editoriale

Disagio sociale e razzismo

01 settembre 2022

Cuneo

Popolazione I temi economici hanno oramai guadagnato il centro della scena nella campagna elettorale. Date le circostanze che stiamo attraversando, non ci si può meravigliare del fatto che l’incremento dei costi dell’energia e l’aumento generalizzato dei prezzi preoccupino non poco gli italiani e che quindi siano oggetto del dibattito politico. Ciò che sorprende è che pare non del tutto metabolizzato l’intreccio tra le diverse valenze (politica, economica e sociale) delle azioni di governo. Ciò vale, in particolare, per l’ipotesi di introduzione di un’unica aliquota fissa di imposta, la cosiddetta flat tax. Un modello di questo tipo ha effetti sul gettito fiscale (che diminuirebbe a vantaggio dei contribuenti con i redditi più alti), con conseguenze sui fondi da destinare alla spesa pubblica. Comunque la si pensi in merito, la flat tax può incidere in modo sensibile sul modello di stato sociale fino ad oggi conosciuto, con possibile spinta all’ingresso di capitali privati in settori come quelli della sanità e dell’istruzione. Una discussione seria su questo tipo di sistema fiscale dovrebbe quindi rivolgersi anche al modello sociale che ne consegue. In altri casi, le reciproche influenze tra dinamiche politiche, economiche e sociali possono essere meno evidenti, pur essendo certamente significative. Il giornalista e scrittore inglese Tim Harford ha, per esempio, studiato sotto questo profilo il triste fenomeno del razzismo. Secondo Harford, c’è una componente di pensiero e comportamenti razzisti che è tipica delle fasce meno abbienti della popolazione e che non è compresa dalle persone più benestanti. Questo tipo di razzismo ha solo marginalmente a che fare con il basso livello di scolarizzazione delle persone più svantaggiate, perché ha invece le sue ragioni nella concorrenza per posti di lavoro oppure per beni o servizi ambiti dalle classi sociali meno fortunate. Per un medico, un avvocato o un dirigente di un’azienda, l’immigrato non rappresenta un potenziale concorrente in ambito professionale. La questione è, invece, ben diversa per chi è orientato verso occupazioni che possono essere svolte anche con un basso livello di istruzione e di professionalizzazione. Allo stesso modo, difficilmente chi può permettersi di acquistare una abitazione con risorse proprie o mediante il ricorso al credito bancario vede in un immigrato un concorrente, come invece succede per chi è in graduatoria per una casa popolare. Ovviamente, le cose diventano ancora più complicate nei contesti urbani caratterizzati da tensioni di vario tipo, soprattutto se sprovvisti di adeguate strutture di supporto sociale. Qualificare come razzismo tout court fenomeni di questo tipo rappresenta una semplificazione che porta, da un lato, ad additare come razzista chi non lo è e, dall’altro, a esasperare sentimenti ostili che, purtroppo, a volte sfociano davvero in comportamenti razzisti. Senza con ciò voler indulgere verso comportamenti, gesti e parole inaccettabili e inqualificabili, sarebbe necessario ragionare e agire per rimuovere le cause del disagio sociale che genera questo tipo di circoli viziosi. Uno degli aspetti più preoccupanti che vengono segnalati rispetto al contesto sociale da alcuni anni a questa parte è il venir meno di quelli che vengono chiamati “ascensori sociali”, vale a dire quei meccanismi (in primo luogo, la scuola) che consentono alle persone di migliorare la propria condizione. Buona parte della rabbia e della disperazione che connotano le periferie urbane tanto care al nostro Papa è il senso di ineluttabilità del proprio stato. L’idea che non ci possa essere un futuro migliore è frustrante e genera conflitto sia verso quelli che vengono visti come concorrenti nell’appropriazione di quel poco che c’è a disposizione, sia nei confronti di chi è più fortunato, magari semplicemente perché nato in una famiglia che risiede a pochi isolati di distanza. Se si vuole davvero trovare una via per vivere meglio, si deve trovare il coraggio di andare al cuore delle questioni nella loro complessità e di dire con chiarezza che servono risorse umane, intellettuali ed economiche da impiegare bene e con urgenza. Gli slogan, le battute ad effetto o, peggio, l’alimentazione o la sovraesposizione dei conflitti sociali a scopo di propaganda elettorale conducono nella direzione opposta.
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