Non accontentandoci delle immagini che scorrono ogni giorno ai telegiornali proviamo ad andare oltre la cronaca per avvicinarci alla realtà concreta di chi vive la guerra sulla propria pelle. Lo facciamo attraverso la testimonianza di una famiglia di Kherson, una delle città simbolo del conflitto in Ucraina.
Divisa dal fronte come una noce spezzata a metà, Kherson sorge nel sud del Paese a ridosso delle linee di combattimento. Ha conosciuto l’occupazione russa, la successiva riconquista da parte delle forze ucraine e continua a vivere sotto la minaccia costante di bombardamenti e attacchi con droni.
Attraverso il racconto di Simoneentriamo nella quotidianità di chi convive ogni giorno con il rumore delle esplosioni, la paura e l’incertezza. In questa parte del Paese, la vita è resa ancora più difficile dalla vicinanza delle postazioni russe. I droni colpiscono frequentemente obiettivi civili in quello che molti abitanti definiscono ormai un “safari umano”: una vera e propria caccia all’uomo che incombe sulle strade, nei quartieri e nella vita di tutti i giorni.
Conosco Simone da quando era ragazzo e l’ho visto crescere in fretta, come accade a tanti giovani costretti a confrontarsi con eventi più grandi di loro. Nel 2019 sono stata ospite della sua famiglia a Kherson. Ricordo il piccolo negozio di alimentari con il bar, la casa sempre aperta agli ospiti, la tavola apparecchiata, il miele sulla pelle nel calore della sauna, le voci che animavano la strada davanti al negozio, il cortile, l’orto, i nonni, lo zio con la moglie e la loro bambina. Una famiglia come tante, profondamente legata alla propria casa, costruita con anni di lavoro nella periferia di una città che allora sembrava lontana dai grandi conflitti della storia.
Oggi quella stessa famiglia vive dispersa in quattro Paesi diversi. Simone si è trasferito a Sanremo, seguendo la madre che era emigrata prima di lui. La nonna vive ad Amburgo, in Germania, condividendo una stanza con altre tre donne ucraine fuggite dalla guerra, e periodicamente torna a Kherson. La moglie dello zio e la figlia dodicenne si sono rifugiate in Polonia. Nella città sul Dnipro sono rimasti soltanto il nonno e lo zio.
Eppure, nonostante le migliaia di chilometri che li separano, Simone telefona al nonno almeno una volta alla settimana.
Quando riesco a parlare con lui su Telegram sento quasi sempre i bombardamenti in sottofondo, racconta. È una cosa che non riesco ad accettare. Tu stai parlando normalmente con i tuoi e dietro senti le esplosioni. Hai sempre la sensazione che il prossimo colpo possa raggiungerli.
La casa di famiglia si trova in una posizione oggi tragicamente strategica. A poche decine di metri scorrono un ramo del Dnipro e la ferrovia. Poco distante si trova il ponte Antonovsky, uno dei luoghi simbolo della guerra nella regione di Kherson. Dietro la ferrovia c’è il fiume e poi un’isola. Gran parte è controllata dai russi. Il fronte è lì, davanti a loro. Per questo hanno scavato trincee proprio di fronte a casa nostra. La sera non possono accendere le luci: rischiano di essere individuati. Tengono tutto spento e hanno oscurato le finestre.
Quando i russi occuparono Kherson nel 2022, il piccolo negozio di famiglia fu costretto ad adeguarsi alle nuove regole. I prodotti ucraini vennero requisiti e sostituiti con merce proveniente dalla Russia. Quando la città è tornata sotto il controllo di Kiev, è avvenuto il contrario: la merce russa rimasta sugli scaffali è stata sequestrata senza alcun risarcimento. Da allora andare avanti è diventato sempre più difficile. Lo zio continua a tenere aperto il negozio, ormai uno degli ultimi punti di riferimento del quartiere. I clienti sono soprattutto anziani e soldati ucraini.
Vende quello che riesce a trovare: pane, carne, generi alimentari. In giro c’è poca gente. Molti se ne sono andati. Per procurarsi la merce si affida all’aiuto di un vicino di quasi settant’anni che possiede ancora un’automobile. Gli prepara la lista e lui va nei supermercati ancora aperti o ai mercati delle donne. Compra di preferenza prodotti locali, frutta e verdura di stagione.
