(foto Pixabay)
Da tempo, il professor Stefano Zamagni, già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, insiste sui temi della sostenibilità, dell’equità e della giustizia, con l’intento di restituire un volto umano all’economia.
Uno dei concetti chiave attorno ai quali ruota la riflessione del Prof. Zamagni è quello di “bene comune”. In una sintetica descrizione liberamente accessibile anche online, il concetto viene illustrato, in contrapposizione a quello, ben diverso, di “bene totale”. Il bene totale è l’esito di una (illusoria) sommatoria dei beni individuali delle singole persone in una determinata collettività. Con una operazione di questo tipo, è possibile che il bene totale risulti elevato anche in presenza di beni individuali nulli. Il mancato apporto al risultato da parte di alcuni può, infatti, essere compensato da beni individuali molto alti di altre persone. Al contrario, il bene comune, spiega il Prof. Zamagni, è più simile al risultato di una moltiplicazione. Se uno dei fattori è pari a zero, allora il risultato complessivo sarà pari a zero, indipendentemente dal valore degli altri fattori. Anche valori molto alti, infatti, se moltiplicati per “0”, danno “0” come risultato. La spiegazione è utilizzata per contestare meccanismi di “trade off” più o meno espliciti, che tendono a essere proposti con una certa insistenza da una parte della dottrina e della prassi economica. Il “trade off” è la scelta che si deve compiere quando due o più alternative sono incompatibili tra loro e, dunque, la preferenza data a una implica, necessariamente, la rinuncia all’altra; in sintesi, rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro.
Nel nostro caso, l’idea confutata è che sia ragionevole e vantaggioso sacrificare il bene individuale di alcuni a vantaggio di quello di altri o del bene totale. L’esempio della moltiplicazione serve a spiegare che, se si opera e si ragiona in questo modo, a perdere siamo tutti quanti, perché il bene individuale di ciascuno non può essere azzerato (e neppure scendere al di sotto di un certo livello) senza che il bene comune ne risenta.
Il sacrificio della dignità delle condizioni di vita di alcuni, o anche di una sola persona, non è accettabile non solo da un punto di vista etico, ma neppure da quello economico. La sostenibilità sociale di un certo modello di convivenza, infatti, deve necessariamente essere valutata nella sua globalità. I modelli economici e sociali squilibrati, presto o tardi, presentano il conto in termini di disastri ambientali, insicurezza e degrado urbano.
La soluzione alla devianza di giovani o giovanissimi non può che passare dalla riconsiderazione dell’ambiente e dei modelli sociali con i quali molti giovani devono oggi confrontarsi. Non sono necessarie particolari doti di intuito per immaginare quale tipo di reazioni può innescare la constatazione, da parte di alcuni, di essere tagliati fuori da circuiti economici, produttivi e professionali di benessere. Nelle cronache di questi giorni non sono mancate le segnalazioni di gruppi di ragazzi che, a Torino, dalle periferie si spostano nelle zone del centro o nei quartieri residenziali per compiere reati contro il patrimonio. La marginalità sociale di alcuni ha, dunque, generato insicurezza sociale per tutti.
La buona notizia è che non sono mai mancate, e non mancano neppure oggi, le voci e le prassi fuori dal coro, anche (e, forse, soprattutto) nel mondo dei giovani. Il risalto dato alla delinquenza giovanile o alle “baby gang” non deve, infatti, far dimenticare che si tratta di fatti isolati e che molti giovani si spendono quotidianamente, con generosità, per il bene comune. Nella stessa notte di Capodanno in cui si sono verificati episodi di delinquenza nei grandi centri urbani, alcuni ragazzi, anche di Cuneo, hanno trascorso le ultime ore dell’anno nelle mense con i poveri e con le persone sole, oppure nelle comunità di recupero con chi sta rinascendo da storie di dipendenze di vario tipo. In pochi ne hanno parlato e, certamente, i ragazzi e le ragazze che hanno fatto queste scelte non desiderano notorietà. Viene, però, da pensare, che le buone notizie una certa visibilità la meritino, quanto meno per dimostrare, senza trionfalismi e proclami, che il bene comune sta a cuore a molti.
editoriale
(foto Pixabay)
Da tempo, il professor Stefano Zamagni, già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, insiste sui temi della sostenibilità, dell’equità e della giustizia, con l’intento di restituire un volto umano all’economia.
