I dati preoccupanti dell’economia locale alimentano i timori per il futuro. Inflazione e disoccupazione sono i principali nemici della salute di un sistema economico. Nella maggior parte dei casi, ci si è trovati ad affrontarne uno poiché, anzi, solitamente le politiche economiche sono state costruite sulla alternatività dei due mali.
Così, si insegna(va) che per combattere l’inflazione è necessario ridurre la quantità di moneta in circolazione e dunque, ad esempio, aumentare i tassi di interesse in modo da rendere più difficile chiedere denaro in prestito da parte di famiglie e imprese. Evidentemente, però, così facendo le imprese hanno più difficoltà a investire e quindi ad espandere la produzione e ad assumere lavoratori. Dunque, le misure necessarie per combattere l’inflazione tendono a incidere negativamente sull’occupazione.
Al contrario, i tradizionali interventi volti a stimolare gli investimenti prevedono una riduzione dei tassi di interesse per rendere meno onerosi i prestiti di famiglie e imprese. Per le attività produttive, in particolare, sarà più semplice ottenere capitali e dunque investire e così aumentare la produzione e assumere lavoratori. Tuttavia, la maggiore quantità di denaro in circolazione, l’aumento dei costi che gli imprenditori sostengono e l’incremento della domanda da parte delle famiglie alimentata dal maggior reddito a disposizione costituiscono altrettanti fattori che possono dare luogo a processi di tipo inflazionistico.
Questo tipo di visione è stata smentita dalle crisi degli anni ’70, quando i tradizionali rimedi per sostenere l’occupazione, soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra, non hanno funzionato. In quella circostanza, le grandi risorse monetarie immesse nel sistema non solo non hanno contribuito a sollevare i dati dell’occupazione, ma hanno aggiunto il problema dell’inflazione a quello della disoccupazione. Ci si è quindi trovati di fronte alla “stag - flazione”, termine che descrive quella situazione economica in cui si hanno contemporaneamente sia stagnazione (“stag”) sia inflazione (“flazione”). Nella circostanza, USA e Gran Bretagna erano intervenuti con le politiche economiche ultraliberiste del Presidente Ronald Reagan e del Primo Ministro inglese Margaret Thatcher, con pesantissimi costi sociali anche negli anni successivi a quando questo tipo di scelte vennero compiute e ulteriori effetti negativi di cui si pagano ancora le conseguenze.
Oggi si ritiene che non sia più possibile immaginare automatismi che spieghino ogni aspetto delle dinamiche tra inflazione e disoccupazione.
Come detto dagli studiosi più attenti, infatti, l’economia, per sua natura, è una disciplina che studia i comportamenti delle persone, sia come singoli, sia come parte di una collettività. Neppure l’economia, dunque, può permettersi di ignorare i motivi, le emozioni, le aspettative delle persone e la coesione delle comunità in cui vivono.
Le risorse monetarie a disposizione degli operatori economici non servono a nulla se non sono accompagnate da una diffusa fiducia reciproca e nel futuro. Prova di tutto questo è l’enorme quantità di denaro che è affluita nel sistema economico europeo degli ultimi anni e che, in particolar modo in Italia, non ha generato gli effetti sperati in termini di spinta imprenditoriale e dell’occupazione.
Le imprese non investono e le famiglie non spendono e neppure programmano spese importanti se non hanno fiducia nel futuro o se hanno la percezione di allentamento o di una scomparsa dei legami di solidarietà sociale. Chi ha timori per il futuro oppure non si fida della solidità dei rapporti della comunità in cui vive non programma nulla per il futuro, ma vede le proprie prospettive schiacciate su un presente che così diventa asfittico.
La sensazione di molti è che buona parte dell’impennata dei prezzi che tanto spaventa non sia dovuto a meccanismi economici propriamente detti, ma a spinte speculative tutte umane che denotano un pericolosissimo sfilacciamento del sentire solidale che ha origini lontane. Molte delle difficoltà di oggi sono l’esito di un crescente egoismo che ha connotato gli ultimi decenni.
Mentre il numero di chi si trovava ai margini aumentava, in molti fingevano di non vedere. Oggi, la distruttività di questo tipo di sub-cultura sta presentando il conto. Gli strumenti per superare questo passaggio ci sono, ma vanno cercati in una riscoperta autenticità delle relazioni, e non solo nei grafici e nelle formule degli analisti.
economia
I dati preoccupanti dell’economia locale alimentano i timori per il futuro. Inflazione e disoccupazione sono i principali nemici della salute di un sistema economico. Nella maggior parte dei casi, ci si è trovati ad affrontarne uno poiché, anzi, solitamente le politiche economiche sono state costruite sulla alternatività dei due mali.
