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Il racconto di Rina di Tetto Miclot: ecco come si viveva a metà Novecento sulla montagna di Borgo San Dalmazzo

08 giugno 2025

Cuneo

Fototessera-di-Rina-a-Brignoles-il-28-aprile-1953 Rina a Brignoles il 28 aprile 1953 Salendo da Borgo San Dalmazzo verso la Valle Gesso, dopo circa quattro chilometri dalla rotonda delle Alpi Marittime si giunge alla frazione di Madonna Bruna. A destra della strada provinciale, dove c’è la piccola Cappella della Madonnina, si dirama una bella e ampia strada asfaltata che sale verso la montagna per portarci a Tetto Graglia e poi alla Chiesa Parrocchiale dedicata al nome di Maria. La strada prosegue inoltrandosi nel vallone principale di Madonna Bruna per giungere alla borgata, oramai disabitata da molto tempo, di Tetto Panada. Qui essa si divide in due direzioni: a destra sale verso Tetto Rosso, Tetto Lovera, Tetto Gara e Tetto Piera, mentre a sinistra conduce ai Tetti Giovannella, Scultore, (1) Galluccia, Miclot e Baus. Dopo avere superato Tetto Giovannella la strada diventa sterrata, ma conserva un fondo ben compatto da poter essere percorsa comodamente anche in vettura. Proseguendo giungiamo quasi al culmine del Vallone di Madonna Bruna, ovvero il crinale alpino che divide la Valle Gesso dalla Stura.  Quella di Madonna Bruna sembra essere una piccola conca incastonata nella montagna, ma percorrendo la strada appena descritta i chilometri da fare sono molti, in quanto nei secoli passati è stato arduo ed ingegnoso costruire un percorso che si elevasse in poco spazio in boschi molto scoscesi, con la necessità di realizzare continui tornanti in punti rocciosi e non soggetti a frane. Pocanzi abbiamo scritto che il vallone risalito è quello principale in quanto, osservando meglio questa conca, un secondo vallone, più piccolo, scende a valle sul lato che confina con Andonno. Questo valloncello è chiamato dai residenti “u valunot” oppure “u valun di Voga”, prendendo in prestito il toponimo di Tetto Voga che si trova in quei paraggi. Ma torniamo al nostro vallone principale e a Tetto Miclot, di cui vogliamo oggi parlare, grazie alla testimonianza di Caterina Pepino, per tutti Rina, che qui è nata il 16 novembre 1936 e qui è vissuta fino al 1959, anno del suo matrimonio e conseguente trasloco a casa del marito in Via Grandis a Borgo San Dalmazzo. Tetto Miclot Questo il racconto di Rina: “Sono nata a Tetto Miclot dentro ad una stalla. Ad assistere mia madre nel parto era venuta una donna pratica di Andonno, era una levatrice, aveva varcato a piedi la montagna nel freddo di novembre per venire ad assistere mia madre.  Mio padre Michele era nato nel 1909 e la famiglia era originaria di Tetto Bori, una borgata di Andonno. Mia mamma era Giovanna Giordana ed era nata nel 1915, originaria di Esterate di Entracque. Io venni battezzata nella Chiesa di Madonna Bruna, avendo come padrino un fratello di mio padre e madrina una sorella di mia madre. A Tetto Miclot mio padre era andato ad abitare quando era mancato suo padre e a Tetto Bori erano rimasti solo due dei sei fra fratelli e sorelle che erano. Quando i miei genitori si sposarono andarono dunque a vivere a Tetto Miclot (ndr: il Tetto si trova a circa 920 metri sul livello del mare). Al Tetto la mia famiglia possedeva una casa con cantina, una stalla, due stanze, una cucina, un fienile e un essiccatoio per le castagne. Al Tetto c’erano diverse altre abitazioni che erano però di proprietà di altre famiglie che vivevano stabilmente a Tetto Galluccia. A Tetto Miclot la nostra era l’unica famiglia a viverci e io ero figlia unica. Essendo sola non avevo altri bambini con cui giocare e questa possibilità succedeva soltanto quando venivano a trovarmi i bambini che abitavano a Tetto Galluccia.  