
Caldo, freddo, fatica e intemperie ne hanno temprato il fisico, ma non hanno intaccato il suo animo gentile e delicato, come esprime nel ballo, sua grande passione.
Giuseppe Landra, per tutti Gepu, (classe 1945) è nato e vissuto fino ai 20 anni nel Vallone Secco di Vernante (valle laterale rispetto alla valle Grande di Palanfrè).
Nel ‘65 l’intera famiglia allargata si è trasferita a Borgo San Dalmazzo a Tetto Padella, dove vive tuttora vicino a figli e nipoti, con i quali prosegue l’attività agricola e l’allevamento del bestiame.
La nuora Silvia lo dipinge con poche, ma significative parole: nonno e suocero prezioso, dotato di infinita pazienza ed esperienza, grande maestro di vita per figli e nipoti, che fin dalla più tenera età abitualmente trascorrono con lui le estati in alpeggio.
Gepu, che tutt’ora pratica ogni anno la transumanza a piedi, con 5 ore di cammino in compagnia di 200 bovini, qualche ovicaprino e gli amati cani da gregge, volentieri racconta la sua infanzia, in una realtà naturale e in gran parte basata sull’autosufficienza: “Sono il quinto figlio, dopo tre sorelle e un fratello che non conobbi, in quanto morì ad appena 5 mesi. Ero il più piccolo e coccolato, ciononostante in montagna si lavorava fin da bambini.
Castagne, bene prezioso
Le castagne erano la nostra grande ricchezza: la casa aveva un enorme soppalco, appunto dedicato alla loro essiccatura. Erano il pane dei poveri: le mangiavamo soprattutto bollite nel latte. Per noi tenevamo gli scarti, mentre le migliori le vendevamo ai grossisti a Vernante. L’economia familiare prevedeva che durassero fino alla raccolta dell’autunno successivo. Rappresentavano, insomma, una scorta sicura. Le abitazioni erano molto fredde, prive di impianto idrico ed elettrico, ci si riscaldava solo in cucina, attorno al camino e l’illuminazione era garantita dalle lampade a petrolio. A circa 200 metri una sorgente, convogliata in fontana, rappresentava la nostra riserva per l’alimentazione umana e del bestiame, ma anche per l’igiene personale.
Un’economia semplice
La mia famiglia coltivava anche un po’ di grano e, soprattutto, segale, che portavamo a macinare al mulino con il carretto o usavamo per sfamare le mucche. Ne avevamo mediamente 6 o 7 e ci erano sufficienti per ottenere il latte per la famiglia e in parte destinato alla vendita. Le donne di casa facevano il burro e qualche toma. La domenica, scendendo in paese, mio padre provvedeva a vendere uova, burro e gli ortaggi che coltivavamo: prevalentemente patate, fagioli, porri e carote.
Con il ricavato, si riforniva di zucchero e caffè. Vigeva sempre la stessa regola: i prodotti migliori per la vendita, gli altri per uso domestico. Era mio nonno a tenere i conti, mentre le donne si dedicavano principalmente alla cura della casa, alla cucina e all’orto. Avevamo anche una quindicina di galline per le uova e la riproduzione del pollame destinato alla vendita. Da
Valun Sec si scendeva a Vernante in 20-30 minuti di cammino, con i prodotti da vendere sistemati su carretti.
In paese, ogni anno, si svolgevano tre fiere: la prima il 9 maggio, poi il 30 settembre, in onore a San Michele, festeggiato il giorno precedente e, infine, il 18 ottobre. Vernante pullulava di gente e di venditori, che creavano un’atmosfera festosa.
Vegetariani antesignani
Senza conoscere la filosofia del vegetariano, di fatto lo eravamo, per circostanza. In montagna e in campagna il cibo non è mai mancato, ma neppure abbondava e soprattutto era frutto di tanta fatica, proprio per questo si destinavano gli alimenti migliori alla vendita. Non c’era l’abitudine di mangiar carne: i bovini venivano cresciuti e poi venduti in paese al mercato del bestiame, la domenica. Un giorno, un falco attaccò una gallina nell’aia. Disturbato dai nostri movimenti volò via, lasciando la povera bestia ferita alla gola. Sanguinante, zampettò verso casa dove stramazzò al suolo davanti all’uscio. Dopo un breve consulto degli adulti, si decise che non essendo in prossimità di un giorno di mercato non vi era altra alternativa che mangiare quell’animale. Un’assoluta novità per l’intera famiglia, che non aveva mai assaggiato quella carne! Mia madre, incaricata di cuocerla, fece bollire un pentolone d’acqua e vi gettò dentro l’intera bestia con tanto di penne, ignara del fatto che andassero estirpate prima della cottura. Non abituati a cibarsi di carne non apprezzammo neppure la novità.
