di parte”.
Sono passati oltre cinquant’anni dal momento in cui queste parole sono state scritte. E, se la guerra del Vietnam è finita, la giornata mondiale della pace del 2023 ha di fronte a sé una nuova guerra, fattasi più prossima e alimentata - dall’interno e dall’esterno - con azioni di deterrenza delle quali ci viene esaltata da mesi la capacità di indurre le forze in campo alla pace. Di una pace effettiva, imminente o a medio termine che sia, non c’è però traccia. Putin infatti, alle prese con un’azione militare che presunta come rapida ha subito un inatteso prolungamento, sta sfruttando “il generale inverno” per cercare di riposizionare le sue ormai malconce truppe. Zelenskji invece, dal canto suo, non ha esitato ad intraprendere un viaggio negli USA mirato a ottenere - perlomeno nelle sue intenzioni - missili balistici tattici capaci di attaccare in profondità il territorio russo. Dichiarando ovviamente, l’uno e l’altro, la volontà di trattare. A condizioni tuttavia inaccettabili per la parte avversa.
Come spesso accade in questi casi, la colpa della mancata trattativa è sempre dell’avversario: “Non abbiamo altra scelta - ha affermato Putin in una recente intervista - che proteggere i nostri cittadini. Siamo però pronti a trattare con tutti gli attori coinvolti nel conflitto in Ucraina su alcuni punti accettabili. Ma dipende da loro, in quanto non siamo noi a rifiutare i negoziati, bensì loro”. Immediata la replica di Mykhailo Podolyak, consigliere presidenziale ucraino che ha subito twittato: “Vladimir Putin ha bisogno di tornare alla realtà. È la Russia a non volere i negoziati e a cercare di evitare responsabilità’’. Nessuno, ovviamente, vuole la guerra, ma la guerra divampa e, col passare del tempo, sembra addirittura acuirsi e incancrenirsi. Non senza essere avvolta, in ogni sua fase, da parole di circostanza volte a proclamare l’intento di ciascuna delle parti in causa di perseguire la pace e di lavorare concretamente per essa.
Ad essere parte in causa, in questa guerra, non sono però soltanto le due nazioni coinvolte. Ormai è evidente che, da una parte e dall’altra, c’è un sistema di interessi geopolitici ed economici che si sta contrapponendo e che farà durare il conflitto fino a quando sarà funzionale a questi stessi interessi. Da una parte dunque la Nato, in solidum e nei suoi singoli componenti, continua a fornire armi e risorse all’Ucraina, considerandola come un baluardo della democrazia a dispetto della “normalizzazione” dell’informazione messa in atto da Zelenskji. Dall’altra la Cina, il cui presidente Xi Jinping non ha esitato a dichiarare di “non fornire armi alla Russia”, proprio la scorsa settimana ha dato vita ad un’esercitazione navale congiunta tra le sue forze armate e quelle russe. Un coacervo di interessi sotto il quale giorno dopo giorno - complice anche la “falsa retorica di parole” che auspicano la pace - la vita di decine di persone viene sopraffatta e soppressa.
Quando “una falsa retorica delle parole” nasconde “sopraffazione e interessi di parte”
30 dicembre 2022
Cuneo
Ben prima che l’ONU nel 1981 istituisse la giornata internazionale della pace, fissandola prima al 7 settembre di ogni anno e successivamente al 21 dello stesso mese, papa Paolo VI nel 1968 aveva ritenuto opportuno richiamare la chiesa a riflettere su questo tema il primo giorno di ogni nuovo anno. La prima giornata mondiale della pace venne così celebrata nella fase clou della guerra del Vietnam, in un momento nel quale alla retorica della trattativa faceva da contrappunto un’escalation di feroci bombardamenti americani. Non stupisce dunque che, in quell’occasione, proprio su questa ambiguità si soffermi il messaggio di papa Montini: “La pace non può essere basata su una falsa retorica di parole, bene accette perché rispondenti alle profonde e genuine aspettative degli uomini, ma che possono anche servire a nascondere il vuoto di vero spirito e di reali intenzioni di pace, se non addirittura a coprire sentimenti e azioni di sopraffazione o interesse di parte”.
Sono passati oltre cinquant’anni dal momento in cui queste parole sono state scritte. E, se la guerra del Vietnam è finita, la giornata mondiale della pace del 2023 ha di fronte a sé una nuova guerra, fattasi più prossima e alimentata - dall’interno e dall’esterno - con azioni di deterrenza delle quali ci viene esaltata da mesi la capacità di indurre le forze in campo alla pace. Di una pace effettiva, imminente o a medio termine che sia, non c’è però traccia. Putin infatti, alle prese con un’azione militare che presunta come rapida ha subito un inatteso prolungamento, sta sfruttando “il generale inverno” per cercare di riposizionare le sue ormai malconce truppe. Zelenskji invece, dal canto suo, non ha esitato ad intraprendere un viaggio negli USA mirato a ottenere - perlomeno nelle sue intenzioni - missili balistici tattici capaci di attaccare in profondità il territorio russo. Dichiarando ovviamente, l’uno e l’altro, la volontà di trattare. A condizioni tuttavia inaccettabili per la parte avversa.
Come spesso accade in questi casi, la colpa della mancata trattativa è sempre dell’avversario: “Non abbiamo altra scelta - ha affermato Putin in una recente intervista - che proteggere i nostri cittadini. Siamo però pronti a trattare con tutti gli attori coinvolti nel conflitto in Ucraina su alcuni punti accettabili. Ma dipende da loro, in quanto non siamo noi a rifiutare i negoziati, bensì loro”. Immediata la replica di Mykhailo Podolyak, consigliere presidenziale ucraino che ha subito twittato: “Vladimir Putin ha bisogno di tornare alla realtà. È la Russia a non volere i negoziati e a cercare di evitare responsabilità’’. Nessuno, ovviamente, vuole la guerra, ma la guerra divampa e, col passare del tempo, sembra addirittura acuirsi e incancrenirsi. Non senza essere avvolta, in ogni sua fase, da parole di circostanza volte a proclamare l’intento di ciascuna delle parti in causa di perseguire la pace e di lavorare concretamente per essa.
Ad essere parte in causa, in questa guerra, non sono però soltanto le due nazioni coinvolte. Ormai è evidente che, da una parte e dall’altra, c’è un sistema di interessi geopolitici ed economici che si sta contrapponendo e che farà durare il conflitto fino a quando sarà funzionale a questi stessi interessi. Da una parte dunque la Nato, in solidum e nei suoi singoli componenti, continua a fornire armi e risorse all’Ucraina, considerandola come un baluardo della democrazia a dispetto della “normalizzazione” dell’informazione messa in atto da Zelenskji. Dall’altra la Cina, il cui presidente Xi Jinping non ha esitato a dichiarare di “non fornire armi alla Russia”, proprio la scorsa settimana ha dato vita ad un’esercitazione navale congiunta tra le sue forze armate e quelle russe. Un coacervo di interessi sotto il quale giorno dopo giorno - complice anche la “falsa retorica di parole” che auspicano la pace - la vita di decine di persone viene sopraffatta e soppressa.