Uno dei concetti chiave attorno ai quali ruota la riflessione del Prof. Zamagni è quello di “bene comune”. In una sintetica descrizione liberamente accessibile anche online, il concetto viene illustrato, in contrapposizione a quello, ben diverso, di “bene totale”. Il bene totale è l’esito di una (illusoria) sommatoria dei beni individuali delle singole persone in una determinata collettività. Con una operazione di questo tipo, è possibile che il bene totale risulti elevato anche in presenza di beni individuali nulli. Il mancato apporto al risultato da parte di alcuni può, infatti, essere compensato da beni individuali molto alti di altre persone. Al contrario, il bene comune, spiega il Prof. Zamagni, è più simile al risultato di una moltiplicazione. Se uno dei fattori è pari a zero, allora il risultato complessivo sarà pari a zero, indipendentemente dal valore degli altri fattori. Anche valori molto alti, infatti, se moltiplicati per “0”, danno “0” come risultato. La spiegazione è utilizzata per contestare meccanismi di “trade off” più o meno espliciti, che tendono a essere proposti con una certa insistenza da una parte della dottrina e della prassi economica. Il “trade off” è la scelta che si deve compiere quando due o più alternative sono incompatibili tra loro e, dunque, la preferenza data a una implica, necessariamente, la rinuncia all’altra; in sintesi, rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro.
Nel nostro caso, l’idea confutata è che sia ragionevole e vantaggioso sacrificare il bene individuale di alcuni a vantaggio di quello di altri o del bene totale. L’esempio della moltiplicazione serve a spiegare che, se si opera e si ragiona in questo modo, a perdere siamo tutti quanti, perché il bene individuale di ciascuno non può essere azzerato (e neppure scendere al di sotto di un certo livello) senza che il bene comune ne risenta.
Il sacrificio della dignità delle condizioni di vita di alcuni, o anche di una sola persona, non è accettabile non solo da un punto di vista etico, ma neppure da quello economico. La sostenibilità sociale di un certo modello di convivenza, infatti, deve necessariamente essere valutata nella sua globalità. I modelli economici e sociali squilibrati, presto o tardi, presentano il conto in termini di disastri ambientali, insicurezza e degrado urbano.
La soluzione alla devianza di giovani o giovanissimi non può che passare dalla riconsiderazione dell’ambiente e dei modelli sociali con i quali molti giovani devono oggi confrontarsi. Non sono necessarie particolari doti di intuito per immaginare quale tipo di reazioni può innescare la constatazione, da parte di alcuni, di essere tagliati fuori da circuiti economici, produttivi e professionali di benessere. Nelle cronache di questi giorni non sono mancate le segnalazioni di gruppi di ragazzi che, a Torino, dalle periferie si spostano nelle zone del centro o nei quartieri residenziali per compiere reati contro il patrimonio. La marginalità sociale di alcuni ha, dunque, generato insicurezza sociale per tutti.
La buona notizia è che non sono mai mancate, e non mancano neppure oggi, le voci e le prassi fuori dal coro, anche (e, forse, soprattutto) nel mondo dei giovani. Il risalto dato alla delinquenza giovanile o alle “baby gang” non deve, infatti, far dimenticare che si tratta di fatti isolati e che molti giovani si spendono quotidianamente, con generosità, per il bene comune. Nella stessa notte di Capodanno in cui si sono verificati episodi di delinquenza nei grandi centri urbani, alcuni ragazzi, anche di Cuneo, hanno trascorso le ultime ore dell’anno nelle mense con i poveri e con le persone sole, oppure nelle comunità di recupero con chi sta rinascendo da storie di dipendenze di vario tipo. In pochi ne hanno parlato e, certamente, i ragazzi e le ragazze che hanno fatto queste scelte non desiderano notorietà. Viene, però, da pensare, che le buone notizie una certa visibilità la meritino, quanto meno per dimostrare, senza trionfalismi e proclami, che il bene comune sta a cuore a molti.
