(foto Pixabay)
A fronte di una serie di circostanze nelle quali gli applicativi di intelligenza artificiale hanno preso le proverbiali lucciole per le altrettanto proverbiali lanterne, gli esperti fanno notare che la responsabilità degli errori sarebbe da attribuire agli umani che, a loro dire, non avrebbero posto le domande in modo corretto. Per ottenere una buona risposta dalla macchina è, infatti, necessario che siano corretti e completi i “prompt”, vale a dire le istruzioni (in questo caso, le domande) che vengono date alle macchine. In termini un po’ semplicistci: per avere delle buone risposte occorre che ci siano delle buone domande. Detta così, la cosa può sembrare banale ma, in realtà, lo è affatto. Se c’è qualcosa, infatti, di tipicamente umano, queste sono le domande. La crescita e lo sviluppo dei bambini sono contrassegnati da molti “perché”, ma anche l’età giovanile, poi adulta e, infine, avanzata sono connotate da interrogativi che, contrariamente a quanto capita per le fasi infantili, magari non vengono manifestati o esplicitati (o, addirittura, neppure percepiti come tali), eppure, ci sono e si fanno sentire nei modi più diversi.
Non sempre la nostra cultura e il mondo educativo e scolastico assecondano questa innata propensione a porsi e a porre domande. Senza voler generalizzare, pare, infatti, che le risposte piacciano di più delle domande. Le risposte sono rassicuranti, confortevoli, comode, non sono moleste. Le domande, invece, possono essere destabilizzanti, impertinenti, fuori luogo, fuori tempo, fuori posto. Non è raro che, a livello scolastico, le valutazioni siano focalizzate sulle risposte e molto meno sulle domande. In realtà, ogni insegnante con un pochino di sensibilità sa benissimo che le risposte possono dire molto sulla diligenza dei ragazzi, ma che ci vogliono le domande per capire se un certo argomento o una determinata lezione o uno stimolo hanno davvero suscitato la curiosità di chi ascolta.
Il periodo che stiamo vivendo, nel quale le macchine stanno diventando sempre più veloci e più efficaci nel proporci le risposte, ci sta restituendo l’importanza delle domande e non solo per realizzare modalità efficienti di utilizzo delle macchine, ma anche per capire che cosa le macchine non sanno fare e a che cosa non potranno mai dare risposta. In molti siti ci sono le sezioni delle “FAQ”, le “Frequently Asked Questions”, le “domande poste frequentemente”, quelle ricorrenti, per le quali c’è, pronta, una risposta preconfezionata. Generalmente, si tratta di domande banali, meccaniche e, per certi aspetti, superficiali e utili solamente a chi non possiede neppure i rudimenti dell’argomento sulle quali possono essere poste. Evidentemente, tra le FAQ non ci sono mai domande alle quali le macchine non sanno rispondere. Al contrario, non sono mancati casi nei quali i vari applicativi di intelligenza artificiale, a fronte dell’impossibilità di dare una risposta corretta sulla base delle informazioni in loro possesso, ne hanno date di inaffidabili, basandosi su informazioni da loro inventate. I difensori dei sistemi di intelligenza artificiale, in questi casi, si sono affrettati a spiegare che la responsabilità è da attribuire all’utilizzatore, sul quale grava l’onere di verificare le risposte ottenute e le relative fonti citate. Tutto vero, ancor di più in ambito professionale. Il punto, però, è un altro, e cioè che, evidentemente, alle macchine non piacciono le domande alle quali non sanno rispondere. Invece, il cammino degli uomini, molto spesso, è stato guidato proprio dalla tensione generata dalle domane senza una risposta immediata o anche da quelle che una risposta in termini razionali non ce l’hanno affatto. La vita di ognuno è contrassegnata da domande che non si trovano nelle FAQ; le risposte preconfezionate non funzionano per ciò che conta davvero. Il ricorrente timore sul se e quando le macchine potranno sostituirsi all’uomo non avrà motivo di essere fino a quando le persone rimarranno tali e continueranno a vivere insieme come tali, senza abdicare a quella irriducibile prerogativa umana che consiste nel guardarsi intorno con curiosità, senza sottrarsi alle domande che non hanno risposte semplici, che sembrano non averne e che non possono essere consegnate alle macchine.
