cuneo
La classe 4ª A della scuola primaria Andrea Fiore di Cuneo
Vincitrice del Festival di Sanremo 2018, la canzone di Ermal Meta e Fabrizio Moro, “Non mi avete fatto niente”, parla degli attentati terroristici degli ultimi anni e, in generale, di tutti quei conflitti in cui sono distrutte città e muoiono soldati, civili, parenti, nonni e bambini. Sebbene lo sembri, non è un inno alla forza, al coraggio e alla resilienza, bensì rappresenta l’ossessione per il proprio benessere e per la propria felicità con il totale rifiuto del buio e del lutto.
La classe 4^A della Scuola elementare “Andrea Fiore” di Cuneo riflette sull’oscurità della guerra e prova ad accendere una lucina.
Il “Non mi avete fatto niente” della canzone è simile alle espressioni “Non mi hai fatto niente, faccia da serpente” e “Specchio riflesso” che i bambini, a volte, usano tra di loro pur di non ammettere dolori e ingiustizie. Se ti è mai capitato, come ti sei sentito?
Alice: Uso queste espressioni, ma anche: “Chi lo dice lo è cento volte più di me”. Una volta, ero su un’altalena e sono caduta all’indietro; c’era mio fratello con me, a cui ho detto che non mi ero fatta niente, ma in realtà avevo un bernoccolo sulla testa. Quando i nostri genitori sono arrivati, mi hanno portata all’ospedale per assicurarsi che non fosse nulla. A volte, ti vergogni ad ammettere di soffrire: qualcuno potrebbe prenderti in giro.
Enrico: Ogni tanto, anch’io uso queste espressioni. Una volta, a casa, giocavo con un amico che per sbaglio mi ha buttato a terra e gli avevo detto: “Non mi hai fatto niente”. Non era vero, ma non volevo ammetterlo: temevo che i miei genitori non mi lasciassero fare altri giochi. Se ti fai male, solo alcune volte i genitori ti coccolano; di solito, si trattiene il dolore, tanto passa subito.
Anna: Prima, ero in un’altra scuola, dove mi prendevano in giro, ma resistevo, non piangevo, anche se quelle parole mi facevano male. Ricordo che, una sera, in un ristorante, io e mio fratello maggiore siamo saliti su un’amaca, ma poi sono caduta e lui è atterrato su di me; gli ho detto che non mi ero fatto nulla, sennò si metteva a piangere e avvisava mamma e papà.
Jacopo: Anche a me è capitato. Sono caduto a terra, i miei genitori mi hanno visto e hanno chiesto se mi fossi fatto male, ma ho detto di no: non volevo si preoccupassero per me.
Achille: L’anno scorso, è morto il mio cane: mi sono sentito triste, la famiglia mi è stata vicina, gli altri dicevano “Mi dispiace”. Io ho fatto dei disegni e li ho attaccati sul frigo, quindi in questo caso non mi sento di dire “Non mi ha fatto niente”.
Leonardo: Una volta, ero sul monopattino elettrico e andavo a tutta velocità; quando ho frenato, sono caduto, ma ho fatto finta di niente sennò mamma e papà mi portavano a casa, mentre io volevo restare fuori a giocare.
Enrico: Un mese fa, ero al parco giochi e una mia compagna di classe mi inseguiva con un bastone in mano; sono saltato sulla panchina e, cadendo, ho battuto forte il piede, ma non ho detto nulla, anche se mi ero fatto male.
Aurora: Ma era un bastone di legno, nulla di che, e poi, se non mi dici che ti sei fatto male, non posso saperlo!
Enrico: Era un bastone da sci! Ma ci sta, ti sei vendicata per quella canzoncina divertente, che sa anche la tua mamma e che dicevi non ti faceva niente… E invece hai programmato di vendicarti con quel bastone!
Aurora: Non l’ho programmato, mi è venuto naturale!
“Sono consapevole che tutto più non torna, la felicità volava come vola via una bolla”. Spesso, comprendiamo il valore di una cosa o di una persona solo quando la perdiamo. Se vivessi la guerra, che cosa ti mancherebbe di più?
Anna: La mia famiglia e le passeggiate del sabato.
Aurora: Giocare in cortile con i miei amici.
Achille: Fare obbligo e verità con gli amici! Poi, la famiglia, i miei compagni e il tennis.
Jacopo: Uguale, ma dico il calcio. Inoltre, il weekend, a casa, facciamo una serata film e mi mancherebbe come anche la possibilità di essere felice e giocare con il mio cane.
Francesca: Andare in bici, il sabato e la domenica, al parco fluviale.
Leonardo: La libertà di uscire e di mangiare quello che voglio.
Lorenzo: Mi mancherebbero la famiglia e gli amici. Se la guerra arrivasse qui, perderei il sonno. I bambini ucraini sono vivi, ma quella non è vera vita: sono degli zombie.
Enrico: Sci, calcio, rugby e le città che ho visitato: Roma, Venezia, Nizza e Cuneo, visto che non ci abito.
