La vita può sconfiggere la morte?
22 giugno 2020
Cuneo
Sconfiggere la morte. La vittoria definitiva dell’umanità per alcuni, il punto di non ritorno per altri. Don DeLillo affonda le mani in questo tema scivoloso e complesso che coinvolge la natura dell’essere umano e il suo stare al mondo, dalla dimensione religiosa alle relazioni sociali, e ci restituisce un’indagine sul rapporto tra genitori e figli e sull’accettazione, o meno, della morte. Le vicende del racconto sono lineari o quasi, come raramente in DeLillo. Jeffrey Lockhart accompagna il padre, uomo dalla ricchezza sconfinata, nella sede supersegreta di un’azienda biomedica che lavora alla criogenesi e ha messo a punto la possibilità di preservare i corpi e le coscienze fino al giorno in cui la medicina sarà in grado di curare ogni malattia. Il padre e la sua attuale moglie, malata, hanno deciso di seguire questa strada con fede piena e (quasi) senza dubbi. Jeffrey non conosce la meta e il motivo della trasferta: suo padre lo ha abbandonato quando era ancora un bambino e nel corso degli anni si sono incontrati raramente. Sono distanti e sconosciuti, ma le giornate in quel luogo a metà tra una clinica da fantascienza e la sede di una setta di fanatici saranno l’occasione per Jeffrey di tentare almeno di conoscere suo padre e per meglio definire il ricordo di sua madre, morta quando era ancora ragazzo. Sullo sfondo, la lotta dell’uomo tra la vita e la morte, a cui tutti prima o dopo si trovano costretti partecipare, come protagonisti o spettatori, tra incrollabili certezze e totale disorientamento, personaggi enigmatici, momenti di intimità e istanti di accecante bellezza, come il sole del tramonto che invade le strade di New York e strappa un ooh di stupore a un bambino: quello stupore incantato che racchiude, forse, uno dei modi in cui la vita riesce a vincere la sfida quotidiana con la morte, anche se solo per un attimo. Zero K di Don Delillo Einaudi 19 euro Dal libro “Non mi ero mai sentito così umano come il giorno in cui mia madre era distesa a letto, morente. Non era la fragilità di un uomo di cui si dice che è, appunto, umano, vittima di una debolezza o di una vulnerabilità. Era un’ondata di tristezza e di perdita che mi ha fatto capire che io ero un uomo ingrandito dal dolore. C’erano ricordi, ovunque, che arrivavano spontanei. C’erano immagini, visioni, voci e il fatto che l’ultimo respiro di una donna dà espressione all’umanità costretta di suo figlio. Ed ecco la vicina con il bastone, immobile, in eterno, sulla soglia, ed ecco mia madre, a portata di braccio, a portata di mano, quieta. (…) Mia madre era normale a modo suo, un’anima libera, il luogo dopo potevo tornare e sentirmi al sicuro”.