(foto Pixabay)
Un uomo uccide otto bambini, di cui sette figli suoi. Di tanto in tanto, accade che la cattiveria e violenza umana (più spesso, ma non solo, maschile... essere donne non salva sempre dalla malvagità) se la prenda con i più piccoli, i più fragili. Come se essere più forti giustificasse l’uso della forza verso chi ne ha meno.
È per questo che a volte ci disturbano pagine in cui si presenta l’uomo come “signore del creato”: è quello che troviamo nel primo capitolo della Genesi (Gen 1,26), dove l’uomo è fatto, a immagine di Dio, signore di tutto ciò che si muove sulla terra, e la nostra sensibilità moderna (buona, in questo, anche se a tratti un po’ disinformata e persino superficiale, ma sempre buona...) vede in tale nomina qualcosa di violento, di inadeguato, di inopportuno. La signoria umana è tuttavia simile a quella di Dio sull’uomo, che non si trasforma in uno strumento di dominio, ma si fa cura, accoglienza, ascolto, benevolenza, quella di chi, essendo e sapendosi superiore, proprio per questo non tratta la propria superiorità come uno strumento di dominio e sfruttamento ma di attenzione. Tutti noi, se vedessimo un bambino piccolo aggirarsi nelle strade del nostro paese o città, apparentemente senza nessuno che se ne prenda cura, ci sentiremmo autorizzati a proteggerlo, a chiedergli dove sono i suoi genitori, a impedirgli di attraversare la strada... senza essere sfiorati dall’idea di sfruttarlo.
È ciò che vediamo all’opera in molti racconti biblici, dove Dio sceglie come re di Israele il figlio più piccolo e più ribelle di Iesse, tanto insignificante da essere persino dimenticato da suo padre (1 Sam 16,6-12), seleziona il più piccolo di tutti i popoli (Dt 7,7) e quando deve identificare un uomo come proprio servo perfetto, punta su chi è mortificato, umiliato, battuto e disprezzato fino alla morte (Is 52,12-53,13).
Non si tratta di uno sguardo paternalisticamente benevolo verso i mortificati, ma è l’intuizione che la fragilità, la debolezza, sono la nostra dimensione più autentica e profonda, quella al cui livello, secondo il secondo capitolo di Genesi, siamo uniti agli altri (Gen 2,24): «I due saranno una carne sola»: non un’unica anima, nel suo rapporto con il Dio creatore, né un unico spirito, teso a rapportarsi con gli altri, a progettare e sognare, a razionalizzare e fantasticare, ma un’unica carne, quel luogo della fragilità, del limite, della debolezza: d’altronde, possiamo dimenticare chi ha ottenuto grandi successi insieme a noi, ma difficilmente scorderemo chi si è fermato accanto a noi quando piangevamo.
La cura dei più piccoli, allora, non è espressione di una benevolenza un po’ paternalistica e superiore, ma il riconoscimento che è esattamente quella fragilità la nostra dimensione più vera. Chi fa qualcosa a un piccolo, lo fa a Gesù, ci dice lui (Mt 25,40.45), e chi li fa inciampare e cadere è colpevole più di chiunque altro (Mt 18,6; Mc 9,42). E chi si fa piccolo, riconosce il proprio limite e il proprio bisogno e proprio in questo si avvicina al regno di Dio (Mt 18,4).
Non si tratta di pagare la nostra tassa per ottenere un premio, ma del riconoscimento che questa fragilità è la nostra dimensione più autentica, di cui quindi prenderci cura sia quando la rivediamo in noi, sia negli altri. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10), quando curo i deboli, è allora che mostro il volto di Dio e quindi sono autenticamente umano. Quando attacco e faccio del male ai piccoli, con il tono duro di Gesù si può dire che «gli conviene che gli sia appesa al collo un macina di mulino e venga gettato in mare» (Mt 18,6), con una violenza che non è il tono consueto del Signore.
Ogni volta che un essere umano pensa di poter utilizzare la propria forza per fare del male a chi è più debole... si allontana dall’umanità, perde l’occasione di umanizzarsi. Ma ogni qual volta facciamo del bene a chi è più debole di noi, lo accudiamo e sosteniamo, ci avviciniamo al nostro volto più autentico e puro. Diventiamo più simili a Dio, e quindi più umani (e vale anche all’inverso).
editoriale
(foto Pixabay)
Un uomo uccide otto bambini, di cui sette figli suoi. Di tanto in tanto, accade che la cattiveria e violenza umana (più spesso, ma non solo, maschile... essere donne non salva sempre dalla malvagità) se la prenda con i più piccoli, i più fragili. Come se essere più forti giustificasse l’uso della forza verso chi ne ha meno.
