
Il Municipio di Stroppo, anche sede del Museo della Scuola
Per capire com’era la vita in montagna un secolo fa, non serve una macchina del tempo. Basta entrare nel Museo della Scuola di Stroppo.
Tra quaderni ingialliti, fotografie, cartine geografiche, registri e banchi consumati dal tempo si scopre un mondo in cui i bambini percorrevano chilometri a piedi per andare a lezione, le borgate erano abitate tutto l’anno e il paese contava oltre mille residenti. Una realtà che oggi sembra lontanissima, ma che continua a vivere nella memoria di questa comunità della valle Maira. Eppure, la prima cosa che ho conosciuto di Stroppo non è stata la scuola.
È stata Anna Maria Dao. Qualche anno fa mi sono imbattuta nella sua storia mentre raccoglievo materiale sulla Resistenza nelle vallate cuneesi. Originaria di Elva, era titolare e telegrafista dell’ufficio postale di Stroppo. Una donna moderna e indipendente per il suo tempo, conosciuta da tutti come la “Tota d’la Posta”. Per svolgere quel lavoro aveva lasciato il suo paese e viveva sopra l’ufficio postale. Chi l’ha conosciuta la ricorda come una donna determinata, rispettata e molto stimata. In un’epoca in cui per molte donne il futuro era ancora legato esclusivamente alla famiglia, Anna Maria aveva conquistato un ruolo importante e di responsabilità.
Accanto all’ufficio postale si trovava una piccola osteria, la Buveto. Era uno dei punti di ritrovo del paese. Qui arrivava la corriera, si giocava a carte, si scambiavano notizie e si parlava della vita quotidiana. Per qualche ora quel piccolo angolo di montagna diventava il cuore pulsante di Stroppo.
Poi arrivò la guerra.
Anna Maria comprese fin da subito da che parte stare. Attraverso il suo lavoro di telegrafista aveva accesso a informazioni preziose e iniziò a trasmetterle ai partigiani della valle, aiutando le formazioni che combattevano sulle montagne. Continuò a svolgere quel compito pur sapendo che, prima o poi, qualcuno avrebbe scoperto il suo ruolo. Nell’agosto del 1944 i nazifascisti arrivarono a Stroppo. L’ufficio postale venne perquisito, il suo alloggio devastato e Anna Maria arrestata. Quello stesso giorno venne condotta in località Fornace e uccisa con un colpo alla nuca e gettata nel burrone. Per il suo sacrificio le fu conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare e una lapide ricorda ancora l’accaduto.
Forse è anche per questo che arrivando a Stroppo ho avuto la sensazione di conoscere già un piccolo pezzo di questo paese. Prima ancora delle sue borgate, dei sentieri e delle scuole, avevo conosciuto una delle donne che ne hanno segnato la storia.
Sono arrivata a Stroppo proprio per visitare il Museo della Scuola. Pensavo di trovare una raccolta di oggetti scolastici. Ho scoperto molto di più: la storia di un paese, delle sue borgate e delle persone che hanno costruito la montagna che conosciamo oggi. Ad accompagnarmi nella visita c’erano Roberta Bottero e Antonio Leinardi, il vicesindaco, persone che da anni custodiscono e raccontano la memoria del territorio. È stato proprio ascoltando i loro racconti che ho iniziato a capire quanto la scuola fosse importante in una realtà come questa.

Il vicesindaco Antonio Leinardi e Roberta Bottero

Oggi siamo abituati a pensare a un unico edificio scolastico che raccoglie gli studenti di un’intera zona. A Stroppo era diverso. La popolazione era distribuita in numerose borgate e l’istruzione doveva raggiungere i bambini ovunque vivessero. Per questo motivo nacquero le cosiddette “scuolette di borgata”, piccole scuole sparse sul territorio che permettevano ai bambini di studiare senza affrontare ogni giorno spostamenti impossibili.