Ad oggi, la maggioranza degli Italiani sembra contraria all’invio di armi in Ucraina, probabilmente anche perché, come affermano i due cantanti: “Non esiste bomba pacifista”. Tu che cosa ne pensi?
Lorenzo: Per me, dovremmo inviarle: l’Ucraina è attaccata senza un motivo valido, ha bisogno di armi, magari meno numerose, ma più potenti. Si potrebbero usare i sonniferi, addormentare i Russi e metterli in prigione.
Enrico: L’ideale sarebbe inviare armi giuste: non troppo pericolose, ma che permettono di difendersi.
Leonardo: Gli Ucraini dovrebbero usare le armi solo per difendersi: se attaccano, la Russia si vendica e la guerra non finisce più. Sarebbe meglio fossero armi innocue, tipo bombe assordanti, che spaventano ma non fanno danni. È anche vero, però, che i Russi non si sono comportati bene: hanno usato i carri armati e ci sono state esecuzioni.
Anna: È giusto aiutare gli Ucraini, ma ho paura. Darei loro cibo, vestiti, coperte, medicine e dottori per curare loro e tutti quei Russi che non vogliono la guerra. Sarebbe bello inventassero armi nuove che, magari, fanno solo svenire le persone senza ucciderle.
Jacopo: Esatto, andrebbero bene delle armi che fanno solo spaventare, magari con suoni forti o con il fumo.
“Cadranno i grattaceli e le metropolitane, i muri di contrasto alzati per il pane, ma contro ogni terrore che ostacola il cammino, il mondo si rialza col sorriso di un bambino”. Dimmi, per il Covid-19 è stato creato il vaccino, invece, per la guerra, qual è la cura?
Jacopo: La canzone parla di un bambino che sorride, perché è un simbolo di pace.
Aurora: Un bambino che sorride rappresenta la speranza: magari non ha casa e famiglia, ma se lui riesce a sorridere ed essere felice, c’è speranza per tutti.
Lorenzo: Putin e Zelensky dovrebbero mettersi a tavolino e negoziare la pace, ma Putin non mi sembra affatto disponibile.
Anna: La cura per la guerra è la pace, che si crea non sparando ma con le parole gentili. Dovrebbe esserci una chiacchierata di questo tipo tra Putin e Zelensky.
Francesca: Io dico l’amore, cioè rendere felici tutte le persone, senza distinzioni.
“La cura per la guerra è la pace, che si crea non sparando ma con le parole gentili”
12 giugno 2022
Cuneo
La classe 4ª A della scuola primaria Andrea Fiore di Cuneo
Vincitrice del Festival di Sanremo 2018, la canzone di Ermal Meta e Fabrizio Moro, “Non mi avete fatto niente”, parla degli attentati terroristici degli ultimi anni e, in generale, di tutti quei conflitti in cui sono distrutte città e muoiono soldati, civili, parenti, nonni e bambini. Sebbene lo sembri, non è un inno alla forza, al coraggio e alla resilienza, bensì rappresenta l’ossessione per il proprio benessere e per la propria felicità con il totale rifiuto del buio e del lutto.
La classe 4^A della Scuola elementare “Andrea Fiore” di Cuneo riflette sull’oscurità della guerra e prova ad accendere una lucina.
Il “Non mi avete fatto niente” della canzone è simile alle espressioni “Non mi hai fatto niente, faccia da serpente” e “Specchio riflesso” che i bambini, a volte, usano tra di loro pur di non ammettere dolori e ingiustizie. Se ti è mai capitato, come ti sei sentito?
Alice: Uso queste espressioni, ma anche: “Chi lo dice lo è cento volte più di me”. Una volta, ero su un’altalena e sono caduta all’indietro; c’era mio fratello con me, a cui ho detto che non mi ero fatta niente, ma in realtà avevo un bernoccolo sulla testa. Quando i nostri genitori sono arrivati, mi hanno portata all’ospedale per assicurarsi che non fosse nulla. A volte, ti vergogni ad ammettere di soffrire: qualcuno potrebbe prenderti in giro.
Enrico: Ogni tanto, anch’io uso queste espressioni. Una volta, a casa, giocavo con un amico che per sbaglio mi ha buttato a terra e gli avevo detto: “Non mi hai fatto niente”. Non era vero, ma non volevo ammetterlo: temevo che i miei genitori non mi lasciassero fare altri giochi. Se ti fai male, solo alcune volte i genitori ti coccolano; di solito, si trattiene il dolore, tanto passa subito.
Anna: Prima, ero in un’altra scuola, dove mi prendevano in giro, ma resistevo, non piangevo, anche se quelle parole mi facevano male. Ricordo che, una sera, in un ristorante, io e mio fratello maggiore siamo saliti su un’amaca, ma poi sono caduta e lui è atterrato su di me; gli ho detto che non mi ero fatto nulla, sennò si metteva a piangere e avvisava mamma e papà.
