editoriale

Celebriamo un Dio per il quale il modello migliore di vita per gli esseri umani è quella vissuta per altri

20 aprile 2025

Cuneo

via Crucis Sciarretta 12 I giorni di Pasqua sono sempre meno coinvolgenti di quelli di Natale. Sarà perché la nascita è più affascinante della morte. O perché un neonato non parla, quindi possiamo mettergli in bocca le parole che preferiamo. O, ancora, perché a Natale, se ci teniamo ai vangeli, celebriamo un Dio che viene nella nostra umanità piccola, debole, fragile; e tutti noi ci sentiamo deboli e fragili, tante volte persino a ragione. Ma a Pasqua celebriamo un Dio che decide che il modello migliore di vita, da proporre agli esseri umani come esempio, sia quella donata per altri, vissuta per gli altri. E questo è scomodo per tutti, a partire da chi scrive. Il nostro è infatti un mondo in cui ci sentiamo chiamati sempre a realizzare noi stessi. Iniziano a chiedercelo da bambini, che cosa vogliamo fare da grandi, che cosa “ci piacerebbe” fare da grandi. E noi sogniamo. Nella domanda sottintendono che siamo liberi, che decidiamo noi, che non importa il contesto nel quale viviamo, di che cosa eventualmente potrebbe avere bisogno. In realtà, già da quelle domande, ma molto di più nell’appello a realizzarci, c’è un sottinteso molto più pesante, che a volte fa vivere male molti di noi, soprattutto giovani: possiamo fare tutto, siamo chiamati a realizzare noi stessi, quindi se non ci riusciamo è colpa nostra. Siamo noi i colpevoli della nostra mancata felicità, che resta l’obiettivo unico della nostra vita. Anche quando ci lamentiamo così intensamente di stare male (interessanti i discorsi in sala d’aspetto dal medico: molto spesso sembra che vogliamo dimostrare di stare peggio degli altri lì presenti), in fondo continuiamo a concentrarci su di noi, quasi accusando il mondo di non essere stato equo nei nostri confronti. Il Gesù che va sulla croce, in questo, non ci assomiglia. Vive nell’angoscia il momento della decisione, quando ancora potrebbe cambiare la propria sorte, nell’orto degli ulivi, ma poi sembra andare sereno incontro alla propria sorte, risana uno di coloro che era venuto ad arrestarlo, fa fare (involontariamente?) pace a due nemici storici come Pilato ed Erode, consola le donne che piangono su di lui, invoca il perdono su coloro che lo arrestano, giustificandoli, e infine promette consolazione e gioia a un malfattore che è appeso sulla croce accanto alla sua. Fino all’ultimo Gesù sembra pensare agli altri, non a sé. In questo è coerente con ciò che aveva detto in precedenza, sul non tenersi niente, sul fatto che vi sia più gioia nel dare che nel ricevere (At 20,35). È ciò che ha fatto lui, commuovendosi e facendo miracoli quando voleva ritirarsi in disparte a riposare. Paolo, imitatore di Cristo, sosterrà di essersi «fatto tutto a tutti, per guadagnare ad ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22). «Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro» (Lc 6,31). Peraltro… Sarà di certo esperienza di molti, benché contraria alla nostra cultura. Qualcuno di noi ha già provato a fare un servizio gratuito, senza aspettarsi niente in cambio: ci saremmo sentiti meglio a rifiutarlo? E abbiamo condiviso anche con sconosciuti del tempo, delle informazioni, del cibo: avremmo provato più gioia nel vietarglieli o portarli loro via? Finisce che il protagonista dei vangeli aveva capito qualcosa della vita… Certo, ci pare davvero difficile e controintuitivo vivere per fare il bene degli altri. E questo vale soprattutto per chi scrive. Eppure, un giorno, sarebbe interessante provarci.  
Gesù Pasqua realizzazione di se stessi vivere per il bene degli altri