editoriale

La guerra sacrilega e il peso della storia

24 aprile 2022

Cuneo

guerra in ucraina “L’aggressione armata di questi giorni, come ogni guerra, rappresenta un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua, un preferire al suo volto mite quello del falso dio di questo mondo”. Con queste dure e sofferte parole, pronunciate durante l’udienza generale del mercoledì precedente la Pasqua, Papa Francesco ha stigmatizzato il conflitto in corso tra Russia e Ucraina. E lo ha fatto connotando ancora una volta la guerra come “sacrilega”, istituendo così un legame tra quanto sta accadendo e la profanazione di ciò che è sacro, proprio cioè dell’ambito divino stesso. L’attribuzione alla guerra di questo tratto sacrilego ha la sua radice biblica nel libro della Genesi: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò». È dunque questo ancorarsi dell’essenza stessa dell’uomo in Dio che rende “sacrilega” ogni azione che non solo comprometta l’esistenza dell’uomo e della donna, ma anche ne violi in qualche modo il corpo, pensato dal nuovo testamento come lo stesso “tempio dello Spirito Santo”. Ora è questo sacrilegio che, secondo papa Francesco, si cela dietro l’orrore di una guerra che sta disseminando morte nelle fila sia degli aggressori che degli aggrediti. E che, nelle scorse due settimane, ha assunto i toni ancor più crudeli e atroci della barbarie, della tortura e dello stupro. In una forma tanto efferata da rendere del tutto estranea ad essa non solo ogni pietà umana, ma anche le regole con le quali si è forse ingenuamente cercato di “normare” la tragedia della guerra.  La forza con cui papa Francesco condanna, chiamandola inequivocabilmente col suo vero nome e denunciandone il tratto “sacrilego”, quella che Putin continua a definire “operazione militare speciale”, assume indubbiamente una valenza straordinaria. Essa richiama tutti alla necessità di porre fine a questo inatteso dirompere, alle porte dell’Europa, di un conflitto che non solo non era stato previsto da nessuno, ma addirittura veniva considerato come impossibile. E, tuttavia, non si può dimenticare che anche il nuovo testamento, nell’indicare il tempo presente come bisognoso di una redenzione capace di trasformarlo in un cielo e in una terra nuovi, non solo non esita nei sinottici a contrapporre “il tempo presente” con “il tempo a venire”, ma anche si spinge con san Paolo a parlare di “presente tempo malvagio”. Questo ovviamente non significa che, nell’interpretazione cristiana della realtà, il mondo presente non tenda al mondo futuro e, dunque, che quest’ultimo rappresenti il compimento del qui e ora in termini di raggiungimento del suo stato di perfezione. E tuttavia proprio il qui e ora del tempo presente è ancora così poco estraneo al male da poter essere connotato da san Paolo stesso come “malvagio”. Una malvagità, quella del tempo nel quale siamo chiamati a vivere, da cui non possiamo prescindere e con cui non possiamo che fare continuamente i conti. E questo anche se essa, di fronte ai fatti cui stiamo assistendo, per un verso ci turba fino a lasciarci esterrefatti e per l’altro rimarca energicamente il carattere sempre inadeguato della realtà in cui viviamo rispetto a quella che il cristianesimo prospetta come il suo stesso esito ultimo. La drammaticità della guerra – compresa quella tra Russia ed Ucraina con l’efferato corollario del massacro di Bucha – più che una novità sembra così rappresentare un cupo mantra in grado di compromettere costantemente quella storia che forse troppo banalmente ci ostiniamo a pensare come l’evolversi positivo di una civiltà in costante crescita. Non è certo un caso se, tra le preghiere litaniche del medioevo, una delle più diffuse risultasse essere quella che implorava: «A peste, a fame, a bello, libera nos Domine». I tre pericoli percepiti cioè a livello sociale come del tutto insostenibili, tanto da indurre a richiedere a Dio una protezione particolare al loro riguardo, erano proprio la fame, la peste e – appunto – la guerra. E, analogamente, il secondo dei cavalieri liberati nel Libro dell’Apocalisse quando l’Agnello scioglie il primo dei sette sigilli viene comunemente interpretato come una raffigurazione simbolica della guerra: «Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada». Guerra e pace dunque, «nel presente tempo malvagio» non potranno mai essere disgiunti e continueranno, fino alla fine dei secoli, a sovrapporsi e mescolarsi senza soluzione di continuità. Questa consapevolezza non deve certo impedire alla Chiesa di indicare la pace come forma di interazione sociale da preservare e promuovere. Ma senza avere l’illusione – questa sì blasfema e demoniaca – che ciò che appartiene esclusivamente alla fine dei tempi possa trasformarsi nella condizione ordinaria del nostro vivere. Un vivere ancora alle prese con la forza di un male che, pur sconfitto dalla redenzione operata da Cristo, permane tuttavia misteriosamente solido nella sua capacità di impedire al bene, per ora, di prevalere definitivamente.  
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