cuneo
L’intervento chirurgico è programmato per domani. Tutti gli esami preparatori sono stati eseguiti. All’improvviso la telefonata: l’intervento è rinviato. Il letto per il ricovero non è più disponibile, è stato destinato al ricovero urgente di un altro paziente.
Accade - è accaduto ripetutamente nei giorni scorsi - al Santa Croce.
I ricoveri sono tanti, troppi per essere gestiti con le insufficienti risorse umane e organizzative a disposizione. All’ospedale e al pronto soccorso di Cuneo arrivano da tutta la provincia e dalle strutture sanitarie e Rsa di un vasto territorio. Ma il personale è insufficiente, i letti sono diminuiti, la programmazione sanitaria fa acqua da tutte le parti. È venuto meno il filtro del territorio perché manca l’assistenza domiciliare. Basta una notte un po’ più complicata al pronto soccorso con un numero elevato di accessi trasformati in ricoveri e le operazioni chirurgiche programmate saltano anche poche ore prima del previsto intervento.
La sanità continua a manifestare disfunzioni anche nel dopo Covid, seppure in una situazione di controllo di contagi e ricoveri e di una organizzazione che riesce a supportare i cambiamenti repentini della pandemia, con la capacità di trasformare dall’oggi al domani, i letti ordinari in letti Covid con personale apposito.
Ma è l’organizzazione sanitaria generale, degli ospedali e del territorio, soprattutto il rapporto tra strutture e territorio, che ha bisogno di una profonda revisione, proprio alla luce di quanto è successo durante i due anni terribili delle ondate pandemiche.
Nelle settimane in cui la politica regionale si autopromuove con grandi annunci di traguardi e successi nell’abbattimento delle liste di attesa (dati che a Cuneo sono confermati con performance ancora migliori del resto del Piemonte), non sono pochi a lamentare la disdetta, anche all’ultimo minuto, di interventi programmati da tempo.
All’origine ci sono i ricoveri che transitano dal pronto soccorso direttamente ai reparti del Santa Croce. Al Dea di Cuneo, l’unico di secondo livello della provincia, fanno riferimento tutti gli ospedali della provincia, tutta la medicina del territorio, comprese Rsa e case di riposo, che si trovano spesso scoperte. Molte sono in gravi difficoltà di personale senza medici direttori sanitari di struttura, insufficienza di infermieri, soprattutto di notte, a gestire decine di anziani. Anziani che, quando si presenta un problema, vengono inviati direttamente al pronto soccorso di Cuneo, senza nemmeno passare dalla guardia medica. Ci sono notti in cui dal Dea del Santa Croce vengono ricoverate decine di pazienti che vanno ad occupare i letti dei vari reparti, anche quelli chirurgici che aspettavano per la mattina presto del giorno dopo, il paziente da operare.
Si tratta in parte di un disagio frutto delle contingenze e delle necessità di una popolazione sempre più anziana, ma per buona parte è la conseguenza di una medicina del territorio fortemente carente che ha bisogno di una completa revisione e della messa in rete con gli ospedali. L’assistenza domiciliare è insufficiente, le difficoltà a seguire i pazienti a domicilio sono aumentate per mancanza di personale e anche perché le strutture di organizzazione familiare sono molto cambiate nel tempo. In molti casi i malati potrebbero essere seguiti e curati a casa loro, evitando spostamenti e pesanti ore di attesa al Dea.
L’attuale organizzazione della sanità non funziona come dovrebbe. Il Pronto Soccorso è il riferimento di tutti e con “generosità” e professionalità risponde a tutti, ma non riesce più a evitare che si crei un imbuto capace di impedire il funzionamento del resto dell’ospedale che si ritrova ricoverati provenienti dal pronto soccorso sparsi un po’ qua e un po là in tutti i reparti. A farne le spese sono i letti chirurgici per i pazienti che da mesi o settimane aspettano il giorno di un’operazione programmata da tempo. Il tutto con un aggravio dei costi: la sala operatoria non viene utilizzata e i pazienti che si sono preparati (e sono in malattia se dipendenti, in ferie se partite Iva) si ritrovano a casa senza aver risolto il problema. Per la sanità pubblica il costo è duplice: gli esami pre-operatori e l’obbligatorio tampone già fatti dovranno essere rifatti quando l’intervento si potrà effettivamente svolgere. Sempre che una nuova “urgenza di posti letti” non soppianti di nuovo la data prefissata. Nel frattempo, chi se lo può permettere, rinuncerà alla sanità pubblica per rivolgersi a quella privata.