La vita a Tetto Miclot Mio padre lavorava la campagna. Avevamo due mucche, qualche capra e pecora, delle galline. Si vendevano i vitelli e poi si aveva molta cura nel pulire i castagneti. Le castagne mio padre le portava a vendere a Madonna Bruna mettendo i sacchi su un carretto trainato a mano, si metteva la tirela (2) sulla spalla e scendeva dove oggi c’è il ristorante La Pernice, luogo dove incontrare i negozianti. Nel secou, l’essiccatoio, si facevano le castagne bianche che in parte mangiavamo noi in inverno e in parte si vendevano. Grazie al latte delle mucche i miei facevano delle tome e il burro, quest’ultimo mia madre lo portava a vendere a Madonna Bruna tenendolo dentro un cesto; conservo ancora ora la spanura (la zangola) e lo stampo (chiamato in dialetto locale pignulur) con cui allora facevamo il burro. Inoltre in quel periodo uscivano tanti funghi che si vendevano molto bene. Erano diversi i negozianti che venivano ai Tetti a comprare i funghi, ricordo in particolare uno che veniva a piedi da Borgo ed era chiamato Gian di bulè. A pranzo e cena ogni giorno si mangiavano le solite cose: castagne, patate, polenta, latte; mia madre sovente faceva le tagliatelle. A Tetto Miclot non c’era il forno e allora il pane si andava a comprare a Madonna Bruna da Gabri. Mio padre faceva di tutto, sapeva anche aggiustare i muri e la copertura delle case quando necessario. Purtroppo a Tetto Miclot non c’era l’acqua, e per gli usi di casa dovevamo andarla a prendere ad una sorgente distante qualche centinaio di metri. Si metteva in spalla un bastone alle cui estremità si appendevano due secchi ricolmi d’acqua, così più volte al giorno, a seconda delle necessità di acqua che avevamo. Le bestie invece le portavamo a bere in un gurg (3) posto appena fuori il Tetto. Per lavare i vestiti mia madre aveva una lavuira, che era una pietra dove si appoggiavano i vestiti da strofinare e lavare e poi si risciacquava in un bacias, una vasca, che era stata ricavata da un tronco di albero. Ogni tanto mia madre faceva la lessia: faceva bollire della cenere nell’acqua contenuta in un recipiente, in cui poi immergeva le lenzuola da lavare; successivamente si faceva il risciacquo. Così diventavano un po’ più bianche.  Mio padre seminava grano, segale, patate, lenticchie e faceva anche l’orto che era posto nelle vicinanze della fontana, e così avevamo porri, cavoli, indivia. Avevamo diversi alberi da frutto: meli, peri, ciliegi e susini. Avevamo anche dei noci, le noci le vendevamo. Compravamo invece olio, zucchero, sale e anche la farina per fare la polenta, non abbiamo mai piantato la meliga per polenta. Per il fieno da dare alle bestie eravamo autonomi: in estate mio padre falciava l’erba e io e mia madre facevamo il fieno che si portava in fienile usando i bariun. I Tetti vicini A Tetto Miclun ad abitare c’era solo la mia famiglia, così come a Tetto Baus che stava più in alto rispetto a noi, quattro famiglie abitavano invece a Tetto Galluccia, un Tetto più in basso rispetto al nostro. C’erano le famiglie di Antonio Barale e del fratello Battista, Ettore Bosini che aveva sposato una sorella di mio padre e poi la famiglia di Pietro Barale. A Tetto Galluccia avevano il forno e facevano il pane. Inoltre da casa mia, grazie al fatto che i boschi erano puliti e ben tenuti, io riuscivo a vedere Tetto Piera dove abitava Rita, una mia amica.  Una cosa curiosa che ricordo è che di fronte al mio Tetto c’era - e c’è ancora – una grande roccia su cui io salivo e a squarciagola salutavo gli altri bambini che stavano nei Tetti sottostanti, nel silenzio della valle mi sentivano e mi rispondevano con pari urla: quella roccia era come il nostro telefono. La scuola La scuola elementare l’ho frequentata a Madonna Bruna nei locali posti vicino alla chiesa. Tutte le mattine andavo giù portando con me un piccolo perulin, (4) dove mia madre mi metteva un po’ di minestra e un pezzo di pane e formaggio. Giunti alla scuola c’era una grande stufa accesa dove ognuno di noi metteva sopra il suo perulin per avere la minestra calda a pranzo. Abitavo troppo lontano dalla scuola, non avrei avuto il tempo di andare a casa a mangiare e poi tornare per la lezione del pomeriggio. Quando nevicava molto, io non andavo a scuola fino a quando veniva liberata la strada dalla neve. A fine nevicata mio padre, con i vicini di Tetto Baus, iniziava il lavoro di pulizia, togliendo la neve palata dopo palata. Giunti a Tetto Galluccia si aggiungevano gli uomini di quel Tetto, e avanti così fino a giungere alla Chiesa. Ho fatto la scuola fino alla