L’inflazione colpisce duramente, soprattutto gli anziani. Le pensioni dei nonni valgono poco più di cinquanta euro al mese, mentre i prezzi hanno ormai raggiunto livelli simili a quelli europei. Per questo il cortile di casa è stato trasformato in una piccola azienda agricola di sopravvivenza.
Mio zio ha costruito dei capanni di legno. Alleva maiali, polli, anatre e coltiva l’orto. Se non ci fosse lui non saprei davvero come farebbe mio nonno.
Anche uscire di casa comporta dei rischi.
Lo zio cerca di farsi vedere il meno possibile. Ha paura delle squadre che fermano gli uomini per il reclutamento. Se lui dovesse partire, mio nonno resterebbe completamente solo. È quasi cieco.
Il nonno è un uomo temprato dalla vita. Ex pugile professionista ai tempi dell’Unione Sovietica, ha sempre creduto nello sport e nella disciplina. Aveva vinto molti premi. Allora spesso non ti davano medaglie ma denaro. Con quei soldi viveva bene. È stato lui a crescermi e mi ha insegnato a cavarmela da solo. Forse è anche per questo che non vuole lasciare Kherson. Lì ci sono la sua casa, il suo giardino, tutta la sua vita. Andarsene significherebbe chiudersi in una stanza e aspettare. Preferisce restare.
Le donne della famiglia hanno invece scelto la strada dell’esilio. La nonna vive ad Amburgo grazie a un sussidio tedesco sui 450 euro mensili e alla piccola pensione che probabilmente non potrà più ricevere percependo già l’altra. Quando può manda qualche aiuto economico agli uomini rimasti a Kherson e, con i suoi 79 anni, affronta lunghi e drammatici viaggi in treno per rivedere marito e figlio.
La moglie dello zio vive in Polonia con la figlia dodicenne e lavora in fabbrica, spesso con doppi turni per sbarcare il lunario.
Lo scorso anno è riuscita a tornare per una settimana. Poi ha dovuto ripartire. Non si sono separati, ma vivono una vita sospesa, come tante famiglie ucraine che il conflitto ha diviso.
Alla guerra si è aggiunta la devastazione provocata dalla distruzione della diga di Nova Kakhovka. L’acqua era arrivata fino al primo piano della casa. Mio zio si spostava con una barca. È stato un disastro. Le conseguenze sono ancora visibili. Mia nonna dice che molti alberi non fioriscono più come una volta. È cambiato l’ambiente, è cambiato tutto.
Anche Kherson è irriconoscibile. Ci sono erbacce dappertutto. Prima sull’isola davanti a casa c’erano animali, un piccolo bosco, aree protette. Era un luogo curato. Oggi non so nemmeno se esista ancora.
La guerra ha modificato persino il rapporto con la lingua e l’identità. Quando sono andato a rinnovare il passaporto ucraino vicino a Milano parlavano tutti ucraino stretto. Io invece sono cresciuto parlando soprattutto russo. A Kherson era normale. Eravamo vicinissimi al confine e respiravamo cultura russa fin dall’infanzia.
Anche il nonno, come molti appartenenti alla generazione sovietica, guardava un tempo con simpatia a Vladimir Putin. Prima della guerra tante persone lo stimavano. Dopo quello che è successo nessuno nella mia famiglia la pensa più così.
Oggi Kherson continua a sopravvivere all’ombra del fronte. Lungo le strade principali sono state installate reti antidrone, mentre trincee, edifici danneggiati e posti di controllo fanno ormai parte del paesaggio urbano.
Non credo che la guerra finirà presto, conclude Simone. Nessuna delle due parti sembra disposta a cedere. Poi il pensiero torna alla sua strada, al negozio pieno di clienti, alle serate d’estate nel cortile di casa.
Oggi, in quella casa affacciata sul Dnipro, sono rimasti soltanto suo nonno e suo zio. Continuano a coltivare l’orto, ad allevare gli animali e ad alzare ogni mattina la serranda del negozio, a poche centinaia di metri dal fronte.