Sanità, così saltano interventi programmati da tempo
06 novembre 2022
Cuneo
L’intervento chirurgico è programmato per domani. Tutti gli esami preparatori sono stati eseguiti. All’improvviso la telefonata: l’intervento è rinviato. Il letto per il ricovero non è più disponibile, è stato destinato al ricovero urgente di un altro paziente.
Accade - è accaduto ripetutamente nei giorni scorsi - al Santa Croce.
I ricoveri sono tanti, troppi per essere gestiti con le insufficienti risorse umane e organizzative a disposizione. All’ospedale e al pronto soccorso di Cuneo arrivano da tutta la provincia e dalle strutture sanitarie e Rsa di un vasto territorio. Ma il personale è insufficiente, i letti sono diminuiti, la programmazione sanitaria fa acqua da tutte le parti. È venuto meno il filtro del territorio perché manca l’assistenza domiciliare. Basta una notte un po’ più complicata al pronto soccorso con un numero elevato di accessi trasformati in ricoveri e le operazioni chirurgiche programmate saltano anche poche ore prima del previsto intervento.
La sanità continua a manifestare disfunzioni anche nel dopo Covid, seppure in una situazione di controllo di contagi e ricoveri e di una organizzazione che riesce a supportare i cambiamenti repentini della pandemia, con la capacità di trasformare dall’oggi al domani, i letti ordinari in letti Covid con personale apposito.
Ma è l’organizzazione sanitaria generale, degli ospedali e del territorio, soprattutto il rapporto tra strutture e territorio, che ha bisogno di una profonda revisione, proprio alla luce di quanto è successo durante i due anni terribili delle ondate pandemiche.
Nelle settimane in cui la politica regionale si autopromuove con grandi annunci di traguardi e successi nell’abbattimento delle liste di attesa (dati che a Cuneo sono confermati con performance ancora migliori del resto del Piemonte), non sono pochi a lamentare la disdetta, anche all’ultimo minuto, di interventi programmati da tempo.
All’origine ci sono i ricoveri che transitano dal pronto soccorso direttamente ai reparti del Santa Croce. Al Dea di Cuneo, l’unico di secondo livello della provincia, fanno riferimento tutti gli ospedali della provincia, tutta la medicina del territorio, comprese Rsa e case di riposo, che si trovano spesso scoperte. Molte sono in gravi difficoltà di personale senza medici direttori sanitari di struttura, insufficienza di infermieri, soprattutto di notte, a gestire decine di anziani. Anziani che, quando si presenta un problema, vengono inviati direttamente al pronto soccorso di Cuneo, senza nemmeno passare dalla guardia medica. Ci sono notti in cui dal Dea del Santa Croce vengono ricoverate decine di pazienti che vanno ad occupare i letti dei vari reparti, anche quelli chirurgici che aspettavano per la mattina presto del giorno dopo, il paziente da operare.
Si tratta in parte di un disagio frutto delle contingenze e delle necessità di una popolazione sempre più anziana, ma per buona parte è la conseguenza di una medicina del territorio fortemente carente che ha bisogno di una completa revisione e della messa in rete con gli ospedali. L’assistenza domiciliare è insufficiente, le difficoltà a seguire i pazienti a domicilio sono aumentate per mancanza di personale e anche perché le strutture di organizzazione familiare sono molto cambiate nel tempo. In molti casi i malati potrebbero essere seguiti e curati a casa loro, evitando spostamenti e pesanti ore di attesa al Dea.
L’attuale organizzazione della sanità non funziona come dovrebbe. Il Pronto Soccorso è il riferimento di tutti e con “generosità” e professionalità risponde a tutti, ma non riesce più a evitare che si crei un imbuto capace di impedire il funzionamento del resto dell’ospedale che si ritrova ricoverati provenienti dal pronto soccorso sparsi un po’ qua e un po là in tutti i reparti. A farne le spese sono i letti chirurgici per i pazienti che da mesi o settimane aspettano il giorno di un’operazione programmata da tempo. Il tutto con un aggravio dei costi: la sala operatoria non viene utilizzata e i pazienti che si sono preparati (e sono in malattia se dipendenti, in ferie se partite Iva) si ritrovano a casa senza aver risolto il problema. Per la sanità pubblica il costo è duplice: gli esami pre-operatori e l’obbligatorio tampone già fatti dovranno essere rifatti quando l’intervento si potrà effettivamente svolgere. Sempre che una nuova “urgenza di posti letti” non soppianti di nuovo la data prefissata. Nel frattempo, chi se lo può permettere, rinuncerà alla sanità pubblica per rivolgersi a quella privata.