Veterinari fai da te
Succedeva che gli animali si infortunassero precipitando da qualche dirupo: venivano macellati e venduti alle macellerie di bassa, che smerciavano la carne a prezzi più economici. Oggi sarebbero impensabili operazioni del genere con tutti i controlli che si effettuano e le ferree regole di macellazione. Vidi un veterinario per la prima volta da ragazzino: in genere ci si arrangiava e tutti gli allevatori erano in grado di prendersi cura dei propri animali, con rimedi tradizionali. Si chiamava il veterinario in casi estremi soprattutto durante parti complicati.
Talvolta si verificavano epidemie di afta, una malattia infettiva dei ruminanti altamente contagiosa, che provoca lesioni ulcerose alla bocca e agli arti, ma fortunatamente i nostri bovini non ne furono mai colpiti. A quell’epoca era oneroso e complicato curarli e molte volte morivano. Negli ultimi 30 anni è cambiato radicalmente il mondo dell’allevamento: ci sono vaccinazioni obbligatorie e regolari controlli da parte dell’ASL, che garantiscono carni sane e di qualità.
Il toro era un lusso che pochi potevano permettersi: i proprietari lo prestavano, previo pagamento, agli altri allevatori per la monta. Ogni anno vendevamo anche qualche vitello.
La scuola
La scuola non era la mia passione: ci andavo obbligato dai miei genitori. La classe era numerosa, mista di maschi e femmine, molti dei quali ripetenti. Mi ci recavo a piedi, in compagnia di altri bambini del vicinato, tra cui Maddalena Tassone, divenuta poi mia moglie nel ’68 e, purtroppo, prematuramente scomparsa. Ricordo varie maestre, tutte buone, ma ciononostante, preferivo le attività manuali e non vedevo l’ora delle vacanze per trasportare la legna con la slitta o dedicarmi pienamente ad altre mansioni diverse da libri e quaderni. Fu mio nonno ad insistere affinché studiassi fino ad ottenere la licenza di 5° elementare. Svolgevo i compiti senza troppo entusiasmo, sovente nella stalla, soprattutto in inverno, per godermi il tepore degli animali.
La raccolta delle erbe
Nella vallata era diffusa l’usanza della raccolta di erbe e piante officinali. Si camminava a lungo, anche l’intera giornata per fare incetta di genzianella, preziosa per la produzione di liquori, ma ricercata anche da erboristi e farmacisti. A quell’epoca non vi erano divieti di raccolta. Le facevamo essiccare e la domenica si vendevano al mercato ai commercianti di erbe. Anche le violette erano molto preziose e di facile vendita per la produzione di profumi. C’era un albero, di cui non ricordo il nome, la cui corteccia era molto utilizzata
per la produzione di tinture. Si staccava la scorza con un coltello e si accumulavano i pezzetti in un sacco, passando di pianta in pianta. I miei genitori mi cedevano i proventi del mio raccolto. Si coglieva tutto ciò che è commestibile, per il consumo familiare o per il mercato.
Con le erbe ci si curava anche, sovente dietro consiglio di chiunque, seppur privo di qualsiasi competenza. Ricordo di aver sofferto parecchio di mal d’orecchi. Qualcuno disse ai miei familiari che per curare l’otite, fosse particolarmente indicato il petrolio delle lanterne. Avevo 5 anni. Me lo instillavano con una piuma: correvo per la casa al fine di evitare quell’operazione, ma mi acciuffavano e procedevano con la ‘cura’. Rimasi completamente sordo da quell’orecchio per circa sei mesi e per tutta la vita mi hanno accompagnato gli acufeni.
Portatori del trono
È tradizione della famiglia Landra essere ‘Portatori del trono’. La cerimonia si svolge fin dal XVII secolo e testimonia la grande devozione dei vernantesi alla Madonna della Valle, celebrata con la festa dell’Assunta. I festeggiamenti si protraggono per l’intero mese di agosto, raggiungendo l’apice la vigilia di Ferragosto, con la processione serale della statua della Madonna portata dal Santuario della Madonnina della Valle alla chiesa parrocchiale, accompagnata da fuochi artificiali e falò, che creano un’atmosfera suggestiva. I festeggiamenti proseguono a Ferragosto quando la statua, sempre in processione, fa ritorno al santuario attraversando il paese.
Il trono della Vergine, esempio di barocco piemontese, è il simbolo della festa. Su di esso, la Madonna in legno, rivestita di un manto d’argento intessuto a mano, pesa oltre 640 kg. Secondo la tradizione, fu portato a spalle da Torino, luogo in cui venne fabbricato, a Vernante in circa 40 giorni di viaggio. I portatori furono i Landra del Vallone Secco. Ancora oggi siamo noi discendenti di questa famiglia a portare a spalle il trono durante le due processioni.
La transumanza
Ogni anno pratico, con i miei figli e nipoti la transumanza a piedi, con una mandria di oltre 200 mucche e una settantina tra pecore e capre, da Borgo San Dalmazzo all’ Alpe Freida, sopra Roaschia. A giugno si sale, a ottobre si scende, in base alle condizioni meteorologiche dell’annata. È un rituale coreografico, ormai raro, a cui sono molto affezionato: ci troviamo tre generazioni di Landra a condividere la passione per la terra e l’allevamento.
