Scrivere è un’arte, richiede il coordinamento tra la mano, la vista, l’immaginazione, i ricordi e le emozioni. È una attitudine che ci viene insegnata da bambini e che abitua mente e cuore a rallentare e riflettere: per scrivere bisogna lanciarsi, superare la paura della pagina bianca, gettare il cuore oltre l’ostacolo e non abbattersi di fronte all’incompiuto del primo scritto che abbiamo buttato giù. Quello sarà la base da modificare, rileggere e rifinire.
L’abilità di scrivere in modo naturale e sicuro è una di quelle che più facilmente si perde con la fine della scuola e il foglio bianco fa sempre paura. In realtà la scrittura è una attività creativa ed espressiva che è importante mantenere o risvegliare per il suo ruolo benefico e in parte ‘curativo’, soprattutto nei giorni di tumulto emotivo perché mette in connessione il nostro cervello emozionale con la parte del cervello, che è specializzata nella logica e nella razionalità. La parola diventa un vero e proprio contenitore: nel momento stesso in cui i nostri vissuti trovano un canale di espressione si riducono di intensità, diventano più comprensibili, si trasformano: la pagina diventa il crogiolo dove l’emozione si esplica e si modifica e contestualmente, diventa più facilmente comunicabile e quindi tollerabile.
La parola è per le emozioni quel che gli argini sono per il fiume quando l’acqua è in piena.
I momenti più critici e delicati dell’esistenza, come la malattia, il lutto, l’invecchiamento richiedono uno sforzo aggiuntivo di accoglienza e rielaborazione perché il cuore è davvero un fiume in piena. Ed è in quelle circostanze che la scrittura può essere una via di sollievo, risorsa preziosa che si pone in modo complementare alla lettura e al dialogo.
La medicina ha riscoperto negli anni ’80, grazie ad un gruppo di medici e ricercatori della Columbia University, coordinato da Rita Charon, medico internista appassionata di letteratura, il ruolo benefico della scrittura durante l’esperienza della malattia, sia per il malato, sia per i curanti. È nata così la medicina narrativa, che cerca di valorizzare dimensione emozionale soggettiva dell’esperienza del paziente accanto ai dati clinici di tipo sanitario.
La medicina narrativa propone un’integrazione delle informazioni della cartella clinica con un breve e agile diario che il paziente scrive per raccogliere le sue sensazioni, paure, domande: dare un nome alle proprie esperienze, soprattutto se dolorose o complesse, genera sollievo perché crea ordine interno e contenimento emotivo. Inoltre leggere la narrazione dell’esperienza che il paziente ha scritto aiuta i curanti a cogliere il nocciolo centrale della sofferenza della persona che hanno di fronte migliorando così la possibilità di proporre una cura che sia realmente ‘centrata sul paziente’.
Scrivere di sé e delle proprie esperienze è una forma di rinarrazione che favorisce il passaggio da ‘vittime’ dei propri vissuti a ‘protagonisti’ che, se non possono scegliere cosa vivere, possono scegliere come vivere la malattia, che significato attribuirle e quale ‘posto’ lasciarle nella propria vita.
Nel saggio L’istinto di narrare, Gottshall sottolinea come dare parola ad un problema è diventarne regista: scrivendo ci si trasforma da spettatori a protagonisti aumentando il senso di autoefficacia.
La psiche come le ossa è incline all’autoguarigione: come esseri umani infatti possiamo contare su una innata, e biologicamente fondata, tendenza a superare i blocchi che la vita ci pone e a continuare a crescere ed evolvere nonostante il dolore, le paure, le ferite.