editoriale
(foto Pixabay)
A fronte di una serie di circostanze nelle quali gli applicativi di intelligenza artificiale hanno preso le proverbiali lucciole per le altrettanto proverbiali lanterne, gli esperti fanno notare che la responsabilità degli errori sarebbe da attribuire agli umani che, a loro dire, non avrebbero posto le domande in modo corretto. Per ottenere una buona risposta dalla macchina è, infatti, necessario che siano corretti e completi i “prompt”, vale a dire le istruzioni (in questo caso, le domande) che vengono date alle macchine. In termini un po’ semplicistci: per avere delle buone risposte occorre che ci siano delle buone domande. Detta così, la cosa può sembrare banale ma, in realtà, lo è affatto. Se c’è qualcosa, infatti, di tipicamente umano, queste sono le domande. La crescita e lo sviluppo dei bambini sono contrassegnati da molti “perché”, ma anche l’età giovanile, poi adulta e, infine, avanzata sono connotate da interrogativi che, contrariamente a quanto capita per le fasi infantili, magari non vengono manifestati o esplicitati (o, addirittura, neppure percepiti come tali), eppure, ci sono e si fanno sentire nei modi più diversi.
Non sempre la nostra cultura e il mondo educativo e scolastico assecondano questa innata propensione a porsi e a porre domande. Senza voler generalizzare, pare, infatti, che le risposte piacciano di più delle domande. Le risposte sono rassicuranti, confortevoli, comode, non sono moleste. Le domande, invece, possono essere destabilizzanti, impertinenti, fuori luogo, fuori tempo, fuori posto. Non è raro che, a livello scolastico, le valutazioni siano focalizzate sulle risposte e molto meno sulle domande. In realtà, ogni insegnante con un pochino di sensibilità sa benissimo che le risposte possono dire molto sulla diligenza dei ragazzi, ma che ci vogliono le domande per capire se un certo argomento o una determinata lezione o uno stimolo hanno davvero suscitato la curiosità di chi ascolta.
Il periodo che stiamo vivendo, nel quale le macchine stanno diventando sempre più veloci e più efficaci nel proporci le risposte, ci sta restituendo l’importanza delle domande e non solo per realizzare modalità efficienti di utilizzo delle macchine, ma anche per capire che cosa le macchine non sanno fare e a che cosa non potranno mai dare risposta. In molti siti ci sono le sezioni delle “FAQ”, le “Frequently Asked Questions”, le “domande poste frequentemente”, quelle ricorrenti, per le quali c’è, pronta, una risposta preconfezionata. Generalmente, si tratta di domande banali, meccaniche e, per certi aspetti, superficiali e utili solamente a chi non possiede neppure i rudimenti dell’argomento sulle quali possono essere poste. Evidentemente, tra le FAQ non ci sono mai domande alle quali le macchine non sanno rispondere. Al contrario, non sono mancati casi nei quali i vari applicativi di intelligenza artificiale, a fronte dell’impossibilità di dare una risposta corretta sulla base delle informazioni in loro possesso, ne hanno date di inaffidabili, basandosi su informazioni da loro inventate. I difensori dei sistemi di intelligenza artificiale, in questi casi, si sono affrettati a spiegare che la responsabilità è da attribuire all’utilizzatore, sul quale grava l’onere di verificare le risposte ottenute e le relative fonti citate. Tutto vero, ancor di più in ambito professionale. Il punto, però, è un altro, e cioè che, evidentemente, alle macchine non piacciono le domande alle quali non sanno rispondere. Invece, il cammino degli uomini, molto spesso, è stato guidato proprio dalla tensione generata dalle domane senza una risposta immediata o anche da quelle che una risposta in termini razionali non ce l’hanno affatto. La vita di ognuno è contrassegnata da domande che non si trovano nelle FAQ; le risposte preconfezionate non funzionano per ciò che conta davvero. Il ricorrente timore sul se e quando le macchine potranno sostituirsi all’uomo non avrà motivo di essere fino a quando le persone rimarranno tali e continueranno a vivere insieme come tali, senza abdicare a quella irriducibile prerogativa umana che consiste nel guardarsi intorno con curiosità, senza sottrarsi alle domande che non hanno risposte semplici, che sembrano non averne e che non possono essere consegnate alle macchine.
