Madri non si nasce, ma si diventa: meglio se non sole
13 maggio 2016
Cuneo
Secoli di maternità idealizzata e decenni di maternità “medicalizzata” hanno senza dubbio creato, accanto a riconoscimento teorico e tutela della salute, tutta una serie di fraintendimenti e pregiudizi con tanto di effetti collaterali. Spesso anche dannosi. Madri non si nasce, ma si diventa. Con dedizione e fatica, nei dubbi e nella solitudine. Si dice che nessuno “nasce imparato” ed è proprio così, mamme incluse. Quando nasce un bambino, in quel preciso istante nasce anche una mamma, ma non una mamma già “formata”: si tratta invece di una mamma “neonata”, proprio come il bambino che sta accogliendo tra le braccia. Chi si occuperà di lei? Chi si occuperà di lei mentre sarà intenta a nutrire, cullare, vegliare, consolare, accompagnare, sorreggere? Chi le parlerà mentre sarà concentrata a parlare al suo bambino? Chi ascolterà il suo nuovo linguaggio, mentre cercherà di sintonizzarsi su quello incomprensibile e non ancora decodificato del neonato che le piange tra le braccia? Chi intuirà che, esattamente come il neonato che ancora non vede in modo definito il volto della madre, ma ne riconosce l’odore e si lascia rassicurare dal suono della sua voce, anche lei sta procedendo per tentativi, senza sapere esattamente dove va, che cosa fa e se quello che fa funzionerà perché, come nel caso della maggior parte delle cose importanti che riguardano gli umani, la maternità non è una scienza esatta. I corsi preparto e i manuali di puericultura non contengono tutte le risposte. Contengono informazioni, istruzioni, percentuali e tabelle, che sono punti di partenza importanti, ma sicuramente non punti di arrivo. Le risposte alle domande che ogni appuntamento con la maternità solleva, le soluzioni per le situazioni particolari che ogni madre si trova a dover affrontare, passano attraverso quella cosa né codificabile né prevedibile che è la specifica relazione mamma-bambino: la relazione tra “quella” mamma e “quel” bambino; passano attraverso l’accoglienza delle emozioni anche negative (e non solo positive) da cui una neomamma può sentirsi sopraffatta per stanchezza, senso di inadeguatezza, difficoltà a contenere il pianto a volte inconsolabile e all’inizio incomprensibile dei bambini di poche settimane (interessante a questo proposito il saggio La rabbia delle mamme di Alba Marcoli - Dati Editore, 2011) Qualcuno ha parlato della “grande bugia” che le donne già madri tramandano da una generazione all’altra: sulla maternità come vocazione innata, sapienza ancestrale, vocazione irrinunciabile, gioia, appagamento, poesia … (cfr. il romanzo NW di Zadie Smith, recensito a p. 42 da Federica Bosi) La fatica e a volte la delusione della maternità, con le paure, le limitazioni e le frustrazioni che porta con sé, rappresentano ancora “l’indicibile”. All’indicibile verità su un passaggio tutt’altro che automatico un tempo si rimediava attraverso una più presente e attiva comunità femminile, che si faceva carico di madre e bambino, fornendo cura e sostegno. Nella famiglia nucleare o nel caso sempre più diffuso delle madri single, e soprattutto in una società profondamente mutata che ha smarrito il senso della sacralità della vita come responsabilità collettiva, la maternità diventa atto di coraggio. I nuovi padri, coinvolti nei corsi e in sala parto, vengono caricati di competenze che non hanno, di aspettative cui spesso non sono in grado di corrispondere: se la neonata mamma non sa nulla dell’essere madre, cosa potrà mai saperne il neopadre che si affaccia per la prima volta a un universo che non conosce? Serve a questo proposito onestà intellettuale, consapevolezza e rete di sostegno. Reale. Concreta. Non solo parole, ma fatti. Empatia. Rivisitazione del sistema di valori.Servono, come scrive Maura Anfossi, occhi che sanno accorgersi e mani attente e amorevoli per le mamme, i cui occhi e le cui mani sono indispensabili al bambino.Nell'inserto "Zero20" su La Guida di giovedì 12 maggio, alcune pagine dedicate al tema.