Dal 1997, ogni estate, portiamo le bestie all’alpeggio in questa zona. Da qualche anno il Comune di Roaschia ci concede anche il caseificio, dove possiamo produrre formaggi di buona qualità, nostrale e tomini freschi. A settembre riportiamo in pianura le mucche prossime al parto, per sicurezza e più agevole assistenza. I primi anni dopo il trasferimento a Borgo San Dalmazzo, quando ancora avevamo pochi animali, praticavamo la loro migrazione con l’apposito camion, ma con un numero così elevato sarebbe decisamente dispendioso. Al di là di questo aspetto economico, comunque resta il piacere della monticazione e demonticazione a piedi, come avveniva un tempo.
Oggi alleviamo la maggior parte di vacche bianche piemontesi e una decina di pezzate rosse, meno camminatrici, ma più docili e forti produttrici di latte, che usiamo prevalentemente per nutrire i vitelli e per la produzione di formaggi.
Contrariamente a quanto si possa pensare, le mucche sono animali intelligenti, dotate di memoria e sensibilità: ciascuna ha il proprio carattere e indole. Nel branco si riconoscono facilmente le capo mandria: camminano davanti, vengono naturalmente seguite dalle altre, che le lasciano mangiare o bere per prime. Alcune sono perfette per indossare il campanaccio, mentre una parte delle loro simili risulterebbe goffa e inadatta. Nella transumanza i loro suoni armonici e cadenzati creano un’atmosfera festosa ed unica, ma occorre scegliere le bestie a cui farlo indossare. Certune sono di temperamento più nervoso e tendono ad incornarsi reciprocamente; l’indole dell’animale si tramanda di madre in figlio.
L’allevatore le conosce una ad una e per ciascuna scegli un nome; ce ne sono alcuni tradizionali: Gioia, Biunda, Rossa, Bandiera, ecc., altri puramente frutto della fantasia del padrone. Nella mia famiglia ancora ricordiamo Palma, una mucca eccezionale vissuta 17 anni: oltre al portamento elegante, ha partorito quasi ogni anno, dote rarissima.
L’allevamento
Ho profondamente amato e tuttora amo questo lavoro: in passato nelle nostre zone erano molto diffusi l’allevamento e l’agricoltura. Poi, dalla fine degli anni ’60 la maggior parte ha scelto di abbandonare queste attività per il lavoro in fabbrica, più sicuro e meno vincolante. Non mi pento della mia scelta e mai avrei potuto sostituire il contatto con la natura con uno stabilimento meccanico. I miei figli Armando e Luigi hanno seguito il mio esempio, mentre Luciana ha scelto un’altra strada. Oggi tre dei loro figli si sono uniti a noi, mentre gli altri quattro sono ancora impegnati nello studio o in altri settori. Mi fa, ovviamente, piacere veder proseguire ciò che ho iniziato, ma è giusto che ciascuno assecondi le proprie inclinazioni, senza forzature e sono felice nel vederli tutti realizzati in ciò che piace a loro.
L’agricoltura e l’allevamento sono mestieri che richiedono tanta passione: ci si sveglia all’alba e si lavora quasi ininterrottamente dalle 6 alle 20, senza contare le notti in cui occorre assistere i parti, nella nostra azienda 80-90 all’anno. Fino a pochi anni fa praticavamo la mungitura completamente manuale. A differenza di altri lavori, non è possibile staccare per qualche giorno, ma occorre alternarsi sempre, garantendo la cura della stalla. È sufficiente un rapido calcolo per realizzare che, rapportata all’impegno, non è certo un’attività redditizia.
Benessere naturale
Siamo molto attenti al benessere animale, non solo nel rispetto delle leggi, ma consapevoli dell’effetto sulla bestia. Nei mesi freddi i nostri bovini stanno in stalla, in via Candela, ma con l’arrivo della bella stagione è un piacere allevarli all’aria aperta. Qualsiasi esperto nel settore sa riconoscere un animale ‘felice’ e lo riscontra nella produzione di latte. Le mucche abituate a state fuori non patiscono la pioggia, anzi la apprezzano. Abbiamo alcuni tori da monta, che ancora pratichiamo in modo naturale. Anche nel settore agricolo, in mezzo secolo, il mondo è completamente mutato: nell’89 il latte veniva pagato agli allevatori 600 lire al litro, oggi rende 35 centesimi. Un tempo gli attrezzi erano semplici e, per la maggior parte, quasi di produzione propria, utilizzati per lavori manuali. Oggi è tutto automatizzato, dalla mietitura alla falciatura e imballaggio del fieno, con macchinari imponenti e molto costosi. Mi ritengo fortunato per questa vita e per il bel rapporto con la mia grande famiglia, che con tante premure e attenzioni mi fa sentire un vero signore!”.