editoriale

Italia che finanzia la guerra e ignora i costruttori di pace

17 maggio 2026

Cuneo

Costituzione italiana   Con le guerre in corso e i rischi di ulteriori allargamenti, di fronte all’affermarsi del principio di prepotenza e di violenza secondo il quale “il più forte impone la sua visione”, alla delegittimazione del diritto internazionale, viene da chiedersi dove trovare fondamento e alimento per un’azione di pace che possa incidere tanto nella vita reale quanto nelle politiche di governo senza ridursi a un nobile quanto inutile auspicio. Nella Costituzione. Non soltanto nell’articolo 11, secondo il quale l’Italia ripudia la guerra, ma anche nell’articolo 52 che pone la difesa della Patria come “sacro dovere del cittadino”. Due dettami forti e chiari, solo apparentemente inconciliabili. Perché l’articolo 11 non dice che la difesa della patria è compito “del soldato” ma “del cittadino”, tutti i cittadini. Quindi va attuata anche attraverso strumenti civili. Ed è quanto si propone la campagna “Un’altra difesa è possibile”, con una proposta di legge di iniziativa popolare per dare vita ad un Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta, da attivare presso la Presidenza del Consiglio. La proposta, promossa da Conferenza nazionale enti di servizio civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!”, è stata depositata in Cassazione il 16 marzo scorso e punta a raccogliere le 50.000 firme richieste entro settembre per approdare in Parlamento. Venerdì 15 maggio, Giornata internazionale dell’Obiezione di Coscienza, sarà un giorno dedicato a questa raccolta, anche in forma digitale attraverso il sito www.difesacivilenonviolenta.org. Di fronte ai venti di guerra e alla generale corsa agli armamenti (si legga l’articolo di Adriana Longoni qui a fianco), l’intenzione dei proponenti è di promuovere congiuntamente sia la campagna per il disarmo che sia quella per la difesa civile. Alla ricerca di quella pace “disarmata e disarmante”, secondo l’espressione sintetica e fulminante cara a papa Leone XIV. L’obiettivo è un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile delle varie componenti come il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione Civile, già oggi operativi ma non finanziati né sostenuti dallo Stato, oltre a dare vita a uno Istituto di ricerca su pace e disarmo. Si tratta di concretizzare il costituzionale “ripudio della guerra” assolvendo nel contempo alla “difesa della patria” con una nuova struttura politica e governativa di difesa civile che dia gambe e risorse allo strumento e sia alternativa a quella militare che oggi ne ha il monopolio. Struttura che i cittadini potranno finanziare destinando liberamente il 6 per mille dell’Irpef alla Difesa Militare (secondo il modello attuale), oppure alla Difesa Civile Non armata e Nonviolenta (per interventi di pace, protezione del territorio, mediazione dei conflitti). Il Dipartimento è pensato come luogo in cui sperimentare vie e strumenti per proteggere la vita di tutti i cittadini e delle istituzioni democratiche, non sulla forza militare. Ingenua utopia? Non proprio. C’è nel dibattito pubblico una contrapposizione sorda tra “realismo geopolitico”, per cui all’aggressione si risponde soltanto con le armi e armandosi di più e un “principio di realtà” (oltre a quelli etici) che dimostra come armi e deterrenza non sono in grado di costruire pace ma solo nuovi e più distruttivi conflitti. C’è anche una coscienza sempre più diffusa che le minacce alla “Patria” non vengono solo dalle invasioni territoriali, ma anche da crisi ambientali, sanitarie, cyber-attacchi, dazi ricattatori, povertà, diseguaglianze, disgregazione sociale che sono quasi sempre i mali all’origine delle guerre. Il punto di forza della campagna “Un’altra difesa è possibile” è che non chiede di “disarmare” lo Stato o smantellare l’esercito, ma di dare piena attuazione alla seconda parte dell’Articolo 52 della Costituzione: se la difesa è un dovere sacro, lo Stato deve permettere se non chiedere al cittadino di esercitarlo anche attraverso la nonviolenza. In un’epoca di “riarmo globale”, parlare di una difesa che non prepari la guerra ma che costruisca la pace è l’unico modo per adempiere nella sostanza all’Articolo 11, il ripudio della guerra. Oggi, i mostruosi stanziamenti in armi si conciliano con la Costituzione solo per chi ha una visione muscolare della pace.  La campagna “Un’altra difesa è possibile”, invece, richiama lo Stato al fatto che la pace non si “prepara” armandosi, ma si “costruisce” finanziando la resilienza civile. Il vero nodo non è se la difesa sia necessaria, ma se sia lecito che lo Stato imponga una sola forma di difesa, quella armata, ignorando l’alternativa nonviolenta che la Costituzione permette ed esige.
Guerra Pace Disarmo

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