editoriale
La scuola, nonostante quest’anno la sua riapertura coincida con la campagna elettorale, non è certo uno dei temi in cima all’agenda dei politici impegnati in comizi e dibattiti televisivi. Non si tratta del resto di una novità: se infatti il capitolo scuola nei programmi e nelle azioni di governo succedutesi nei decenni non è mai riuscito ad assurgere ad un ruolo di primo piano, una svolta rispetto a questa invalsa consuetudine non si è avuta nemmeno col “governo dei migliori”. Anche quest’ultimo infatti, dopo avere a questo riguardo affannosamente contrastato la pandemia con la messa a punto prima della didattica a distanza e poi di misure volte a una graduale e intermittente ripresa delle lezioni, non ha saputo assumere la scuola a elemento centrale della ripresa. Certo essa non è stata esclusa dal PNRR, ma quasi soltanto considerata attraverso interventi attenti al suo mero aspetto formale: con un investimento di oltre 17 miliardi di euro si provvederà infatti a creare nuove scuole e metterne in sicurezza altre, dotandole anche di nuovi strumenti di didattica digitale e operando parallelamente per formare il personale scolastico al loro utilizzo.
L’obiettivo complessivo di questo progetto, pur mirato a migliorare le strutture scolastiche e a creare ambienti adatti ad un apprendimento più in linea con la contemporaneità, non si impegna affatto nel ripensamento del contenuto di questo apprendimento e dell’approccio critico che esso dovrebbe favorire nelle giovani generazioni. L’assenza di questa specifica progettualità è ciò che del resto è mancato ai vari tentativi di riforma della scuola susseguitisi con l’intento di superarne l’impianto impressole da Giovanni Gentile nel 1923 e che da allora continua a costituirne il fulcro portante. Con questo non si vuole dire che la scuola italiana non abbia individuato, sul piano didattico e contenutistico, nuove piste e percorsi inediti. Ad individuare tuttavia questi ultimi, al di là del “cambiare tutto perché nulla cambi” in cui si sono smarrite le successive “riforme della scuola”, è stato piuttosto lo sforzo messo in atto da insegnanti e dirigenti scolastici. È il loro impegno, di rado misconosciuto e frenato, ad aver dato vita a un processo di graduale auto-riforma della scuola stessa, resa così capace di rispondere – sia pur non organicamente – al mutare delle esigenze di apprendimento/formazione degli alunni.
Questo processo, pur avendo dato risultati considerevoli, non è tuttavia riuscito a smuovere l’indifferenza che, a questo riguardo, affligge sia la politica sia lo stesso tessuto sociale e familiare di cui essa è espressione. Innanzitutto la politica che, invece di considerare la scuola con la serietà richiesta, sembra preferire rifugiarsi nella retorica. Non è certo un caso che le azioni previste dal PNRR per questo specifico capitolo siano state poste sotto l’altisonante titolo di “Futura – La scuola per l’Italia del domani”. Un titolo che, pur lasciando intuire il carattere decisivo che l’istruzione e la formazione rivestono in ordine alla società, del suo futuro si limita a disegnare i contorni, trascurando invece l’essenza che ne costituisce l’identità profonda. Secondariamente poi il tessuto sociale e familiare che, se per un verso tende ad affidare alla scuola i compiti più diversi (dall’educazione ambientale a quella sessuale, da quella stradale a quella alimentare, da quella alla legalità a quella dell’uso corretto dei social…), per l’altro vive questa istituzione come un fattore di stress (insegnanti troppo esigenti, compiti eccessivi, tempi non in linea con le esigenze familiari…), facendola sempre oggetto, oltre che di ingenerose critiche, anche di azioni legali volte a vanificarne le decisioni didattiche.
Senza nutrire troppe speranze al riguardo, a dover tuttavia essere auspicato è un ritorno della politica e della società a ripensare la scuola e a ricuperare, pur in una prospettiva volta al futuro, il suo senso autentico: quello cioè di una trasmissione del sapere capace di condurre coloro che lo apprendono a rielaborarlo ed assimilarlo fino a trasformarlo, ciascuno nei suoi ambiti specifici, nello strumento critico in grado di guidarli nel loro percorso di vita individuale, sociale e lavorativo. Per questo è decisivo, per la politica e la società, non guardare alla scuola in un caso in una prospettiva meramente formalistica e organizzativa e nell’altro come a una sorta di elemento di disturbo in tensione con le dinamiche familiari e le esigenze aziendali. A dover essere rimessa a fuoco, in entrambi i casi, è la sua dimensione essenziale: l’unica che potrà consentire di ridisegnarla integralmente facendone uno dei momenti chiave della costruzione di quel futuro che ora, alle giovani generazioni, sembra stato sottratto e al quale invece hanno diritto. Non solo per se stessi, ma per poter diventare protagonisti attivi di quel tessuto civile e sociale che, anche grazie alla scuola, potrà continuare a sussistere e a migliorarsi.
