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Ciò che ancora mi muove a scrivere è aiutare la gente a pensare e a rendere attraente il Vangelo per l’uomo di oggi

23 gennaio 2022

Cuneo

Don Pino Pellegrino, di Fossano, a luglio di quest’anno compirà 93 anni. Autore di oltre 300 libri, continua a scrivere e in questi mesi ha fondato una nuova casa editrice (la ‘Sanpino’). Con un’intelligenza ancora vivace e appassionata continua a diffondere cibo per le menti.
Quest’anno lei compie 93 anni e continua a scrivere libri, ha appena fondato una casa editrice, la ‘Sanpino’. Che cosa si sente ancora di dire ai lettori? Sì, e continuo a vivere, mordendo la vita, come dice il papa Francesco, con una forte motivazione interiore per aggiungere anni ad anni. La motivazione di fondo è questa: vorrei passare questi anni che mi restano ancora della vita per diffondere pensieri solidi in una società liquida, perché credo molto nel valore delle idee. È fondamentale ritornare a pensare, salvare le menti per me oggi è il primo imperativo categorico che mi impegna a continuare a vivere. D’altronde se sono vivo è perché il mio turno di lavoro non è ancora finito e devo completarlo. Ecco perché abbiamo fatto nascere una nuova casa editrice, la Sanpino, perché la Parola di Dio corra. Come Chiesa stiamo perdendo la grammatica comunicativa e dobbiamo trasmettere la Parola in modo accattivante. Che importa avere una bella notizia se poi non la facciamo diventare gradita notizia? Lo scopo di questa nuova casa editrice è quello di rendere gradita la Parola di Dio a vantaggio dell’uomo. Con questa casa editrice pubblicheremo autori di diverse nazioni di grande valore. Con la sua firma, quanti libri sono stati pubblicati? Forse troppi. Dire un numero preciso non saprei, non li ho contati e non li posso contare anche perché ho tanti opuscoli. Comunque, complessivamente si aggirano sui 300, con la editrice Esperienze prima, poi con Mario Asteggiano, poi moltissimi con Elledici e ora con la Sanpino. Scrivere libri per me è un lavoro pesantissimo ma essenziale. La Chiesa secondo me oggi pensa troppo poco, soffre di visibilite. Pensa più alla vetrina che al negozio. Per me salvare una libreria, una biblioteca è salva- re un centro di formazione. Paolo VI - l’ho conosciuto molto bene quando ero alla Cattolica di Milano, allora lui era il cardinale Giovan Battista Montini arcivescovo di Milano - con il quale ci trovavamo a cena insieme per un amico in comune, una volta mi ha detto: “Bravo Pellegrino, fai bene a studiare filos fia teoretica perché il mondo oggi muore per mancanza di idee, pensieri”.
Ha già in mente un prossimo libro? Il prossimo titolo, nel mese di marzo, sarà “L’adulto evaporato”, per lottare contro la piccolezza antropologica di oggi. Manchiamo di cime nel pensiero e in questo libro farò una propaganda di Gesù Cristo, cima del mondo. In tema, uno dei prossimi titoli sarà: “Gesù affare fatto”, per gli adolescenti. Ma oltre ai libri comunica anche in altro modo? Si, sto propagando le idee con il digitale. Infatti tengo una rubrica su facebook che ha come tema: “Uomini umani con la testa e con il cuore”. Su questa rubrica, molto seguita, voglio dimostrare come per essere cristiani occorre essere pienamente umani perché l’emergenza oggi, è l’emergenza uomo. Stiamo diventando sempre meno umani. Mi spiace non poter vedere che cosa diventerà l’uomo tra cinquant’anni. Ho timore che l’uomo di oggi scompaia. Gli antropologi parlano di un uomo nuovo, pienamente tecnologico, macchinizzato. Tutto sarà digitale. Il grande problema oggi è salvare l’uomo. Questo concetto lo diceva già alcuni anni fa il filosofo Emanuele Severino con il quale lei ha preparato la tesi alla Cattolica. Che ricordo ha di uno dei filosofi che la critica considera tra i più importanti pensatori italiani del’900? Era un uomo molto intelligente, il filosofo del tempo, ma anche un signore dal punto di vista umano. Mi sono trovato benissimo con lui. All’inizio volevo fare la tesi con Cornelio Fabbro, grande studioso di Kierkegaard, con il titolo “Il singolo”. Kierkegaard stesso desiderò co- me epitaffio sulla sua tomba “Quel Singolo”, a ricordare l’unicità imprescindibile della sua stessa vicenda umana. Un tema che mi affascinava perché ogni uomo deve essere se stesso, non manipolato, clonato da altri. A Fabbro subentrò Emanuele Severino il quale mi disse: “Lei è un sacerdote. I sacerdoti vivono della Parola e di parole, allora le consiglio di fare una tesi sulla nuova retorica, sul valore del linguaggio”. Così mi ha indicato un autore ebreo Chaïm Perelman che ave- va scritto ‘Trattato dell’argomentazione - La nuova retorica’. Così il titolo della mia tesi è diventato: “La nuova retorica”, poi pubblicata sulla Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, fondata nel 1909 da Agostino Gemelli. Ringrazio il cielo di avere incontrato un uomo come Severino che mi ha dato un grande esempio come pensatore e come uomo.