È questa l’immagine che meglio racconta la guerra vista da Kherson: non soltanto la distruzione, che pure è ovunque, ma la tenace normalità di chi continua a vivere dove il resto del mondo vede soltanto un campo di battaglia.
editoriale
Non accontentandoci delle immagini che scorrono ogni giorno ai telegiornali proviamo ad andare oltre la cronaca per avvicinarci alla realtà concreta di chi vive la guerra sulla propria pelle. Lo facciamo attraverso la testimonianza di una famiglia di Kherson, una delle città simbolo del conflitto in Ucraina.
Divisa dal fronte come una noce spezzata a metà, Kherson sorge nel sud del Paese a ridosso delle linee di combattimento. Ha conosciuto l’occupazione russa, la successiva riconquista da parte delle forze ucraine e continua a vivere sotto la minaccia costante di bombardamenti e attacchi con droni.
Attraverso il racconto di Simoneentriamo nella quotidianità di chi convive ogni giorno con il rumore delle esplosioni, la paura e l’incertezza. In questa parte del Paese, la vita è resa ancora più difficile dalla vicinanza delle postazioni russe. I droni colpiscono frequentemente obiettivi civili in quello che molti abitanti definiscono ormai un “safari umano”: una vera e propria caccia all’uomo che incombe sulle strade, nei quartieri e nella vita di tutti i giorni.
Conosco Simone da quando era ragazzo e l’ho visto crescere in fretta, come accade a tanti giovani costretti a confrontarsi con eventi più grandi di loro. Nel 2019 sono stata ospite della sua famiglia a Kherson. Ricordo il piccolo negozio di alimentari con il bar, la casa sempre aperta agli ospiti, la tavola apparecchiata, il miele sulla pelle nel calore della sauna, le voci che animavano la strada davanti al negozio, il cortile, l’orto, i nonni, lo zio con la moglie e la loro bambina. Una famiglia come tante, profondamente legata alla propria casa, costruita con anni di lavoro nella periferia di una città che allora sembrava lontana dai grandi conflitti della storia.
Oggi quella stessa famiglia vive dispersa in quattro Paesi diversi. Simone si è trasferito a Sanremo, seguendo la madre che era emigrata prima di lui. La nonna vive ad Amburgo, in Germania, condividendo una stanza con altre tre donne ucraine fuggite dalla guerra, e periodicamente torna a Kherson. La moglie dello zio e la figlia dodicenne si sono rifugiate in Polonia. Nella città sul Dnipro sono rimasti soltanto il nonno e lo zio.
Eppure, nonostante le migliaia di chilometri che li separano, Simone telefona al nonno almeno una volta alla settimana.
Quando riesco a parlare con lui su Telegram sento quasi sempre i bombardamenti in sottofondo, racconta. È una cosa che non riesco ad accettare. Tu stai parlando normalmente con i tuoi e dietro senti le esplosioni. Hai sempre la sensazione che il prossimo colpo possa raggiungerli.
La casa di famiglia si trova in una posizione oggi tragicamente strategica. A poche decine di metri scorrono un ramo del Dnipro e la ferrovia. Poco distante si trova il ponte Antonovsky, uno dei luoghi simbolo della guerra nella regione di Kherson. Dietro la ferrovia c’è il fiume e poi un’isola. Gran parte è controllata dai russi. Il fronte è lì, davanti a loro. Per questo hanno scavato trincee proprio di fronte a casa nostra. La sera non possono accendere le luci: rischiano di essere individuati. Tengono tutto spento e hanno oscurato le finestre.
Quando i russi occuparono Kherson nel 2022, il piccolo negozio di famiglia fu costretto ad adeguarsi alle nuove regole. I prodotti ucraini vennero requisiti e sostituiti con merce proveniente dalla Russia. Quando la città è tornata sotto il controllo di Kiev, è avvenuto il contrario: la merce russa rimasta sugli scaffali è stata sequestrata senza alcun risarcimento. Da allora andare avanti è diventato sempre più difficile. Lo zio continua a tenere aperto il negozio, ormai uno degli ultimi punti di riferimento del quartiere. I clienti sono soprattutto anziani e soldati ucraini.
Vende quello che riesce a trovare: pane, carne, generi alimentari. In giro c’è poca gente. Molti se ne sono andati. Per procurarsi la merce si affida all’aiuto di un vicino di quasi settant’anni che possiede ancora un’automobile. Gli prepara la lista e lui va nei supermercati ancora aperti o ai mercati delle donne. Compra di preferenza prodotti locali, frutta e verdura di stagione.