Scuola, la vera riforma sta nel recuperarne il senso autentico
18 settembre 2022
Cuneo
La scuola, nonostante quest’anno la sua riapertura coincida con la campagna elettorale, non è certo uno dei temi in cima all’agenda dei politici impegnati in comizi e dibattiti televisivi. Non si tratta del resto di una novità: se infatti il capitolo scuola nei programmi e nelle azioni di governo succedutesi nei decenni non è mai riuscito ad assurgere ad un ruolo di primo piano, una svolta rispetto a questa invalsa consuetudine non si è avuta nemmeno col “governo dei migliori”. Anche quest’ultimo infatti, dopo avere a questo riguardo affannosamente contrastato la pandemia con la messa a punto prima della didattica a distanza e poi di misure volte a una graduale e intermittente ripresa delle lezioni, non ha saputo assumere la scuola a elemento centrale della ripresa. Certo essa non è stata esclusa dal PNRR, ma quasi soltanto considerata attraverso interventi attenti al suo mero aspetto formale: con un investimento di oltre 17 miliardi di euro si provvederà infatti a creare nuove scuole e metterne in sicurezza altre, dotandole anche di nuovi strumenti di didattica digitale e operando parallelamente per formare il personale scolastico al loro utilizzo.
L’obiettivo complessivo di questo progetto, pur mirato a migliorare le strutture scolastiche e a creare ambienti adatti ad un apprendimento più in linea con la contemporaneità, non si impegna affatto nel ripensamento del contenuto di questo apprendimento e dell’approccio critico che esso dovrebbe favorire nelle giovani generazioni. L’assenza di questa specifica progettualità è ciò che del resto è mancato ai vari tentativi di riforma della scuola susseguitisi con l’intento di superarne l’impianto impressole da Giovanni Gentile nel 1923 e che da allora continua a costituirne il fulcro portante. Con questo non si vuole dire che la scuola italiana non abbia individuato, sul piano didattico e contenutistico, nuove piste e percorsi inediti. Ad individuare tuttavia questi ultimi, al di là del “cambiare tutto perché nulla cambi” in cui si sono smarrite le successive “riforme della scuola”, è stato piuttosto lo sforzo messo in atto da insegnanti e dirigenti scolastici. È il loro impegno, di rado misconosciuto e frenato, ad aver dato vita a un processo di graduale auto-riforma della scuola stessa, resa così capace di rispondere – sia pur non organicamente – al mutare delle esigenze di apprendimento/formazione degli alunni.
Questo processo, pur avendo dato risultati considerevoli, non è tuttavia riuscito a smuovere l’indifferenza che, a questo riguardo, affligge sia la politica sia lo stesso tessuto sociale e familiare di cui essa è espressione. Innanzitutto la politica che, invece di considerare la scuola con la serietà richiesta, sembra preferire rifugiarsi nella retorica. Non è certo un caso che le azioni previste dal PNRR per questo specifico capitolo siano state poste sotto l’altisonante titolo di “Futura – La scuola per l’Italia del domani”. Un titolo che, pur lasciando intuire il carattere decisivo che l’istruzione e la formazione rivestono in ordine alla società, del suo futuro si limita a disegnare i contorni, trascurando invece l’essenza che ne costituisce l’identità profonda. Secondariamente poi il tessuto sociale e familiare che, se per un verso tende ad affidare alla scuola i compiti più diversi (dall’educazione ambientale a quella sessuale, da quella stradale a quella alimentare, da quella alla legalità a quella dell’uso corretto dei social…), per l’altro vive questa istituzione come un fattore di stress (insegnanti troppo esigenti, compiti eccessivi, tempi non in linea con le esigenze familiari…), facendola sempre oggetto, oltre che di ingenerose critiche, anche di azioni legali volte a vanificarne le decisioni didattiche.
Senza nutrire troppe speranze al riguardo, a dover tuttavia essere auspicato è un ritorno della politica e della società a ripensare la scuola e a ricuperare, pur in una prospettiva volta al futuro, il suo senso autentico: quello cioè di una trasmissione del sapere capace di condurre coloro che lo apprendono a rielaborarlo ed assimilarlo fino a trasformarlo, ciascuno nei suoi ambiti specifici, nello strumento critico in grado di guidarli nel loro percorso di vita individuale, sociale e lavorativo. Per questo è decisivo, per la politica e la società, non guardare alla scuola in un caso in una prospettiva meramente formalistica e organizzativa e nell’altro come a una sorta di elemento di disturbo in tensione con le dinamiche familiari e le esigenze aziendali. A dover essere rimessa a fuoco, in entrambi i casi, è la sua dimensione essenziale: l’unica che potrà consentire di ridisegnarla integralmente facendone uno dei momenti chiave della costruzione di quel futuro che ora, alle giovani generazioni, sembra stato sottratto e al quale invece hanno diritto. Non solo per se stessi, ma per poter diventare protagonisti attivi di quel tessuto civile e sociale che, anche grazie alla scuola, potrà continuare a sussistere e a migliorarsi.