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Il recupero dei sentieri di montagna in prospettiva religiosa e di fede

02 luglio 2022

Cuneo

Da qualche settimana, più spesso nei weekend e con un intensificarsi estivo destinato a divenire via via più marcato, anche lungo strade ad alta percorrenza della nostra pianura e delle nostre valli capita  di incontrare singoli e gruppi che camminano alla volta di qualche santuario. Si tratta di una pratica piuttosto diffusa nel tessuto sociale del nostro territorio e, se in taluni casi è esplicitamente legata al pellegrinaggio e al significato religioso che esso nei secoli ha assunto in ambito cristiano, in altri rappresenta invece il frutto di una consuetudine radicatasi nel tempo e capace di esercitare un suo fascino anche oggi: per la sua eccezionalità, per il tratto di competitività con sé stessi e con gli altri che in essa è insito, per il suo essere un itinerario compiuto per larga parte di notte, per gli scenari spesso suggestivi che essa consente di attraversare. Del resto il fascino esercitato dai ”cammini” religiosi non solo su chi li compie come effettivi pellegrinaggi, ma anche su chi in chiave laica è semplicemente mosso da finalità interiori o sportive, appare confermata dallo straordinario successo riscosso dal “Cammino di Santiago” o dalla “Via Francigena” Se percorrere perlomeno qualche tratto di questi due lunghi e impegnativi “cammini” è divenuto quasi una moda, diversa è la situazione dei più modesti “cammini” che in territorio cuneese portano, per fare qualche nome, ai santuari di Sant’Anna di Vinadio, di San Magno a Castelmagno o della Madre della Misericordia a Valmala. Al pari dei loro fratelli maggiori, le cui mete sono rappresentate nel primo caso dalla cattedrale di Santiago de Compostela e nel secondo dalla Basilica di San Pietro, in passato considerata anche come tappa verso la Terrasanta, anche i succitati “cammini” cuneesi non solo sono plurali, nel senso che la loro mèta può essere raggiunta attraverso itinerari diversi, ma anche insistono su strade, vie secondarie, mulattiere o sentieri. Ad essere decisiva cioè è la mèta da raggiungere, mentre i percorsi sono il frutto di un adattamento chiamato ad alternare quasi necessariamente tratti di strada asfaltata ad altri costituiti da mulattiere e sentieri. E sono proprio questi ultimi, connotati nei mesi estivi da una frequentazione piuttosto intensa, ad essere stati fatti oggetto di una cura costante che non solo li ha salvaguardati, ma spesso anche resi più facilmente percorribili da migliorie considerevoli. Emblematico in questo senso è stato il recente restauro che ha dato un volto nuovo ad una parte del sentiero che, in valle Stura, porta da Pratolungo al Santuario di sant’Anna di Vinadio. Questa operazione, realizzata in grande stile e non senza l’inserimento lungo il nuovo tracciato di un “ponte tibetano”, ha ripristinato una buona parte di quello che era l’antico sentiero che portava al santuario stesso e che al contempo rappresentava una sorta di via commerciale in grado di garantire l’interscambio tra la valle Stura e la valle della Tinée. L’attuale restauro sarebbe tuttavia stato assai più difficoltoso se il sentiero, nei decenni precedenti, non fosse stato oggetto di un’inusuale attenzione da parte del Santuario stesso. Don Andrea Pepino infatti, rettore della struttura religiosa dal 1968 al 2011 e al fine di consentire ai pellegrini che salivano a Sant’Anna un percorso alternativo alla strada asfaltata, vigilava in prima persona sullo stato di salute di questa via di montagna, riassestandola di anno in anno grazie ad un gruppo di volontari e impedendo così che essa fosse destinata a un deterioramento senza ritorno. Anche i sentieri che conducono ai santuari di San Magno a Castelmagno e della Madre della Misericordia a Valmala (sia dalla valle Maira che dalla Valle Varaita) sono oggi stati recuperati e ripristinati attraverso indicazioni e palinature che ne consentono un utilizzo adatto a chiunque. Anche per questi ricuperi, che non di rado vedono intersecarsi motivazioni religiose e motivazioni turistico/sportive, decisiva è stata comunque la conservazione pregressa. Una conservazione portata avanti da singoli e gruppi di persone che avevano a cuore i loro territori ed erano convinti che la salvaguardia di queste antiche vie fosse un modo per mantenere vivo il passato di cui esse erano espressione. Una convinzione che, tradottasi in azione, ha avuto l’indubbio merito di rendere ancora oggi percorribili, al contrario di quanto accaduto invece a molti altri sentieri, questi “cammini”. Attualmente tornati ad essere piuttosto frequentati, ma dopo essere stati per lungo tempo a forte rischio di estinzione. 
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