L’inflazione colpisce duramente, soprattutto gli anziani. Le pensioni dei nonni valgono poco più di cinquanta euro al mese, mentre i prezzi hanno ormai raggiunto livelli simili a quelli europei. Per questo il cortile di casa è stato trasformato in una piccola azienda agricola di sopravvivenza.
Mio zio ha costruito dei capanni di legno. Alleva maiali, polli, anatre e coltiva l’orto. Se non ci fosse lui non saprei davvero come farebbe mio nonno.
Anche uscire di casa comporta dei rischi.
Lo zio cerca di farsi vedere il meno possibile. Ha paura delle squadre che fermano gli uomini per il reclutamento. Se lui dovesse partire, mio nonno resterebbe completamente solo. È quasi cieco.
Il nonno è un uomo temprato dalla vita. Ex pugile professionista ai tempi dell’Unione Sovietica, ha sempre creduto nello sport e nella disciplina. Aveva vinto molti premi. Allora spesso non ti davano medaglie ma denaro. Con quei soldi viveva bene. È stato lui a crescermi e mi ha insegnato a cavarmela da solo. Forse è anche per questo che non vuole lasciare Kherson. Lì ci sono la sua casa, il suo giardino, tutta la sua vita. Andarsene significherebbe chiudersi in una stanza e aspettare. Preferisce restare.
Le donne della famiglia hanno invece scelto la strada dell’esilio. La nonna vive ad Amburgo grazie a un sussidio tedesco sui 450 euro mensili e alla piccola pensione che probabilmente non potrà più ricevere percependo già l’altra. Quando può manda qualche aiuto economico agli uomini rimasti a Kherson e, con i suoi 79 anni, affronta lunghi e drammatici viaggi in treno per rivedere marito e figlio.
La moglie dello zio vive in Polonia con la figlia dodicenne e lavora in fabbrica, spesso con doppi turni per sbarcare il lunario.
Lo scorso anno è riuscita a tornare per una settimana. Poi ha dovuto ripartire. Non si sono separati, ma vivono una vita sospesa, come tante famiglie ucraine che il conflitto ha diviso.
Alla guerra si è aggiunta la devastazione provocata dalla distruzione della diga di Nova Kakhovka. L’acqua era arrivata fino al primo piano della casa. Mio zio si spostava con una barca. È stato un disastro. Le conseguenze sono ancora visibili. Mia nonna dice che molti alberi non fioriscono più come una volta. È cambiato l’ambiente, è cambiato tutto.
Anche Kherson è irriconoscibile. Ci sono erbacce dappertutto. Prima sull’isola davanti a casa c’erano animali, un piccolo bosco, aree protette. Era un luogo curato. Oggi non so nemmeno se esista ancora.
La guerra ha modificato persino il rapporto con la lingua e l’identità. Quando sono andato a rinnovare il passaporto ucraino vicino a Milano parlavano tutti ucraino stretto. Io invece sono cresciuto parlando soprattutto russo. A Kherson era normale. Eravamo vicinissimi al confine e respiravamo cultura russa fin dall’infanzia.
Anche il nonno, come molti appartenenti alla generazione sovietica, guardava un tempo con simpatia a Vladimir Putin. Prima della guerra tante persone lo stimavano. Dopo quello che è successo nessuno nella mia famiglia la pensa più così.
Oggi Kherson continua a sopravvivere all’ombra del fronte. Lungo le strade principali sono state installate reti antidrone, mentre trincee, edifici danneggiati e posti di controllo fanno ormai parte del paesaggio urbano.
Non credo che la guerra finirà presto, conclude Simone. Nessuna delle due parti sembra disposta a cedere. Poi il pensiero torna alla sua strada, al negozio pieno di clienti, alle serate d’estate nel cortile di casa.
Oggi, in quella casa affacciata sul Dnipro, sono rimasti soltanto suo nonno e suo zio. Continuano a coltivare l’orto, ad allevare gli animali e ad alzare ogni mattina la serranda del negozio, a poche centinaia di metri dal fronte.
È questa l’immagine che meglio racconta la guerra vista da Kherson: non soltanto la distruzione, che pure è ovunque, ma la tenace normalità di chi continua a vivere dove il resto del mondo vede soltanto un campo di battaglia.