È per questo che a volte ci disturbano pagine in cui si presenta l’uomo come “signore del creato”: è quello che troviamo nel primo capitolo della Genesi (Gen 1,26), dove l’uomo è fatto, a immagine di Dio, signore di tutto ciò che si muove sulla terra, e la nostra sensibilità moderna (buona, in questo, anche se a tratti un po’ disinformata e persino superficiale, ma sempre buona...) vede in tale nomina qualcosa di violento, di inadeguato, di inopportuno. La signoria umana è tuttavia simile a quella di Dio sull’uomo, che non si trasforma in uno strumento di dominio, ma si fa cura, accoglienza, ascolto, benevolenza, quella di chi, essendo e sapendosi superiore, proprio per questo non tratta la propria superiorità come uno strumento di dominio e sfruttamento ma di attenzione. Tutti noi, se vedessimo un bambino piccolo aggirarsi nelle strade del nostro paese o città, apparentemente senza nessuno che se ne prenda cura, ci sentiremmo autorizzati a proteggerlo, a chiedergli dove sono i suoi genitori, a impedirgli di attraversare la strada... senza essere sfiorati dall’idea di sfruttarlo.
È ciò che vediamo all’opera in molti racconti biblici, dove Dio sceglie come re di Israele il figlio più piccolo e più ribelle di Iesse, tanto insignificante da essere persino dimenticato da suo padre (1 Sam 16,6-12), seleziona il più piccolo di tutti i popoli (Dt 7,7) e quando deve identificare un uomo come proprio servo perfetto, punta su chi è mortificato, umiliato, battuto e disprezzato fino alla morte (Is 52,12-53,13).
Non si tratta di uno sguardo paternalisticamente benevolo verso i mortificati, ma è l’intuizione che la fragilità, la debolezza, sono la nostra dimensione più autentica e profonda, quella al cui livello, secondo il secondo capitolo di Genesi, siamo uniti agli altri (Gen 2,24): «I due saranno una carne sola»: non un’unica anima, nel suo rapporto con il Dio creatore, né un unico spirito, teso a rapportarsi con gli altri, a progettare e sognare, a razionalizzare e fantasticare, ma un’unica carne, quel luogo della fragilità, del limite, della debolezza: d’altronde, possiamo dimenticare chi ha ottenuto grandi successi insieme a noi, ma difficilmente scorderemo chi si è fermato accanto a noi quando piangevamo.
La cura dei più piccoli, allora, non è espressione di una benevolenza un po’ paternalistica e superiore, ma il riconoscimento che è esattamente quella fragilità la nostra dimensione più vera. Chi fa qualcosa a un piccolo, lo fa a Gesù, ci dice lui (Mt 25,40.45), e chi li fa inciampare e cadere è colpevole più di chiunque altro (Mt 18,6; Mc 9,42). E chi si fa piccolo, riconosce il proprio limite e il proprio bisogno e proprio in questo si avvicina al regno di Dio (Mt 18,4).
Non si tratta di pagare la nostra tassa per ottenere un premio, ma del riconoscimento che questa fragilità è la nostra dimensione più autentica, di cui quindi prenderci cura sia quando la rivediamo in noi, sia negli altri. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10), quando curo i deboli, è allora che mostro il volto di Dio e quindi sono autenticamente umano. Quando attacco e faccio del male ai piccoli, con il tono duro di Gesù si può dire che «gli conviene che gli sia appesa al collo un macina di mulino e venga gettato in mare» (Mt 18,6), con una violenza che non è il tono consueto del Signore.
Ogni volta che un essere umano pensa di poter utilizzare la propria forza per fare del male a chi è più debole... si allontana dall’umanità, perde l’occasione di umanizzarsi. Ma ogni qual volta facciamo del bene a chi è più debole di noi, lo accudiamo e sosteniamo, ci avviciniamo al nostro volto più autentico e puro. Diventiamo più simili a Dio, e quindi più umani (e vale anche all’inverso).