Sfogliando il libro dedicato alla storia delle scuole di Stroppo ho scoperto una realtà sorprendente. Quasi ogni borgata aveva una propria scuola oppure si appoggiava a quella più vicina. Contà e Chamin facevano riferimento a San Martino, Lusart e Cucchiales a Morinesio, Centenero e Giordana a Caudano, Arneodi a Paschero. Oggi può sembrare incredibile, ma allora era una necessità. Alcune scuole avevano anche un ruolo particolare all’interno del territorio. A Stroppo, ad esempio, era presente la quinta elementare e questo significava che i ragazzi più grandi arrivavano anche dalle altre borgate per completare il proprio percorso scolastico. Esisteva inoltre un servizio di refezione, un aspetto che oggi può sembrare normale ma che, in una montagna fatta di sentieri, neve e distanze, rappresentava un aiuto importante per molte famiglie.
Leinardi mi ha raccontato con orgoglio che proprio sua nonna lavorava come cuoca nella mensa della scuola. Un piccolo dettaglio che forse racconta meglio di tanti numeri quanto la vita della comunità ruotasse attorno a quelle aule. La scuola non era soltanto un luogo dove si studiava. Era un punto di riferimento per intere famiglie e coinvolgeva il paese nella sua quotidianità.
Del resto anche Stroppo era molto diverso da come appare oggi. Il vicesindaco mi ha raccontato che all’inizio del Novecento il comune superava i mille abitanti. Le borgate erano tutte vive. Ogni casa era abitata, i bambini erano numerosi e la montagna era il luogo dove si nasceva, si lavorava e si costruiva il proprio futuro.
Per secoli Stroppo fu uno dei centri più importanti dell’alta valle Maira e viene ricordato come il capoluogo della Confederazione dei Dodici Comuni. Le sue numerose borgate, distribuite lungo il versante della montagna, formavano una comunità articolata e vitale, collegata da sentieri e mulattiere che rappresentavano le vere vie di comunicazione della valle.
Si viveva principalmente di agricoltura, allevamento e sfruttamento del legname. Ogni famiglia possedeva qualche animale, coltivava piccoli appezzamenti di terreno e sfruttava le risorse che la montagna metteva a disposizione. Le fiere rappresentavano appuntamenti molto importanti. In ogni paese se ne organizzavano almeno due all’anno e diventavano occasioni per vendere bestiame, commerciare, incontrare persone provenienti dalle altre borgate e mantenere vivi rapporti che andavano ben oltre gli aspetti economici.
Ancora oggi nomi come Morinesio, Paschero, Caudano, San Martino o Bassura raccontano la storia di un territorio che per secoli è stato intensamente abitato. Passeggiando tra queste borgate si percepisce ancora il legame con un passato che non è stato dimenticato.
Oggi i residenti stabili sono circa sessanta o settanta. Il paesino è curato, e il Municipio, che ospita il Museo, si appoggia su una piazza che nelle giornate di sole, fa risaltare le vecchie case di pietra che la circondano. Mentre osservavo i banchi del museo pensavo a una cosa detta poco prima. Oggi si parla spesso delle scuole di montagna che chiudono. Un tempo il problema era l’opposto: trovare il modo di portare la scuola il più vicino possibile ai bambini. Ed è qui che emerge la parte più affascinante della storia.

Tra gli oggetti esposti ce n’è uno che mi ha colpito più degli altri. È una vecchia copia del libro Cuore di Edmondo De Amicis. Sulla prima pagina una maestra scrisse una dedica a uno dei suoi alunni: “All’alunno intrepido, che sfida le nevi per venire a scuola, l’augurio fervido di una vita buona e felice”. La firma è quella della maestra Vittorina Gagè e la data è ottobre 1925. Il luogo è Chiappera. Mi sono fermata a leggere quelle parole più volte. Perché raccontano perfettamente cosa significasse andare a scuola in montagna cento anni fa.
Non era raro che i bambini percorressero lunghi tratti a piedi. Alcuni arrivavano da borgate lontane, affrontando freddo, neve e sentieri che oggi percorreremmo soltanto per una passeggiata. Eppure la scuola era considerata importante. Era una possibilità, un’opportunità che molte famiglie difendevano nonostante le difficoltà.