quinta elementare. Delle maestre ricordo una che si chiamava Clelia Imberti e un’altra Adriana Chionetti che arrivava dalla Valle Maira. Anche il parroco don Massa faceva scuola. Attendevo ogni anno con trepidazione l’arrivo di Natale nella speranza dei regali portati da Gesù Bambino. La sera mio padre mi diceva di andare a dormire presto che quella notte sarebbe giunto Gesù Bambino, ma io volevo vederlo, volevo capire come faceva a portare tutti quei regali, e così cercavo di stare sveglia il più possibile, ma ad una certa ora mi addormentavo. Quando al mattino i miei mi svegliavano chiedevo loro se era venuto Gesù Bambino e loro mi dicevano di guardare sotto il cuscino. E con sorpresa trovavo qualcosa: c’erano delle castagne bollite, delle noci e qualche mandarino, tutto lì. Una volta mi venne regalato un portapenne e fu il massimo dello stupore.  Ricordo il giorno che feci la Cresima. Scesi a Madonna Bruna con la sorella di mio padre che mi fece da madrina. Finita la funzione risalimmo al Tetto dove mia mamma aveva preparato un pranzo in cui per la prima volta ebbi modo di mangiare una fetta di salame. Mia madre era brava come sarta, comprava la stoffa e mi faceva i vestiti. Il divertimento Un momento bello era nelle serate d’inverno quando si facevano le vià, le veglie. Io ero già grandicella e venivano giovani da altre borgate e si stava al caldo della stalla e al chiaro della lucerna. Un  particolare da ricordare è che a Tetto Miclot non giunse mai la luce elettrica e fino a quando ci rimase la mia famiglia l’unica luce fu quella della lucerna ad olio. Anche a Tetto Galluccia non è mai stata messa la luce, che invece è giunta sull’altro lato del vallone, a Tetto Gara. Durante le vià io e mia madre facevamo maglia e mio padre aveva un’armonica a bocca che suonava ad orecchio. I presenti parlavano un po’ di tutto, dalle notizie che si sentivano in giro all’andamento della stagione agricola. Feste ai Tetti non c’erano. Le uniche feste si facevano a Madonna Bruna per Sant’Antonio e poi a inizio settembre la festa della Madonna. Veniva allestito un ballo a palchetto nei campi vicino a dove ora c’è la Pernice. Poi andavamo anche alle due feste che si facevano a Sant’Antonio Aradolo: attraversavamo per un sentiero e arrivavamo direttamente a quella chiesa dove festeggiavano Sant’Antonio e San Lorenzo, anche lì c’era il ballo. Il 5 dicembre di ogni anno andavamo a piedi alla Fiera Fredda, si partiva prestissimo. Festeggiavamo anche a carnevale, quando ci trovavamo un gruppo di ragazzi e ragazze dei vari Tetti e ci vestivamo con camicie e vestiti degli adulti, cappellacci in testa, e ci tingevamo di cenere il viso e in gruppo si girava di Tetto in Tetto a chiedere un’offerta. Ci regalavano tante uova e a carnevale terminato ci trovavamo una sera a Tetto Baus a fare una festa in cui si facevano le bignëtte, che mangiavamo insieme. Con delle uova vendute si comprava l’olio per fare friggere le bignëtte, e così in modo molto semplice si faceva festa. Si facevano le bignëtte e le risole, (bugie). Momenti di vita Da piccola una volta presi la polmonite e rimasi per lungo tempo chiusa al caldo della stalla. Mio padre preoccupato per la mia salute scese a Borgo a chiamare il medico, era il dottor Vergnano. Il dottor Vergnano venne a visitarmi e disse che per guarire avrei dovuto fare delle iniezioni di penicillina, una al giorno: erano le prime volte che si procedeva con questo tipo di iniezioni. Ma chi poteva farmi quelle iniezioni se a Madonna Bruna nessuno era in grado? Allora il medico disse che avrebbe chiesto ad una infermiera che abitava a Borgo di venire lei a farmele. Però, visto che eravamo in pieno inverno e non potendo fare ogni giorno andata e ritorno per la notevole distanza, la nostra famiglia l’avrebbe dovuta ospitare in casa per il tempo necessario per la cura. E così fu, l’infermiera rimase ospite da noi per tutti quei giorni e, non essendoci altra camera, di notte dormiva con me nella stalla dietro alle mucche. Al nostro Tetto oltre ai negozianti che venivano per comprare i funghi o i vitelli, giungevano anche i venditori ambulanti, con il loro cesto dove tenevano le cose da vendere, in particolare la stoffa. E poi giungevano anche dei poveri a chiedere la carità e mia madre ha sempre dato loro un pezzo di pane, quel poco che si aveva in casa. Ogni famiglia aveva il suo stranome, che solitamente derivava dal Tetto in cui si abitava. Pur nella povertà io devo dire che non abbiamo mai fatto la fame e poi comunque si viveva bene, tranquilli. C’era il problema della neve che in certi inverni scendeva in modo abbondante, e allora si stava nella stalla ad aspettare. Poi mio padre saliva sui tetti delle case a spalare.   