Ogni volta che un essere umano utilizza la propria forza per fare del male a chi è più debole… si allontana dall’umanità
26 aprile 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Un uomo uccide otto bambini, di cui sette figli suoi. Di tanto in tanto, accade che la cattiveria e violenza umana (più spesso, ma non solo, maschile... essere donne non salva sempre dalla malvagità) se la prenda con i più piccoli, i più fragili. Come se essere più forti giustificasse l’uso della forza verso chi ne ha meno.
È per questo che a volte ci disturbano pagine in cui si presenta l’uomo come “signore del creato”: è quello che troviamo nel primo capitolo della Genesi (Gen 1,26), dove l’uomo è fatto, a immagine di Dio, signore di tutto ciò che si muove sulla terra, e la nostra sensibilità moderna (buona, in questo, anche se a tratti un po’ disinformata e persino superficiale, ma sempre buona...) vede in tale nomina qualcosa di violento, di inadeguato, di inopportuno. La signoria umana è tuttavia simile a quella di Dio sull’uomo, che non si trasforma in uno strumento di dominio, ma si fa cura, accoglienza, ascolto, benevolenza, quella di chi, essendo e sapendosi superiore, proprio per questo non tratta la propria superiorità come uno strumento di dominio e sfruttamento ma di attenzione. Tutti noi, se vedessimo un bambino piccolo aggirarsi nelle strade del nostro paese o città, apparentemente senza nessuno che se ne prenda cura, ci sentiremmo autorizzati a proteggerlo, a chiedergli dove sono i suoi genitori, a impedirgli di attraversare la strada... senza essere sfiorati dall’idea di sfruttarlo.
È ciò che vediamo all’opera in molti racconti biblici, dove Dio sceglie come re di Israele il figlio più piccolo e più ribelle di Iesse, tanto insignificante da essere persino dimenticato da suo padre (1 Sam 16,6-12), seleziona il più piccolo di tutti i popoli (Dt 7,7) e quando deve identificare un uomo come proprio servo perfetto, punta su chi è mortificato, umiliato, battuto e disprezzato fino alla morte (Is 52,12-53,13).
Non si tratta di uno sguardo paternalisticamente benevolo verso i mortificati, ma è l’intuizione che la fragilità, la debolezza, sono la nostra dimensione più autentica e profonda, quella al cui livello, secondo il secondo capitolo di Genesi, siamo uniti agli altri (Gen 2,24): «I due saranno una carne sola»: non un’unica anima, nel suo rapporto con il Dio creatore, né un unico spirito, teso a rapportarsi con gli altri, a progettare e sognare, a razionalizzare e fantasticare, ma un’unica carne, quel luogo della fragilità, del limite, della debolezza: d’altronde, possiamo dimenticare chi ha ottenuto grandi successi insieme a noi, ma difficilmente scorderemo chi si è fermato accanto a noi quando piangevamo.
La cura dei più piccoli, allora, non è espressione di una benevolenza un po’ paternalistica e superiore, ma il riconoscimento che è esattamente quella fragilità la nostra dimensione più vera. Chi fa qualcosa a un piccolo, lo fa a Gesù, ci dice lui (Mt 25,40.45), e chi li fa inciampare e cadere è colpevole più di chiunque altro (Mt 18,6; Mc 9,42). E chi si fa piccolo, riconosce il proprio limite e il proprio bisogno e proprio in questo si avvicina al regno di Dio (Mt 18,4).
Non si tratta di pagare la nostra tassa per ottenere un premio, ma del riconoscimento che questa fragilità è la nostra dimensione più autentica, di cui quindi prenderci cura sia quando la rivediamo in noi, sia negli altri. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10), quando curo i deboli, è allora che mostro il volto di Dio e quindi sono autenticamente umano. Quando attacco e faccio del male ai piccoli, con il tono duro di Gesù si può dire che «gli conviene che gli sia appesa al collo un macina di mulino e venga gettato in mare» (Mt 18,6), con una violenza che non è il tono consueto del Signore.
Ogni volta che un essere umano pensa di poter utilizzare la propria forza per fare del male a chi è più debole... si allontana dall’umanità, perde l’occasione di umanizzarsi. Ma ogni qual volta facciamo del bene a chi è più debole di noi, lo accudiamo e sosteniamo, ci avviciniamo al nostro volto più autentico e puro. Diventiamo più simili a Dio, e quindi più umani (e vale anche all’inverso).