Anche i quaderni conservati nel museo raccontano molto. Sfogliandoli si scoprono calligrafie ordinate, temi ben costruiti e una fantasia che sorprende. Leggendoli si ha quasi la sensazione di incontrare quei bambini e di ascoltare le loro voci attraverso le pagine. E stupisce vedere le materie particolari che oggi farebbero sorridere come: lavori donneschi e manuali o igiene e cura della persona o bella calligrafia.
Ma la scuola di montagna non era fatta soltanto di alunni. Era fatta anche di maestri. Molti arrivavano da fuori valle e vivevano direttamente nelle borgate. Entravano a far parte della comunità e spesso diventavano figure di riferimento che andavano ben oltre il semplice insegnamento.
Nel libro viene raccontato un episodio che sembra appartenere a un’altra epoca. Una maestra che viveva stabilmente in una borgata venne avvicinata da un’anziana che aveva bisogno di fare alcune iniezioni. La maestra spiegò di non averlo mai fatto e di non sentirsi in grado. L’anziana però insistette e le disse che avrebbe imparato. Così quella donna, oltre a insegnare ai bambini, finì per aiutare anche gli abitanti del paese.Oggi fa sorridere, ma racconta perfettamente quanto fossero stretti i legami nelle comunità montane. La scuola era molto più di un luogo dove studiare. Era un punto di riferimento. Un luogo di incontro. Un presidio sociale.
Mentre ascoltavo questi racconti mi rendevo conto che il museo non conserva soltanto oggetti. Conserva anche memorie familiari. Ogni banco, ogni quaderno e ogni fotografia sembrano avere ancora un legame diretto con qualcuno che vive qui oggi. E in parte la scuola continua a essere importante ancora oggi. Durante la visita ho scoperto infatti che Stroppo mantiene un forte legame con il mondo dell’istruzione grazie alla presenza del Convitto Alpino, una realtà che continua ad attirare ragazzi e famiglie anche da fuori valle. Una dimostrazione concreta di come il rapporto tra questo territorio e la scuola non si sia mai realmente interrotto. Oggi alcuni alunni arrivano da Dronero per frequentare questa scuola che conta sempre molti iscritti. C’è un servizio di navetta che rende tutto questo possibile anche per le famiglie più lontane.
Prima di lasciare Stroppo ho chiesto ad Antonio cosa significhi amministrare un Comune così piccolo. La sua risposta mi è rimasta impressa.
“Spesso nessuno vuole farlo. Ma se tieni al tuo paese, a un certo punto diventa un dovere”.
Poi ha sorriso e ha aggiunto che in un Comune di montagna si finisce inevitabilmente per fare un po’ di tutto. Non esistono compartimenti stagni o ruoli troppo rigidi. Si cerca semplicemente di risolvere i problemi, mantenere vivi i servizi e fare in modo che il paese continui ad avere un futuro. Lui è nato a Stroppo, ma poi si è trasferito a Torino. Quando è arrivato il momento, però, è tornato sulle sue montagne da cui non si era mai separato. Oggi alleva bestiame e vive nel suo paese di origine stabilmente.
Ripensandoci, forse è proprio questo il filo che unisce tutte le storie incontrate a Stroppo. Le maestre che vivevano nelle borgate, la nonna che preparava i pasti per gli studenti, Anna Maria Dao che perse la vita per aiutare la Resistenza, i volontari che hanno raccolto il materiale del museo e chi oggi si impegna nell’amministrazione del paese. Persone diverse, in epoche diverse, accomunate dalla stessa idea: fare ciò che serve perché una comunità continui a vivere.
Il Museo della Scuola conserva banchi, fotografie, quaderni e ricordi. Ma ciò che racconta davvero è qualcosa di molto più grande.
Racconta una comunità.
Racconta una montagna che non era fatta soltanto di fatica, ma anche di relazioni, solidarietà, coraggio e desiderio di costruire un futuro migliore.
E forse è proprio questa la lezione più bella che Stroppo continua a insegnare.