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7 luglio 2026

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Fondazione e Bre, una Brexit tutta cuneese

02 luglio 2016

Cuneo

Cuneo - C’è una Brexit tutta cuneese. È la definitiva e totale uscita della Fondazione Cassa di risparmio di Cuneo dalla Banca regionale europea, che passa interamente in proprietà di Ubi banca Spa.Non è un abbandono traumatico su scala planetaria come quello inglese, ma è significativo per la nostra Provincia. Perché segna la fine di un rapporto che durava da 160 anni sciogliendo l’ultimo filo di continuità tra Cuneo e la sua storica “Cassa di risparmio”. Una cesura che non sarà senza conseguenze. A cominciare dalla riduzione di sportelli e di personale insieme all’incerto futuro del marchio Bre e della dirigenza made in Cuneo. La Fondazione Crc acquisirà qualche peso in più in Ubi, ma perderà il diritto di nominare propri rappresentanti nel cda di Bre. Con buona pace di quanti ambivano a quelle poltrone e che più di tutti in questi mesi si erano mobilitati per difendere la “cuneesità” di Bre.La questione, non è se il nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione oggi presieduto da Giandomenico Genta, in continuità con il precedente guidato da Ezio Falco, abbia fatto bene o male a vendere il 25% che ancora possedeva di Bre. Non è nemmeno se il prezzo spuntato per quel 25%, 120 milioni di euro, sia congruo. La realtà è che non erano date alternative alla vendita, che è stata decisa su altri tavoli e poi “suggerita” alla Fondazione cuneese che, obtorto collo, l’ha fatta propria. La decisione è stata assunta in Ubi, che di Bre già possedeva il 75%, e nelle centrali di governo del sistema bancario nazionale. E questo accade sullo sfondo dei convulsi movimenti del mondo bancario italiano (ed europeo) costretto a tappe forzate verso nuove aggregazioni per dare vita a pochi istituti, più grandi e meglio patrimonializzati, nella convinzione - giusta o sbagliata lo dirà la storia - che questa sia l’unica strada per reggere la concorrenza internazionale e proteggere i risparmi dei cittadini.Si tratta di un cambiamento radicale che si sta realizzando sotto i nostri occhi e che nei giorni di Brexit - quella del Regno Unito - con le banche italiane in grosse difficoltà, si è fatto più evidente e allarmante.Un cambiamento riscontrabile anche sul territorio provinciale, dove le piccole banche  “Casse di risparmio” (Savigliano, Saluzzo, Fossano, Bra) sono tutte confluite nell’orbita di grandi istituti bancari. Non è difficile immaginare che anche queste saranno presto in mano di amministratori più espressi dalle nuove grandi proprietà e non più dalle istituzioni del territorio. Il loro rapporto con chi sul territorio opera e lavora, inevitabilmente, si allenterà e risponderà esclusivamente ai criteri di tutte le grandi banche, la cui finalità è investire il denaro nel modo più redditizio possibile per loro stesse. Un’evoluzione che, altrettanto inevitabilmente, sottrarrà queste banche a qualsiasi forma di controllo sociale e diretto da parte del territorio. Se ne occuperanno le istituzioni di controllo nazionale e la Banca centrale europea. Ma gli esempi recenti di Banca Etruria, di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza non sono del tutto tranquillizzanti.Lo stesso mondo delle Casse rurali, da sempre le più locali tra le banche di territorio, vive una trasformazione che, anche dove evita fusioni e incorporazioni (come accade non senza sofferenze e ribellioni in alcuni casi provinciali) obbliga ad una progressiva e più stretta aggregazione di sistema tutte le Casse d’Italia. Insieme per essere più forti e competitive, è la filosofia alla base di questo “percorso guidato”. Se però gli obiettivi sono chiari, non sappiamo esattamente se e che cosa cambierà nell’azione e nel rapporto di ciascuna Cassa rurale con il proprio territorio di riferimento.Casse di risparmio e Casse rurali, nella loro diversità, sono nate, da metà Ottocento in poi, con finalità chiare per rispondere a bisogni precisi: raccogliere e far fruttare i piccoli risparmi a vantaggio della comunità cui appartenevano e in particolare delle sue classi più povere, contadini e artigiani in primis; combattere la piaga dell’usura; promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale delle famiglie.Bisogni e finalità da perseguire anche in questa complessa stagione dove l’economia e il lavoro soffrono più che mai. Idealmente dovrebbero farsene carico ancora le Bcc-Casse rurali, e le fondazioni di origine bancaria, che dopo la separazione definitiva dalle rispettive banche, si trovano a gestire il cospicuo patrimonio accumulato negli anni.La questione vera è questa: le Fondazioni e le Casse rurali, così come operano oggi e come diventeranno dopo le trasformazioni in atto, perseguiranno ancora le finalità per cui sono nate?