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La profetica “deposizione” del crocifisso di Leopoli, simbolo di un’umanità ferita

09 aprile 2022

Cuneo

La fotografia, scattata da André Luis Alvarez e divenuta immediatamente virale in rete, è indiscutibilmente di straordinario impatto. E, se non fosse per le condizioni in cui è stata scattata, si potrebbe tranquillamente dubitare della sua autenticità e sospettare che essa nasca da un attento studio volto a farne l’emblema di una guerra sul punto di esplodere e di estendersi con un’inattesa virulenza. Invece non è affatto così. Quello che si è rapidamente trasformato nel simbolo di un conflitto bellico destinato ad acuirsi – e forse ancora lontano dal trovare una soluzione – è semplicemente uno “scatto” che ha saputo fissare, in modo estremamente efficace, l’istante perfetto dell’accadere di un evento apparentemente neppur così rilevante. Ciò che è stato fotografato a Leopoli, come reso evidente dall’immagine stessa, è il momento nel quale, cinque uomini, servendosi di alcune corde, issano una statua di Cristo Salvatore su un container destinato ad essere collocato in un luogo sicuro nel quale questa e altre opere d’arte risultino messe al riparo da possibili bombardamenti. Certo questi ultimi, almeno per ora, si sono limitati a colpire solo alcuni centri strategici prossimi alla città. Non si può però escludere – forse ora ancor meno di quando questa foto è stata scattata – che lo sgancio di bombe o il lancio di missili possa finire col coinvolgere anche il centro di Leopoli. E questo sebbene questa città sia la più ad ovest dell’Ucraina, la più prossima alla Polonia e sia stata riconosciuta dall’Unesco Patrimonio mondiale dell’umanità, imponendo in questo senso anche alla strategia messa in atto dalle forze armate russe una certa prudenza nel fare di essa il bersaglio di un bombardamento generalizzato. L’impatto di questa immagine è indubbiamente legato alla figura che ne rappresenta il fulcro: un Cristo Salvatore, legato alla tipologia del “Christus patiens”, e dunque rappresentato come morto e segnato da un’espressione profondamente sofferente. I suoi occhi sono chiusi, il suo capo reclinato sulla spalla destra, segno di una morte che si è ormai impossessata del suo corpo martoriato e accasciato a causa delle ginocchia incapaci di reggerne il peso. Questo cinquecentesco Cristo crocifisso era finora collocato all’interno della cattedrale armena di Leopoli e trovava posto al centro di un coro ligneo “assemblato” nel corso del XVIII secolo con elementi provenienti da altri edifici sacri curiosamente legati a etnie diverse: dislocati cioè non solo in Ucraina, ma anche in Armenia e in Polonia. Quasi il simbolo, paradossalmente evidenziato dal conflitto in corso, di una possibilità di convergenza tra differenti popoli e di convivenza tra approcci al cristianesimo certo prossimi, ma neppure del tutto identici. E tuttavia, a colpire nella fotografia scattata da André Luis Alvarez a questo Cristo Salvatore nell’atto di essere messo in sicurezza è proprio il suo essere stato “staccato” dalla croce cui era appeso. A materializzarsi infatti, sebbene gli uomini che la circondano stiano issando questa statua sul container destinato a proteggerla, pare essere una sorta di “deposizione dalla croce”. Tanto efficace da richiamare immediatamente alla mente la “deposizione”, decisamente disperante, dipinta da Rosso Fiorentino e conservata alla Pinacoteca di Volterra. O quella, decisamente più “trasfigurata”, realizzata dall’ineffabilmente raffinato tratto di pennello di Raffaello e inserita nelle collezioni della Galleria Borghese a Roma. In questo senso la fotografia di Alvarez assurge a simbolo di un’umanità ferita e devastata. Quella che per secoli l’immagine del crocifisso ha rappresentato, assumendo via via un’universalità capace di andare – oltre ogni angusta polemica ideologica – ben al di là del ristretto ambito del cristianesimo. Ora, proprio questa dimensione simbolica risulta profondamente enfatizzata dallo “scatto” del Cristo Salvatore di Leopoli. E ad imprimergli questo suggestivo tratto è proprio il contesto circostante: un contesto di guerra imminente, che costringe gli uomini preposti alla salvaguardia del patrimonio di Leopoli – al pari di Giuseppe d’Arimatea e degli uomini che con lui deposero Gesù dalla croce per portarlo al sepolcro prima che sopraggiungesse il sabato – a fare in fretta, nel timore che un incontrollabile avvio dei bombardamenti da parte dell’esercito russo potesse distruggere questa scultura. Certo un’analoga attenzione è stata riservata ad altre opere d’arte, anch’esse riposte in luoghi sicuri o messe al riparo “impacchettandole” con teli per salvaguardarle da eventuali onde d’urto prodotte dall’esplosione delle bombe. E tuttavia il Cristo Salvatore di Leopoli non è diventato soltanto il simbolo di tutte queste opere d’arte a rischio di venire distrutte e di andare perdute per sempre, ma anche delle innumerevoli vite umane – di uomini e donne, di bambini e anziani, di militari e civili – che la guerra appena scatenatasi avrebbe, da entrambe le parti, soppresso e dissolto. In questo senso, dunque, questa statua lignea ha assunto anche una dimensione profetica: capace cioè di presagire, senza tuttavia poterne impedire il devastante profilarsi, un futuro di sofferenza e morte.  

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