Scrivere è una delle possibilità che abbiamo per plasmare le nostre sofferenze, stemperarne l’intensità: la parola scritta, frutto di ripensamento, attesa, rifinitura, cesello è uno dei modi per trasformare le cicatrici in ricami, che restano incisi sulla nostra pelle a testimoniare il cammino che abbiamo fatto, gli ostacoli che abbiamo superato e le risorse che abbiamo scoperto per rialzarci.
editoriale
Scrivere è un’arte, richiede il coordinamento tra la mano, la vista, l’immaginazione, i ricordi e le emozioni. È una attitudine che ci viene insegnata da bambini e che abitua mente e cuore a rallentare e riflettere: per scrivere bisogna lanciarsi, superare la paura della pagina bianca, gettare il cuore oltre l’ostacolo e non abbattersi di fronte all’incompiuto del primo scritto che abbiamo buttato giù. Quello sarà la base da modificare, rileggere e rifinire.
L’abilità di scrivere in modo naturale e sicuro è una di quelle che più facilmente si perde con la fine della scuola e il foglio bianco fa sempre paura. In realtà la scrittura è una attività creativa ed espressiva che è importante mantenere o risvegliare per il suo ruolo benefico e in parte ‘curativo’, soprattutto nei giorni di tumulto emotivo perché mette in connessione il nostro cervello emozionale con la parte del cervello, che è specializzata nella logica e nella razionalità. La parola diventa un vero e proprio contenitore: nel momento stesso in cui i nostri vissuti trovano un canale di espressione si riducono di intensità, diventano più comprensibili, si trasformano: la pagina diventa il crogiolo dove l’emozione si esplica e si modifica e contestualmente, diventa più facilmente comunicabile e quindi tollerabile.
La parola è per le emozioni quel che gli argini sono per il fiume quando l’acqua è in piena.
I momenti più critici e delicati dell’esistenza, come la malattia, il lutto, l’invecchiamento richiedono uno sforzo aggiuntivo di accoglienza e rielaborazione perché il cuore è davvero un fiume in piena. Ed è in quelle circostanze che la scrittura può essere una via di sollievo, risorsa preziosa che si pone in modo complementare alla lettura e al dialogo.
La medicina ha riscoperto negli anni ’80, grazie ad un gruppo di medici e ricercatori della Columbia University, coordinato da Rita Charon, medico internista appassionata di letteratura, il ruolo benefico della scrittura durante l’esperienza della malattia, sia per il malato, sia per i curanti. È nata così la medicina narrativa, che cerca di valorizzare dimensione emozionale soggettiva dell’esperienza del paziente accanto ai dati clinici di tipo sanitario.
La medicina narrativa propone un’integrazione delle informazioni della cartella clinica con un breve e agile diario che il paziente scrive per raccogliere le sue sensazioni, paure, domande: dare un nome alle proprie esperienze, soprattutto se dolorose o complesse, genera sollievo perché crea ordine interno e contenimento emotivo. Inoltre leggere la narrazione dell’esperienza che il paziente ha scritto aiuta i curanti a cogliere il nocciolo centrale della sofferenza della persona che hanno di fronte migliorando così la possibilità di proporre una cura che sia realmente ‘centrata sul paziente’.
Scrivere di sé e delle proprie esperienze è una forma di rinarrazione che favorisce il passaggio da ‘vittime’ dei propri vissuti a ‘protagonisti’ che, se non possono scegliere cosa vivere, possono scegliere come vivere la malattia, che significato attribuirle e quale ‘posto’ lasciarle nella propria vita.
Nel saggio L’istinto di narrare, Gottshall sottolinea come dare parola ad un problema è diventarne regista: scrivendo ci si trasforma da spettatori a protagonisti aumentando il senso di autoefficacia.
La psiche come le ossa è incline all’autoguarigione: come esseri umani infatti possiamo contare su una innata, e biologicamente fondata, tendenza a superare i blocchi che la vita ci pone e a continuare a crescere ed evolvere nonostante il dolore, le paure, le ferite.
Scrivere è una delle possibilità che abbiamo per plasmare le nostre sofferenze, stemperarne l’intensità: la parola scritta, frutto di ripensamento, attesa, rifinitura, cesello è uno dei modi per trasformare le cicatrici in ricami, che restano incisi sulla nostra pelle a testimoniare il cammino che abbiamo fatto, gli ostacoli che abbiamo superato e le risorse che abbiamo scoperto per rialzarci.
