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Lucia: la vita quando non c’era la lavatrice e i bucati li facevamo nelle ‘bialere’

18 novembre 2022

Cuneo

Lucia Sorasso Lucia Sorasso è nata il 28 giugno 1935 a Barge: “Mia mamma era Maddalena. Mio padre Bartolomeo (il suo è stato l’ultimo funerale che hanno fatto a piedi, dalla Crociera fino ad Assarti, nell’agosto 1961) si era sposato tardi, a 50 anni. Non erano severi con noi quattro figli. Una mia sorella Domenica è già mancata. Quando era piccola, era andata a vivere con una zia che era sempre sola ed aveva le mucche, perché il marito era militare: e ha sempre vissuto con lei, fino a quando si era sposata. I miei lavoravano la terra, avevamo due mucche”. Ha conosciuto la povertà? Sì, ma il pane non è mai mancato, e la polenta anche: ne ho mangiata tanta! Poi il latte, e tante patate. La carne solo ogni tanto. Da bambina giocava tanto? Ho giocato poco, davo una mano in casa e a 13 anni sono andata a fare la ‘serventa’ vicino a Cavour, dove mi trattavano bene. Così portavo qualche soldo a casa.  Le scuole? Ho frequentato fino alla terza elementare, a Cappella Nuova di Barge. Ero in una pluriclasse e c’erano tanti bambini. La maestra era severa e una volta mi ha dato uno schiaffo, a me non piaceva studiare. Da bambina cosa sognava di fare? Non lo so, non ci pensavo! Quando ero affittata, avevo nostalgìa di casa ma i miei non venivano mai a trovarmi, perché non ero lontana. Per tornare a casa a Natale mi prestavano una bici, perché in famiglia i miei ne avevano solo una. Ricordo bene i topi che scorrazzavano nel granaio dove io dormivo, ma a me non facevano paura: il materasso era fatto con le foglie di granoturco. Una volta un topo mi è caduto sulla testa mentre dormivo e poi è scappato… Nella vita, che lavori ha fatto? Ho sempre lavorato la terra, all’inizio avevamo quattro mucche. Coltivavamo il grano, le patate, il mais: era pesante, tutti i lavori li facevamo a mano. Il più faticoso era il taglio del fieno, fatto a mano, sotto il sole cocente. Ma a me piaceva di più lavorare in campagna che stare a casa! La soddisfazione più grande? Lo stare all’aperto! E piantare la meliga e poi vederla crescere bene. A me poi piace fare il pane di campagna, ancora oggi cuociamo una infornata al mese, una ventina di ‘micche’ con il grano che coltiviamo. Per fare il pane buono, occorre anche capire bene come funziona il forno a legna. Suo marito come si chiamava? Francesco Benedetto era un mio vicino di casa, ma io non lo guardavo. Poi siamo stati fidanzati qualche mese e ci siamo sposati il 9 maggio 1956, davanti a don Mario Guglielmi, ad Assarti. Il pranzo dopo le nozze lo abbiamo fatto a casa, eravamo una decina ed il viaggio di nozze… nei prati di casa, il giorno dopo! C’era il fieno da tagliare. Ho tre figli: Pierino, Bruno e Franco e sono contenta di loro. La guerra? Arrivavano le SS e noi avevamo paura. Un giorno avevano ucciso un uomo per la strada: volevano nostro padre. Noi abbiamo risposto che non era arrivato a casa e loro hanno urlato: “Kaput!”. Mio padre invece c’era, ma si era nascosto in una ‘tampa’, con delle fascine sopra. Altri ricordi? Una volta sono arrivati i partigiani, sentivamo sparare vicino alle case e nel cuore della notte sono arrivati a bussare: “Non vi facciamo nulla di male, uno dei nostri è ferito”. Abbiamo portato un materasso in cucina, ci avevano detto che sarebbero tornati all’alba a prenderlo, invece sono arrivati solo alle dieci. E noi avevamo una paura terribile che arrivassero i tedeschi! Cosa pensa della guerra? È una cosa brutta e vederla oggi in televisione mi fa stare male, ma mi sento impotente. Ricordo anche quella mia vicina di casa che vendeva la carne in nero, i partigiani sono arrivati e l’hanno portata via (dopo averla invitata più volte a non farlo più). Erano in bici: “Ti portiamo al comando”. Poi in aperta campagna, in un luogo isolato, si sono fermati: lei si è messa ad urlare, ha capito che la sua fine era vicina e loro l’hanno uccisa. La vita di una volta? Non c’era la lavatrice e i bucati li facevamo nelle ‘bialere’ o con l’acqua del pozzo: che freddo alle mani, gelate nei mesi invernali! Perchè i guanti non c’erano ancora. C’erano meno comodità, ma in campagna allora tutti si aiutavano. Oggi vedi un motore e una persona sola nel campo, se incontri qualcuno ha sempre fretta e corre. E nei momenti del bisogno, la gente si aiuta di meno. Il mondo è cambiato in peggio. Cosa è importante per lei? La famiglia. Io sono cattolica, andavo sempre a Messa al paese facendo sei chilometri in bici, da una decina di anni ho smesso, perché sono vecchia… Prima di addormentarmi di sera recito sempre tutte le preghiere che mi hanno insegnato. Vivrebbe ancora un’altra volta? Sì, perché la vita mi piace. E amo tanto i fiori. Le piace il mare? L’ho visto solo una volta, a Savona e mi ha fatto effetto vedere tutta quell’acqua! Io non salirei mai su una barca. E poiché patisco l’auto, non ci sono mai più tornata.
Intervista Barge Lucia Sorasso