A messa si andava una volta alla settimana, alla domenica mattina, a Madonna Bruna. Per qualunque cosa si scendeva a Madonna Bruna, anche quando moriva una persona ai Tetti. La bara veniva messa su un carretto e portata fino a Madonna Bruna per la funzione in chiesa e poi, sempre su un carretto, portata fino al cimitero di Borgo.   Passata la Pasqua il parroco di Madonna Bruna veniva al nostro e a tutti gli altri Tetti a dare la benedizione accompagnato da un chierichetto. Mi ricordo che mia madre mi diceva: “Dobbiamo preparare bene che arriva il prete a benedire”. Come offerta al parroco mia madre dava una dozzina di uova. Mi ricordo di due parroci di Madonna Bruna, don Massa e don Aurelio Martini. Io durante la guerra avevo nove anni e mi ricordo molte cose. Mio padre era stato richiamato militare e mandato vicino a Fiume e io e mia madre rimanemmo sole. In quel periodo mia madre doveva svolgere anche i lavori che normalmente faceva mio padre; quando necessario si metteva in spalla un sacchetto di grano e uno di segale e scendeva a piedi a Borgo a fare macinare al mulino Gione. Poi tornava, sempre a piedi, con la farina in spalla. Una notte sentiamo battere alla porta, erano i tedeschi che pensavano che ci fossero partigiani a dormire in casa. Quando abbiamo aperto la porta ci hanno fatte andare ad aprire la cantina facendoci camminare stando davanti a loro. In cantina non c’era nessuno e allora andarono via. Ricordo poi un giorno, era estate del 1944, quando bruciarono una casa a Tetto Bori. Noi eravamo a fare il fieno e vediamo salire il fumo, si è capito subito cosa stava succedendo e allora siamo corsi su ad aiutare a spegnere. La casa era del fratello di mio padre e così essendo stati senza casa per tutto il periodo in cui l’hanno ricostruita loro sono venuti ad abitare da noi. L’emigrazione in Francia  In seguito, dopo la guerra, quando ero già grandicella, successe che il fratello più giovane di mio padre che era emigrato per lavoro in Francia, a Brignoles nel Var, insistette tanto perché ci trasferissimo laggiù da lui, dove c’era molto lavoro. Mio padre allora vendette tutte le bestie ed affittò i boschi ad altre famiglie e si andò a Brignoles. Eravamo in una grande cascina dove si lavorava nelle vigne, lavoravamo tutti, anche io e mia madre, si stava bene e ci rimanemmo tre anni. Poi la nostalgia di casa prese il sopravvento e mio padre decise di tornare a Tetto Miclot. Ricomprò le mucche e tutte le altre bestie e si ricominciò con la vita di prima.  Il matrimonio In quegli anni ho conosciuto l’uomo che sarebbe diventato mio marito, Giorgio Graglia, e quando avevo ventiquattro anni ci siamo sposati, era il 1959. Il matrimonio è stato celebrato nella Chiesa di Madonna Bruna da don Martini. Ricordo bene quel mattino, siamo partiti da Tetto Miclot e siamo venuti giù a piedi fino alla chiesa. Dopo la cerimonia era venuto il taxi di Beppe Martini che allora era presente a Borgo, c’era ancora il padre, e in sette od otto viaggi aveva portato giù tutti i nostri invitati a Borgo in Via Grandis a casa di mio marito dove era stato allestito il banchetto nuziale. Da quel giorno sono andata a vivere a Borgo e i miei genitori sono rimasti soli su al Tetto Miclot. Dopo qualche anno anche loro sono venuti ad abitare con noi e aiutavano i miei suoceri che avevano tanta terra da coltivare. (5) Poi mio padre ha comprato casa in Via Marconi, dove abbiamo fatto aggiustare e dove poi siamo vissuti.” Rina-con-i-suoi-genitori Rina con i suoi genitori Rina-a-Tetto-Miclot-a-cinque-anni Rina a Tetto Miclot a cinque anni
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