La guerra vista da Kherson
21 giugno 2026
Cuneo
Non accontentandoci delle immagini che scorrono ogni giorno ai telegiornali proviamo ad andare oltre la cronaca per avvicinarci alla realtà concreta di chi vive la guerra sulla propria pelle. Lo facciamo attraverso la testimonianza di una famiglia di Kherson, una delle città simbolo del conflitto in Ucraina.
Divisa dal fronte come una noce spezzata a metà, Kherson sorge nel sud del Paese a ridosso delle linee di combattimento. Ha conosciuto l’occupazione russa, la successiva riconquista da parte delle forze ucraine e continua a vivere sotto la minaccia costante di bombardamenti e attacchi con droni.
Attraverso il racconto di Simoneentriamo nella quotidianità di chi convive ogni giorno con il rumore delle esplosioni, la paura e l’incertezza. In questa parte del Paese, la vita è resa ancora più difficile dalla vicinanza delle postazioni russe. I droni colpiscono frequentemente obiettivi civili in quello che molti abitanti definiscono ormai un “safari umano”: una vera e propria caccia all’uomo che incombe sulle strade, nei quartieri e nella vita di tutti i giorni.
Conosco Simone da quando era ragazzo e l’ho visto crescere in fretta, come accade a tanti giovani costretti a confrontarsi con eventi più grandi di loro. Nel 2019 sono stata ospite della sua famiglia a Kherson. Ricordo il piccolo negozio di alimentari con il bar, la casa sempre aperta agli ospiti, la tavola apparecchiata, il miele sulla pelle nel calore della sauna, le voci che animavano la strada davanti al negozio, il cortile, l’orto, i nonni, lo zio con la moglie e la loro bambina. Una famiglia come tante, profondamente legata alla propria casa, costruita con anni di lavoro nella periferia di una città che allora sembrava lontana dai grandi conflitti della storia.
Oggi quella stessa famiglia vive dispersa in quattro Paesi diversi. Simone si è trasferito a Sanremo, seguendo la madre che era emigrata prima di lui. La nonna vive ad Amburgo, in Germania, condividendo una stanza con altre tre donne ucraine fuggite dalla guerra, e periodicamente torna a Kherson. La moglie dello zio e la figlia dodicenne si sono rifugiate in Polonia. Nella città sul Dnipro sono rimasti soltanto il nonno e lo zio.
Eppure, nonostante le migliaia di chilometri che li separano, Simone telefona al nonno almeno una volta alla settimana.
Quando riesco a parlare con lui su Telegram sento quasi sempre i bombardamenti in sottofondo, racconta. È una cosa che non riesco ad accettare. Tu stai parlando normalmente con i tuoi e dietro senti le esplosioni. Hai sempre la sensazione che il prossimo colpo possa raggiungerli.
La casa di famiglia si trova in una posizione oggi tragicamente strategica. A poche decine di metri scorrono un ramo del Dnipro e la ferrovia. Poco distante si trova il ponte Antonovsky, uno dei luoghi simbolo della guerra nella regione di Kherson. Dietro la ferrovia c’è il fiume e poi un’isola. Gran parte è controllata dai russi. Il fronte è lì, davanti a loro. Per questo hanno scavato trincee proprio di fronte a casa nostra. La sera non possono accendere le luci: rischiano di essere individuati. Tengono tutto spento e hanno oscurato le finestre.
Quando i russi occuparono Kherson nel 2022, il piccolo negozio di famiglia fu costretto ad adeguarsi alle nuove regole. I prodotti ucraini vennero requisiti e sostituiti con merce proveniente dalla Russia. Quando la città è tornata sotto il controllo di Kiev, è avvenuto il contrario: la merce russa rimasta sugli scaffali è stata sequestrata senza alcun risarcimento. Da allora andare avanti è diventato sempre più difficile. Lo zio continua a tenere aperto il negozio, ormai uno degli ultimi punti di riferimento del quartiere. I clienti sono soprattutto anziani e soldati ucraini.
Vende quello che riesce a trovare: pane, carne, generi alimentari. In giro c’è poca gente. Molti se ne sono andati. Per procurarsi la merce si affida all’aiuto di un vicino di quasi settant’anni che possiede ancora un’automobile. Gli prepara la lista e lui va nei supermercati ancora aperti o ai mercati delle donne. Compra di preferenza prodotti locali, frutta e verdura di stagione.