All’Intelligenza artificiale non piacciono le domande alle quali non sa rispondere
17 maggio 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
A fronte di una serie di circostanze nelle quali gli applicativi di intelligenza artificiale hanno preso le proverbiali lucciole per le altrettanto proverbiali lanterne, gli esperti fanno notare che la responsabilità degli errori sarebbe da attribuire agli umani che, a loro dire, non avrebbero posto le domande in modo corretto. Per ottenere una buona risposta dalla macchina è, infatti, necessario che siano corretti e completi i “prompt”, vale a dire le istruzioni (in questo caso, le domande) che vengono date alle macchine. In termini un po’ semplicistci: per avere delle buone risposte occorre che ci siano delle buone domande. Detta così, la cosa può sembrare banale ma, in realtà, lo è affatto. Se c’è qualcosa, infatti, di tipicamente umano, queste sono le domande. La crescita e lo sviluppo dei bambini sono contrassegnati da molti “perché”, ma anche l’età giovanile, poi adulta e, infine, avanzata sono connotate da interrogativi che, contrariamente a quanto capita per le fasi infantili, magari non vengono manifestati o esplicitati (o, addirittura, neppure percepiti come tali), eppure, ci sono e si fanno sentire nei modi più diversi.
Non sempre la nostra cultura e il mondo educativo e scolastico assecondano questa innata propensione a porsi e a porre domande. Senza voler generalizzare, pare, infatti, che le risposte piacciano di più delle domande. Le risposte sono rassicuranti, confortevoli, comode, non sono moleste. Le domande, invece, possono essere destabilizzanti, impertinenti, fuori luogo, fuori tempo, fuori posto. Non è raro che, a livello scolastico, le valutazioni siano focalizzate sulle risposte e molto meno sulle domande. In realtà, ogni insegnante con un pochino di sensibilità sa benissimo che le risposte possono dire molto sulla diligenza dei ragazzi, ma che ci vogliono le domande per capire se un certo argomento o una determinata lezione o uno stimolo hanno davvero suscitato la curiosità di chi ascolta.
Il periodo che stiamo vivendo, nel quale le macchine stanno diventando sempre più veloci e più efficaci nel proporci le risposte, ci sta restituendo l’importanza delle domande e non solo per realizzare modalità efficienti di utilizzo delle macchine, ma anche per capire che cosa le macchine non sanno fare e a che cosa non potranno mai dare risposta. In molti siti ci sono le sezioni delle “FAQ”, le “Frequently Asked Questions”, le “domande poste frequentemente”, quelle ricorrenti, per le quali c’è, pronta, una risposta preconfezionata. Generalmente, si tratta di domande banali, meccaniche e, per certi aspetti, superficiali e utili solamente a chi non possiede neppure i rudimenti dell’argomento sulle quali possono essere poste. Evidentemente, tra le FAQ non ci sono mai domande alle quali le macchine non sanno rispondere. Al contrario, non sono mancati casi nei quali i vari applicativi di intelligenza artificiale, a fronte dell’impossibilità di dare una risposta corretta sulla base delle informazioni in loro possesso, ne hanno date di inaffidabili, basandosi su informazioni da loro inventate. I difensori dei sistemi di intelligenza artificiale, in questi casi, si sono affrettati a spiegare che la responsabilità è da attribuire all’utilizzatore, sul quale grava l’onere di verificare le risposte ottenute e le relative fonti citate. Tutto vero, ancor di più in ambito professionale. Il punto, però, è un altro, e cioè che, evidentemente, alle macchine non piacciono le domande alle quali non sanno rispondere. Invece, il cammino degli uomini, molto spesso, è stato guidato proprio dalla tensione generata dalle domane senza una risposta immediata o anche da quelle che una risposta in termini razionali non ce l’hanno affatto. La vita di ognuno è contrassegnata da domande che non si trovano nelle FAQ; le risposte preconfezionate non funzionano per ciò che conta davvero. Il ricorrente timore sul se e quando le macchine potranno sostituirsi all’uomo non avrà motivo di essere fino a quando le persone rimarranno tali e continueranno a vivere insieme come tali, senza abdicare a quella irriducibile prerogativa umana che consiste nel guardarsi intorno con curiosità, senza sottrarsi alle domande che non hanno risposte semplici, che sembrano non averne e che non possono essere consegnate alle macchine.