Jacopo: Anche a me è capitato. Sono caduto a terra, i miei genitori mi hanno visto e hanno chiesto se mi fossi fatto male, ma ho detto di no: non volevo si preoccupassero per me.
Achille: L’anno scorso, è morto il mio cane: mi sono sentito triste, la famiglia mi è stata vicina, gli altri dicevano “Mi dispiace”. Io ho fatto dei disegni e li ho attaccati sul frigo, quindi in questo caso non mi sento di dire “Non mi ha fatto niente”.
Leonardo: Una volta, ero sul monopattino elettrico e andavo a tutta velocità; quando ho frenato, sono caduto, ma ho fatto finta di niente sennò mamma e papà mi portavano a casa, mentre io volevo restare fuori a giocare.
Enrico: Un mese fa, ero al parco giochi e una mia compagna di classe mi inseguiva con un bastone in mano; sono saltato sulla panchina e, cadendo, ho battuto forte il piede, ma non ho detto nulla, anche se mi ero fatto male.
Aurora: Ma era un bastone di legno, nulla di che, e poi, se non mi dici che ti sei fatto male, non posso saperlo!
Enrico: Era un bastone da sci! Ma ci sta, ti sei vendicata per quella canzoncina divertente, che sa anche la tua mamma e che dicevi non ti faceva niente… E invece hai programmato di vendicarti con quel bastone!
Aurora: Non l’ho programmato, mi è venuto naturale!
“Sono consapevole che tutto più non torna, la felicità volava come vola via una bolla”. Spesso, comprendiamo il valore di una cosa o di una persona solo quando la perdiamo. Se vivessi la guerra, che cosa ti mancherebbe di più?
Anna: La mia famiglia e le passeggiate del sabato.
Aurora: Giocare in cortile con i miei amici.
Achille: Fare obbligo e verità con gli amici! Poi, la famiglia, i miei compagni e il tennis.
Jacopo: Uguale, ma dico il calcio. Inoltre, il weekend, a casa, facciamo una serata film e mi mancherebbe come anche la possibilità di essere felice e giocare con il mio cane.
Francesca: Andare in bici, il sabato e la domenica, al parco fluviale.
Leonardo: La libertà di uscire e di mangiare quello che voglio.
Lorenzo: Mi mancherebbero la famiglia e gli amici. Se la guerra arrivasse qui, perderei il sonno. I bambini ucraini sono vivi, ma quella non è vera vita: sono degli zombie.
Enrico: Sci, calcio, rugby e le città che ho visitato: Roma, Venezia, Nizza e Cuneo, visto che non ci abito.
Ad oggi, la maggioranza degli Italiani sembra contraria all’invio di armi in Ucraina, probabilmente anche perché, come affermano i due cantanti: “Non esiste bomba pacifista”. Tu che cosa ne pensi?
Lorenzo: Per me, dovremmo inviarle: l’Ucraina è attaccata senza un motivo valido, ha bisogno di armi, magari meno numerose, ma più potenti. Si potrebbero usare i sonniferi, addormentare i Russi e metterli in prigione.
Enrico: L’ideale sarebbe inviare armi giuste: non troppo pericolose, ma che permettono di difendersi.
Leonardo: Gli Ucraini dovrebbero usare le armi solo per difendersi: se attaccano, la Russia si vendica e la guerra non finisce più. Sarebbe meglio fossero armi innocue, tipo bombe assordanti, che spaventano ma non fanno danni. È anche vero, però, che i Russi non si sono comportati bene: hanno usato i carri armati e ci sono state esecuzioni.
Anna: È giusto aiutare gli Ucraini, ma ho paura. Darei loro cibo, vestiti, coperte, medicine e dottori per curare loro e tutti quei Russi che non vogliono la guerra. Sarebbe bello inventassero armi nuove che, magari, fanno solo svenire le persone senza ucciderle.
Jacopo: Esatto, andrebbero bene delle armi che fanno solo spaventare, magari con suoni forti o con il fumo.
“Cadranno i grattaceli e le metropolitane, i muri di contrasto alzati per il pane, ma contro ogni terrore che ostacola il cammino, il mondo si rialza col sorriso di un bambino”. Dimmi, per il Covid-19 è stato creato il vaccino, invece, per la guerra, qual è la cura?
Jacopo: La canzone parla di un bambino che sorride, perché è un simbolo di pace.
Aurora: Un bambino che sorride rappresenta la speranza: magari non ha casa e famiglia, ma se lui riesce a sorridere ed essere felice, c’è speranza per tutti.
Lorenzo: Putin e Zelensky dovrebbero mettersi a tavolino e negoziare la pace, ma Putin non mi sembra affatto disponibile.
Anna: La cura per la guerra è la pace, che si crea non sparando ma con le parole gentili. Dovrebbe esserci una chiacchierata di questo tipo tra Putin e Zelensky.
Francesca: Io dico l’amore, cioè rendere felici tutte le persone, senza distinzioni.