L’inflazione colpisce duramente, soprattutto gli anziani. Le pensioni dei nonni valgono poco più di cinquanta euro al mese, mentre i prezzi hanno ormai raggiunto livelli simili a quelli europei. Per questo il cortile di casa è stato trasformato in una piccola azienda agricola di sopravvivenza.
Mio zio ha costruito dei capanni di legno. Alleva maiali, polli, anatre e coltiva l’orto. Se non ci fosse lui non saprei davvero come farebbe mio nonno.
Anche uscire di casa comporta dei rischi.
Lo zio cerca di farsi vedere il meno possibile. Ha paura delle squadre che fermano gli uomini per il reclutamento. Se lui dovesse partire, mio nonno resterebbe completamente solo. È quasi cieco.
Il nonno è un uomo temprato dalla vita. Ex pugile professionista ai tempi dell’Unione Sovietica, ha sempre creduto nello sport e nella disciplina. Aveva vinto molti premi. Allora spesso non ti davano medaglie ma denaro. Con quei soldi viveva bene. È stato lui a crescermi e mi ha insegnato a cavarmela da solo. Forse è anche per questo che non vuole lasciare Kherson. Lì ci sono la sua casa, il suo giardino, tutta la sua vita. Andarsene significherebbe chiudersi in una stanza e aspettare. Preferisce restare.
Le donne della famiglia hanno invece scelto la strada dell’esilio. La nonna vive ad Amburgo grazie a un sussidio tedesco sui 450 euro mensili e alla piccola pensione che probabilmente non potrà più ricevere percependo già l’altra. Quando può manda qualche aiuto economico agli uomini rimasti a Kherson e, con i suoi 79 anni, affronta lunghi e drammatici viaggi in treno per rivedere marito e figlio.
La moglie dello zio vive in Polonia con la figlia dodicenne e lavora in fabbrica, spesso con doppi turni per sbarcare il lunario.
Lo scorso anno è riuscita a tornare per una settimana. Poi ha dovuto ripartire. Non si sono separati, ma vivono una vita sospesa, come tante famiglie ucraine che il conflitto ha diviso.
Alla guerra si è aggiunta la devastazione provocata dalla distruzione della diga di Nova Kakhovka. L’acqua era arrivata fino al primo piano della casa. Mio zio si spostava con una barca. È stato un disastro. Le conseguenze sono ancora visibili. Mia nonna dice che molti alberi non fioriscono più come una volta. È cambiato l’ambiente, è cambiato tutto.
Anche Kherson è irriconoscibile. Ci sono erbacce dappertutto. Prima sull’isola davanti a casa c’erano animali, un piccolo bosco, aree protette. Era un luogo curato. Oggi non so nemmeno se esista ancora.
La guerra ha modificato persino il rapporto con la lingua e l’identità. Quando sono andato a rinnovare il passaporto ucraino vicino a Milano parlavano tutti ucraino stretto. Io invece sono cresciuto parlando soprattutto russo. A Kherson era normale. Eravamo vicinissimi al confine e respiravamo cultura russa fin dall’infanzia.
Anche il nonno, come molti appartenenti alla generazione sovietica, guardava un tempo con simpatia a Vladimir Putin. Prima della guerra tante persone lo stimavano. Dopo quello che è successo nessuno nella mia famiglia la pensa più così.
Oggi Kherson continua a sopravvivere all’ombra del fronte. Lungo le strade principali sono state installate reti antidrone, mentre trincee, edifici danneggiati e posti di controllo fanno ormai parte del paesaggio urbano.
Non credo che la guerra finirà presto, conclude Simone. Nessuna delle due parti sembra disposta a cedere. Poi il pensiero torna alla sua strada, al negozio pieno di clienti, alle serate d’estate nel cortile di casa.
Oggi, in quella casa affacciata sul Dnipro, sono rimasti soltanto suo nonno e suo zio. Continuano a coltivare l’orto, ad allevare gli animali e ad alzare ogni mattina la serranda del negozio, a poche centinaia di metri dal fronte.
È questa l’immagine che meglio racconta la guerra vista da Kherson: non soltanto la distruzione, che pure è ovunque, ma la tenace normalità di chi continua a vivere dove il resto del mondo vede soltanto un campo di battaglia.