Così, si insegna(va) che per combattere l’inflazione è necessario ridurre la quantità di moneta in circolazione e dunque, ad esempio, aumentare i tassi di interesse in modo da rendere più difficile chiedere denaro in prestito da parte di famiglie e imprese. Evidentemente, però, così facendo le imprese hanno più difficoltà a investire e quindi ad espandere la produzione e ad assumere lavoratori. Dunque, le misure necessarie per combattere l’inflazione tendono a incidere negativamente sull’occupazione.
Al contrario, i tradizionali interventi volti a stimolare gli investimenti prevedono una riduzione dei tassi di interesse per rendere meno onerosi i prestiti di famiglie e imprese. Per le attività produttive, in particolare, sarà più semplice ottenere capitali e dunque investire e così aumentare la produzione e assumere lavoratori. Tuttavia, la maggiore quantità di denaro in circolazione, l’aumento dei costi che gli imprenditori sostengono e l’incremento della domanda da parte delle famiglie alimentata dal maggior reddito a disposizione costituiscono altrettanti fattori che possono dare luogo a processi di tipo inflazionistico.
Questo tipo di visione è stata smentita dalle crisi degli anni ’70, quando i tradizionali rimedi per sostenere l’occupazione, soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra, non hanno funzionato. In quella circostanza, le grandi risorse monetarie immesse nel sistema non solo non hanno contribuito a sollevare i dati dell’occupazione, ma hanno aggiunto il problema dell’inflazione a quello della disoccupazione. Ci si è quindi trovati di fronte alla “stag - flazione”, termine che descrive quella situazione economica in cui si hanno contemporaneamente sia stagnazione (“stag”) sia inflazione (“flazione”). Nella circostanza, USA e Gran Bretagna erano intervenuti con le politiche economiche ultraliberiste del Presidente Ronald Reagan e del Primo Ministro inglese Margaret Thatcher, con pesantissimi costi sociali anche negli anni successivi a quando questo tipo di scelte vennero compiute e ulteriori effetti negativi di cui si pagano ancora le conseguenze.
Oggi si ritiene che non sia più possibile immaginare automatismi che spieghino ogni aspetto delle dinamiche tra inflazione e disoccupazione.
Come detto dagli studiosi più attenti, infatti, l’economia, per sua natura, è una disciplina che studia i comportamenti delle persone, sia come singoli, sia come parte di una collettività. Neppure l’economia, dunque, può permettersi di ignorare i motivi, le emozioni, le aspettative delle persone e la coesione delle comunità in cui vivono.
Le risorse monetarie a disposizione degli operatori economici non servono a nulla se non sono accompagnate da una diffusa fiducia reciproca e nel futuro. Prova di tutto questo è l’enorme quantità di denaro che è affluita nel sistema economico europeo degli ultimi anni e che, in particolar modo in Italia, non ha generato gli effetti sperati in termini di spinta imprenditoriale e dell’occupazione.
Le imprese non investono e le famiglie non spendono e neppure programmano spese importanti se non hanno fiducia nel futuro o se hanno la percezione di allentamento o di una scomparsa dei legami di solidarietà sociale. Chi ha timori per il futuro oppure non si fida della solidità dei rapporti della comunità in cui vive non programma nulla per il futuro, ma vede le proprie prospettive schiacciate su un presente che così diventa asfittico.
La sensazione di molti è che buona parte dell’impennata dei prezzi che tanto spaventa non sia dovuto a meccanismi economici propriamente detti, ma a spinte speculative tutte umane che denotano un pericolosissimo sfilacciamento del sentire solidale che ha origini lontane. Molte delle difficoltà di oggi sono l’esito di un crescente egoismo che ha connotato gli ultimi decenni.
Mentre il numero di chi si trovava ai margini aumentava, in molti fingevano di non vedere. Oggi, la distruttività di questo tipo di sub-cultura sta presentando il conto. Gli strumenti per superare questo passaggio ci sono, ma vanno cercati in una riscoperta autenticità delle relazioni, e non solo nei grafici e nelle formule degli analisti.
