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Corrado Bedogni: “La Regione preferisce Verduno anche se va contro la normativa”

13 maggio 2022

Cuneo

Cuneo - Corrado Bedogni, 68 anni, saviglianese, da un anno è pensionato. Ha iniziato la sua lunga carriera dirigenziale in sanità prima all’Asl 17 di Savigliano poi nel 1997 all’Aso di Cu­neo fino al 2006, proseguita all’Asl Cn1 prima come direttore sanitario e poi come direttore generale, quindi presso l’Asl Genova 3 per concludersi con ritorno all’Azienda ospedaliera Santa Croce e Carle dal 2015 al 2021 come direttore generale.  Cosa sta succedendo nella sanità provinciale? Esattamente quello che avete scritto lo scorso numero. Si sta spaccando un equilibrio provinciale per togliere da Cuneo e mettere a Verduno. L’atto aziendale dell’Asl Cn2, con beneplacito della Regione, non risponde alle normative nazionali e regionali, ha adottato regole sue cambiando l’organizzazione e la distribuzione sanitaria in provincia. È possibile? Evidentemente c’è chi permette questa deriva. La chirurgia vascolare, la chirurgia plastica, le malattie infettive, la pneumologia, la radioterapia non possono essere strutture autonome in un ospedale come quello spoke di Verduno. La vascolare per fare un esempio ha bisogno di un bacino che va dai 400 agli 800 mila cittadini, non ce ne stanno due in provincia a meno che toglierla da una parte e metterla da un’altra. Ma per fare questi reparti Verduno dovrà implementare tutte le strutture a sostegno, che significa costi in più, tanti costi in più che andranno a togliere risorse ad altri. Non si dice ma si vuole affiancare a un hub che c’è ed è un’eccellenza un nuovo hub in barba alle norme. Poi le urgenze complicate le farà Cuneo, che è l’unica in grado, e Alba farà le elezioni. Ma la radioterapia unica a Cuneo e Alba non era già iniziata sotto la sua guida? Noi abbiamo disegnato un servizio a favore dei cittadini, mettendo macchine a disposizione sul territorio, tre acceleratori in provincia con l’integrazione tra apparecchiature con una logica chiara: venire incontro alle 300 persone che ogni anno dall’albese si spostavano a Cuneo per la radioterapia, fornendo un servizio a Verduno guidato da Cuneo, con la stessa professionalità e integrazione tra le apparecchiature con medici, tecnici e fisici di Cuneo che lavoravano anche ad Alba. L’atto aziendale di Verduno fa un’altra cosa. E questo andrebbe a favore dei cittadini? Ho molte perplessità in merito. Allora perché questa scelta? Perché si guarda al campanile e non al futuro e al bene di noi cittadini utenti. Il Pnrr aumenta anche le strutture  che però non vanno solo fatte, ma vanno riempite con personale, medici e infermieri e anche per questo che bisogna razionalizzare i costi e lavorare in rete. È evidente a tutti la carenza dei medici e degli infermieri per cui ora sono davvero nelle condizioni di scegliere le strutture che più garantiscono un futuro e prospettive. Non si può pensare a un pronto soccorso lasciato in mano a cooperative che hanno costi elevatissimi e qualità inferiore. È una scelta politica dunque quella di togliere a Cuneo per dare a Verduno? È una scelta miope che gioca sulla pelle della gente, sulla qualità e sulla sicurezza. È evidente che c’è un occhio di riguardo per Verduno, dove si sono spesi tanti tantissimi soldi pubblici, ed è giusto che, visto che oggi c’è, venga usato e curato ma non a discapito di Cuneo e di tutti i pazienti della provincia. Cuneo ha una funzione non paragonabile ad Alba per storia, discipline, tecnologie, complessità, tipologie di organizzazione e patologie trattate. Lei è sempre stato fautore di un’unica azienda in provincia rimane convinto? Sempre di più. Queste situazioni non ci sarebbero mettendo gli ospedali in rete e coordinando tutte le strutture si ridistribuirebbero le attività e chi ne avrebbe beneficio sarebbero i cittadini utenti e le casse pubbliche. Ci sarebbe uno scambio anche di professionalità tra ospedali spoke e hub aumentando sicurezza e servizi perché la parcellizzazione causa solo più costi e meno qualità. Perché non si è mai fatto? Poltrone da soddisfare? Campanilismi?  È la politica che non lo ha mai voluto fare, o meglio la politica piemontese. Perché in altre aree dove la sanità funziona meglio la Regione è direttiva e sceglie, come in Emilia Romagna, in Lombardia, in Toscana. Qui fare il direttore generale è vivere pericolosamente in un contesto sfumato tra territorio e potere centrale che ha sempre paura di scontentare questo o quell’altro campanile a seconda delle volte. Ha lasciato la direzione che si parlava ancora di quale posto scegliere per il nuovo ospedale di Cuneo, come la vede? Il discorso è legato al ruolo che la Regione pensa oggi per Cuneo. Anche qui è tutto fermo, almeno da un anno. Lo stop è solo responsabilità della Regione e basta. Cuneo e il territorio hanno fatto la loro parte: il consiglio comunale prima e poi la Conferenza dei sindaci hanno espresso parere sul sito, il Carle, ma ora ci vuole un progetto e da un anno tutto fermo. Così come avviene, anche se lì è ancora peggio, a Savigliano, dove non c’è neppure il luogo. Ora scopriamo anche  che la Regione ha demandato al consiglio regionale la scelta a giugno. Un modo per rimandare, prendere tempo e per non decidere.
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