Il risvolto curativo della scrittura: la medicina narrativa
26 aprile 2026
Cuneo
Scrivere è un’arte, richiede il coordinamento tra la mano, la vista, l’immaginazione, i ricordi e le emozioni. È una attitudine che ci viene insegnata da bambini e che abitua mente e cuore a rallentare e riflettere: per scrivere bisogna lanciarsi, superare la paura della pagina bianca, gettare il cuore oltre l’ostacolo e non abbattersi di fronte all’incompiuto del primo scritto che abbiamo buttato giù. Quello sarà la base da modificare, rileggere e rifinire.
L’abilità di scrivere in modo naturale e sicuro è una di quelle che più facilmente si perde con la fine della scuola e il foglio bianco fa sempre paura. In realtà la scrittura è una attività creativa ed espressiva che è importante mantenere o risvegliare per il suo ruolo benefico e in parte ‘curativo’, soprattutto nei giorni di tumulto emotivo perché mette in connessione il nostro cervello emozionale con la parte del cervello, che è specializzata nella logica e nella razionalità. La parola diventa un vero e proprio contenitore: nel momento stesso in cui i nostri vissuti trovano un canale di espressione si riducono di intensità, diventano più comprensibili, si trasformano: la pagina diventa il crogiolo dove l’emozione si esplica e si modifica e contestualmente, diventa più facilmente comunicabile e quindi tollerabile.
La parola è per le emozioni quel che gli argini sono per il fiume quando l’acqua è in piena.
I momenti più critici e delicati dell’esistenza, come la malattia, il lutto, l’invecchiamento richiedono uno sforzo aggiuntivo di accoglienza e rielaborazione perché il cuore è davvero un fiume in piena. Ed è in quelle circostanze che la scrittura può essere una via di sollievo, risorsa preziosa che si pone in modo complementare alla lettura e al dialogo.
La medicina ha riscoperto negli anni ’80, grazie ad un gruppo di medici e ricercatori della Columbia University, coordinato da Rita Charon, medico internista appassionata di letteratura, il ruolo benefico della scrittura durante l’esperienza della malattia, sia per il malato, sia per i curanti. È nata così la medicina narrativa, che cerca di valorizzare dimensione emozionale soggettiva dell’esperienza del paziente accanto ai dati clinici di tipo sanitario.
La medicina narrativa propone un’integrazione delle informazioni della cartella clinica con un breve e agile diario che il paziente scrive per raccogliere le sue sensazioni, paure, domande: dare un nome alle proprie esperienze, soprattutto se dolorose o complesse, genera sollievo perché crea ordine interno e contenimento emotivo. Inoltre leggere la narrazione dell’esperienza che il paziente ha scritto aiuta i curanti a cogliere il nocciolo centrale della sofferenza della persona che hanno di fronte migliorando così la possibilità di proporre una cura che sia realmente ‘centrata sul paziente’.
Scrivere di sé e delle proprie esperienze è una forma di rinarrazione che favorisce il passaggio da ‘vittime’ dei propri vissuti a ‘protagonisti’ che, se non possono scegliere cosa vivere, possono scegliere come vivere la malattia, che significato attribuirle e quale ‘posto’ lasciarle nella propria vita.
Nel saggio L’istinto di narrare, Gottshall sottolinea come dare parola ad un problema è diventarne regista: scrivendo ci si trasforma da spettatori a protagonisti aumentando il senso di autoefficacia.
La psiche come le ossa è incline all’autoguarigione: come esseri umani infatti possiamo contare su una innata, e biologicamente fondata, tendenza a superare i blocchi che la vita ci pone e a continuare a crescere ed evolvere nonostante il dolore, le paure, le ferite.
Scrivere è una delle possibilità che abbiamo per plasmare le nostre sofferenze, stemperarne l’intensità: la parola scritta, frutto di ripensamento, attesa, rifinitura, cesello è uno dei modi per trasformare le cicatrici in ricami, che restano incisi sulla nostra pelle a testimoniare il cammino che abbiamo fatto, gli ostacoli che abbiamo superato e le risorse che abbiamo scoperto per rialzarci.