editoriale

Ogni volta che un essere umano utilizza la propria forza per fare del male a chi è più debole… si allontana dall’umanità

26 aprile 2026

Cuneo

mano di bambino (Pixabay) (foto Pixabay) Un uomo uccide otto bambini, di cui sette figli suoi. Di tanto in tanto, accade che la cattiveria e violenza umana (più spesso, ma non solo, maschile... essere donne non salva sempre dalla malvagità) se la prenda con i più piccoli, i più fragili. Come se essere più forti giustificasse l’uso della forza verso chi ne ha meno. È per questo che a volte ci disturbano pagine in cui si presenta l’uomo come “signore del creato”: è quello che troviamo nel primo capitolo della Genesi (Gen 1,26), dove l’uomo è fatto, a immagine di Dio, signore di tutto ciò che si muove sulla terra, e la nostra sensibilità moderna (buona, in questo, anche se a tratti un po’ disinformata e persino superficiale, ma sempre buona...) vede in tale nomina qualcosa di violento, di inadeguato, di inopportuno. La signoria umana è tuttavia simile a quella di Dio sull’uomo, che non si trasforma in uno strumento di dominio, ma si fa cura, accoglienza, ascolto, benevolenza, quella di chi, essendo e sapendosi superiore, proprio per questo non tratta la propria superiorità come uno strumento di dominio e sfruttamento ma di attenzione. Tutti noi, se vedessimo un bambino piccolo aggirarsi nelle strade del nostro paese o città, apparentemente senza nessuno che se ne prenda cura, ci sentiremmo autorizzati a proteggerlo, a chiedergli dove sono i suoi genitori, a impedirgli di attraversare la strada... senza essere sfiorati dall’idea di sfruttarlo. È ciò che vediamo all’opera in molti racconti biblici, dove Dio sceglie come re di Israele il figlio più piccolo e più ribelle di Iesse, tanto insignificante da essere persino dimenticato da suo padre (1 Sam 16,6-12), seleziona il più piccolo di tutti i popoli (Dt 7,7) e quando deve identificare un uomo come proprio servo perfetto, punta su chi è mortificato, umiliato, battuto e disprezzato fino alla morte (Is 52,12-53,13). Non si tratta di uno sguardo paternalisticamente benevolo verso i mortificati, ma è l’intuizione che la fragilità, la debolezza, sono la nostra dimensione più autentica e profonda, quella al cui livello, secondo il secondo capitolo di Genesi, siamo uniti agli altri (Gen 2,24): «I due saranno una carne sola»: non un’unica anima, nel suo rapporto con il Dio creatore, né un unico spirito, teso a rapportarsi con gli altri, a progettare e sognare, a razionalizzare e fantasticare, ma un’unica carne, quel luogo della fragilità, del limite, della debolezza: d’altronde, possiamo dimenticare chi ha ottenuto grandi successi insieme a noi, ma difficilmente scorderemo chi si è fermato accanto a noi quando piangevamo. La cura dei più piccoli, allora, non è espressione di una benevolenza un po’ paternalistica e superiore, ma il riconoscimento che è esattamente quella fragilità la nostra dimensione più vera. Chi fa qualcosa a un piccolo, lo fa a Gesù, ci dice lui (Mt 25,40.45), e chi li fa inciampare e cadere è colpevole più di chiunque altro (Mt 18,6; Mc 9,42). E chi si fa piccolo, riconosce il proprio limite e il proprio bisogno e proprio in questo si avvicina al regno di Dio (Mt 18,4). Non si tratta di pagare la nostra tassa per ottenere un premio, ma del riconoscimento che questa fragilità è la nostra dimensione più autentica, di cui quindi prenderci cura sia quando la rivediamo in noi, sia negli altri. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10), quando curo i deboli, è allora che mostro il volto di Dio e quindi sono autenticamente umano. Quando attacco e faccio del male ai piccoli, con il tono duro di Gesù si può dire che «gli conviene che gli sia appesa al collo un macina di mulino e venga gettato in mare» (Mt 18,6), con una violenza che non è il tono consueto del Signore. Ogni volta che un essere umano pensa di poter utilizzare la propria forza per fare del male a chi è più debole... si allontana dall’umanità, perde l’occasione di umanizzarsi. Ma ogni qual volta facciamo del bene a chi è più debole di noi, lo accudiamo e sosteniamo, ci avviciniamo al nostro volto più autentico e puro. Diventiamo più simili a Dio, e quindi più umani (e vale anche all’inverso).
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