Di che cosa si sente di rin- graziare? Primo, di aver sofferto molto. Nell’infanzia ho fat- to letteralmente la fame, per questo sono stato educato alla fatica. Ho fatto la fame anche a Milano, non avevo un centesimo. A Milano di giorno facevo il parroco e di notte studiavo. Scusate se lo dico, ma pregavo che morisse qualcuno perché ai funerali i milanesi erano generosi con le offerte. Con i soldi del funerale potevo pagarmi il tram per andare all’università e il pranzo. Secondo, ringrazio per aver avuto la possibilità di studiare. Terzo, di aver incontrato persone d’oro nella vita. Può elencare alcune di queste persone? Anzitutto mio zio, colui che poi è diventato il cardinale di Torino, Michele Pellegrino. Per me era un santo. Mi ha aiutato moltissimo quando a 8 anni ho perso mia mamma. Mi ha aiutato anche molto il cardinale Montini, poi il fondatoredell’università Cattolica padre Agostino Gemelli con il quale ho parlato molte volte, grazie anche al fatto che ero nipote del cardinale Pellegrino. Così come ringrazio tanto monsignor Carlo Aliprandi quando era vescovo di Cuneo.
Che cosa ha significato per lei il Concilio Vaticano II, la ricerca di un nuovo modo di pensare e insegnare la teologia, di proporre il Vangelo? A dir la verità non ha inciso molto nella mia vita. L’unico Documento che mi ha toccato è stata la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae, dove finalmente si esaltava la libertà di coscienza. Un grande dono del Concilio. Per il resto l’ho trovato un po’ prolisso. Penso che non si potrebbe più tenere un Concilio con documenti così lunghi. Oggi il messaggio della fede necessita di maggiore sintesi perché la forma mentis dell’uomo è cambiata. Di che cosa ha bisogno la Chiesa? Ciò che ho appena detto: la Chiesa non sta comprendendo che la forma mentis dell’uomo è cambiata. Oggi non si ragiona più come al tempo di Aristotele o di San Tommaso D’Acquino. La Chiesa non riesce più a trovare la via per graffiare i cervelli dell’uomo e soprattutto scaldare i cuori. Mancano le strategie comunicative e l’inculturazione, cioè la mancanza di contemporaneità con l’uomo. Un altro limite è questo: non pensare ad adultizzare la fede. Non si aiuta a giustificare il credere, a rendere ragione della fede. Per questo oggi Dio vale meno di uno spazzolino da denti. Su questo tema spero di riuscire a scrivere un libro dal titolo: “Deceduto per insignificanza”. Dio per l’uomo di oggi significa poco e vorrei provare a far capire che la fede cristiana se intesa bene ha una valenza antropologica unica per non sprecare la vita. Ai cristiani, ai preti manca la grinta per portare l’annuncio del Vangelo. Una cosa che mi provoca fastidio è la pigrizia culturale.
Quale filosofo consiglierebbe di leggere? Attualmente sto leggendo due libri che ritengo buoni. Il primo è di Umberto Galimberti: “Il libro delle emozioni”. Un punto debole della nostra società è quello di essere anaffettiva, non si crede nel valore delle emozioni. Ma senza le emozioni, la vita è monca. Noi siamo ancora succubi di Cartesio che credeva solo nelle idee chiare e distinte. È vero che le idee chiare e distinte hanno un loro valore ma anche le emozioni sono importanti. Su questo tema ritengo interessante il pensiero dello psichiatra Eugenio Borgna, con il quale ho parlato più volte. Un altro libro che sto leggendo è quello di Vito Mancuso. Il suo pensiero qualche volta è un po’ urticante per la Chiesa, ma è un uomo che pensa. Il titolo del suo libro è: “A proposito del Senso della Vita”. Oggi siamo tutti un po’ frastornati, disorientati e abbiamo bisogno di trovare un senso. Concludendo, ha delle perle di saggezza da regalare? La prima è questo: “Dio non ci allaccia le scarpe”. Dio ci rispetta nella nostra libertà, richiede il nostro impegno per non sprecare la vita, ci chiede di collaborare con lui. Seconda: “l’anno che il Signore ci dà ci aiuti a maturare e a non invecchiare”. Facevo scuola all’università della terza età, una scuola nella quale credevo, nata per maturare e non per invecchiare. Tanti invecchiano ma non maturano. Terza: “Si vive soltanto se si è del proprio tempo e non della propria età”. A 93 anni cerco di essere del mio tempo, di aggiornarmi, di essere presente al presente, di camminare nella storia di oggi.
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