L’aumento dei prezzi dovuto a speculazione generata dal venir meno del sentire solidale
28 maggio 2022
Cuneo
I dati preoccupanti dell’economia locale alimentano i timori per il futuro. Inflazione e disoccupazione sono i principali nemici della salute di un sistema economico. Nella maggior parte dei casi, ci si è trovati ad affrontarne uno poiché, anzi, solitamente le politiche economiche sono state costruite sulla alternatività dei due mali.
Così, si insegna(va) che per combattere l’inflazione è necessario ridurre la quantità di moneta in circolazione e dunque, ad esempio, aumentare i tassi di interesse in modo da rendere più difficile chiedere denaro in prestito da parte di famiglie e imprese. Evidentemente, però, così facendo le imprese hanno più difficoltà a investire e quindi ad espandere la produzione e ad assumere lavoratori. Dunque, le misure necessarie per combattere l’inflazione tendono a incidere negativamente sull’occupazione.
Al contrario, i tradizionali interventi volti a stimolare gli investimenti prevedono una riduzione dei tassi di interesse per rendere meno onerosi i prestiti di famiglie e imprese. Per le attività produttive, in particolare, sarà più semplice ottenere capitali e dunque investire e così aumentare la produzione e assumere lavoratori. Tuttavia, la maggiore quantità di denaro in circolazione, l’aumento dei costi che gli imprenditori sostengono e l’incremento della domanda da parte delle famiglie alimentata dal maggior reddito a disposizione costituiscono altrettanti fattori che possono dare luogo a processi di tipo inflazionistico.
Questo tipo di visione è stata smentita dalle crisi degli anni ’70, quando i tradizionali rimedi per sostenere l’occupazione, soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra, non hanno funzionato. In quella circostanza, le grandi risorse monetarie immesse nel sistema non solo non hanno contribuito a sollevare i dati dell’occupazione, ma hanno aggiunto il problema dell’inflazione a quello della disoccupazione. Ci si è quindi trovati di fronte alla “stag - flazione”, termine che descrive quella situazione economica in cui si hanno contemporaneamente sia stagnazione (“stag”) sia inflazione (“flazione”). Nella circostanza, USA e Gran Bretagna erano intervenuti con le politiche economiche ultraliberiste del Presidente Ronald Reagan e del Primo Ministro inglese Margaret Thatcher, con pesantissimi costi sociali anche negli anni successivi a quando questo tipo di scelte vennero compiute e ulteriori effetti negativi di cui si pagano ancora le conseguenze.
Oggi si ritiene che non sia più possibile immaginare automatismi che spieghino ogni aspetto delle dinamiche tra inflazione e disoccupazione.
Come detto dagli studiosi più attenti, infatti, l’economia, per sua natura, è una disciplina che studia i comportamenti delle persone, sia come singoli, sia come parte di una collettività. Neppure l’economia, dunque, può permettersi di ignorare i motivi, le emozioni, le aspettative delle persone e la coesione delle comunità in cui vivono.
Le risorse monetarie a disposizione degli operatori economici non servono a nulla se non sono accompagnate da una diffusa fiducia reciproca e nel futuro. Prova di tutto questo è l’enorme quantità di denaro che è affluita nel sistema economico europeo degli ultimi anni e che, in particolar modo in Italia, non ha generato gli effetti sperati in termini di spinta imprenditoriale e dell’occupazione.
Le imprese non investono e le famiglie non spendono e neppure programmano spese importanti se non hanno fiducia nel futuro o se hanno la percezione di allentamento o di una scomparsa dei legami di solidarietà sociale. Chi ha timori per il futuro oppure non si fida della solidità dei rapporti della comunità in cui vive non programma nulla per il futuro, ma vede le proprie prospettive schiacciate su un presente che così diventa asfittico.
La sensazione di molti è che buona parte dell’impennata dei prezzi che tanto spaventa non sia dovuto a meccanismi economici propriamente detti, ma a spinte speculative tutte umane che denotano un pericolosissimo sfilacciamento del sentire solidale che ha origini lontane. Molte delle difficoltà di oggi sono l’esito di un crescente egoismo che ha connotato gli ultimi decenni.
Mentre il numero di chi si trovava ai margini aumentava, in molti fingevano di non vedere. Oggi, la distruttività di questo tipo di sub-cultura sta presentando il conto. Gli strumenti per superare questo passaggio ci sono, ma vanno cercati in una riscoperta autenticità delle relazioni, e non solo nei grafici e nelle formule degli analisti.