Sacrificare la dignità fa male all’economia
12 gennaio 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Da tempo, il professor Stefano Zamagni, già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, insiste sui temi della sostenibilità, dell’equità e della giustizia, con l’intento di restituire un volto umano all’economia.
Uno dei concetti chiave attorno ai quali ruota la riflessione del Prof. Zamagni è quello di “bene comune”. In una sintetica descrizione liberamente accessibile anche online, il concetto viene illustrato, in contrapposizione a quello, ben diverso, di “bene totale”. Il bene totale è l’esito di una (illusoria) sommatoria dei beni individuali delle singole persone in una determinata collettività. Con una operazione di questo tipo, è possibile che il bene totale risulti elevato anche in presenza di beni individuali nulli. Il mancato apporto al risultato da parte di alcuni può, infatti, essere compensato da beni individuali molto alti di altre persone. Al contrario, il bene comune, spiega il Prof. Zamagni, è più simile al risultato di una moltiplicazione. Se uno dei fattori è pari a zero, allora il risultato complessivo sarà pari a zero, indipendentemente dal valore degli altri fattori. Anche valori molto alti, infatti, se moltiplicati per “0”, danno “0” come risultato. La spiegazione è utilizzata per contestare meccanismi di “trade off” più o meno espliciti, che tendono a essere proposti con una certa insistenza da una parte della dottrina e della prassi economica. Il “trade off” è la scelta che si deve compiere quando due o più alternative sono incompatibili tra loro e, dunque, la preferenza data a una implica, necessariamente, la rinuncia all’altra; in sintesi, rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro.
Nel nostro caso, l’idea confutata è che sia ragionevole e vantaggioso sacrificare il bene individuale di alcuni a vantaggio di quello di altri o del bene totale. L’esempio della moltiplicazione serve a spiegare che, se si opera e si ragiona in questo modo, a perdere siamo tutti quanti, perché il bene individuale di ciascuno non può essere azzerato (e neppure scendere al di sotto di un certo livello) senza che il bene comune ne risenta.
Il sacrificio della dignità delle condizioni di vita di alcuni, o anche di una sola persona, non è accettabile non solo da un punto di vista etico, ma neppure da quello economico. La sostenibilità sociale di un certo modello di convivenza, infatti, deve necessariamente essere valutata nella sua globalità. I modelli economici e sociali squilibrati, presto o tardi, presentano il conto in termini di disastri ambientali, insicurezza e degrado urbano.
La soluzione alla devianza di giovani o giovanissimi non può che passare dalla riconsiderazione dell’ambiente e dei modelli sociali con i quali molti giovani devono oggi confrontarsi. Non sono necessarie particolari doti di intuito per immaginare quale tipo di reazioni può innescare la constatazione, da parte di alcuni, di essere tagliati fuori da circuiti economici, produttivi e professionali di benessere. Nelle cronache di questi giorni non sono mancate le segnalazioni di gruppi di ragazzi che, a Torino, dalle periferie si spostano nelle zone del centro o nei quartieri residenziali per compiere reati contro il patrimonio. La marginalità sociale di alcuni ha, dunque, generato insicurezza sociale per tutti.
La buona notizia è che non sono mai mancate, e non mancano neppure oggi, le voci e le prassi fuori dal coro, anche (e, forse, soprattutto) nel mondo dei giovani. Il risalto dato alla delinquenza giovanile o alle “baby gang” non deve, infatti, far dimenticare che si tratta di fatti isolati e che molti giovani si spendono quotidianamente, con generosità, per il bene comune. Nella stessa notte di Capodanno in cui si sono verificati episodi di delinquenza nei grandi centri urbani, alcuni ragazzi, anche di Cuneo, hanno trascorso le ultime ore dell’anno nelle mense con i poveri e con le persone sole, oppure nelle comunità di recupero con chi sta rinascendo da storie di dipendenze di vario tipo. In pochi ne hanno parlato e, certamente, i ragazzi e le ragazze che hanno fatto queste scelte non desiderano notorietà. Viene, però, da pensare, che le buone notizie una certa visibilità la meritino, quanto meno per dimostrare, senza trionfalismi e proclami, che il bene comune sta a cuore a molti.