editoriale

Meloni-Trump, una vicinanza fondata su arroganze ed errori

28 giugno 2026

Cuneo

Giorgia Meloni (foto sito ufficiale www.giorgiameloni.it) Giorgia Meloni (foto sito ufficiale www.giorgiameloni.it) Tv e giornali ci hanno abituati a misurare lo stato di salute dei rapporti tra nazioni dai sorrisi e dalle pacche sulle spalle nelle foto di gruppo dei leader mondiali. Quando un presidente statunitense e un primo ministro italiano mostrano sintonia, si parla di “asse di ferro”; se le posizioni divergono, fino agli insulti come nei giorni scorsi Trump a Giorgia Meloni, si parla di “rottura”. Ma questa è narrazione mediatica. Nella realtà, l’alleanza tra USA e Italia è ben più solida delle affinità personali tra i rispettivi leader. I pilastri di un’alleanza storica subiscono modifiche maresistono ai cambi di governo e agli umori dei leader. Gli esperti di geopolitica individuano tre di questi pilastri. Il primo è la sicurezza euroatlantica. L’Italia è la portaerei naturale della NATO nel Mediterraneo, protesa verso Nord Africa e Medio Oriente. Le basi nel nostro Paese sono infrastrutture militari di cui l’America non può e non vuole fare a meno. Il secondo pilastro è economico-finanziario. Per il made in Italy, gli USA sono il principale mercato di sbocco fuori dalla UE. L’Italia non può e non vuole fare a meno del mercato americano. Il terzo pilastro è la diplomazia dello “Stato profondo” (il cosiddetto “deep state”): l’insieme di apparati burocratici, ambasciatori, consiglieri, che tessono la tela degli accordi e della cooperazione. Una rete a garantire che, anche di fronte a leader imprevedibili o frizioni politiche, la rotta di fondo non cambi direzione. Come leggere allora lo scontro durissimo fra Trump e Meloni? Al di là della salute mentale del presidente USA, è anche l’esito di grossolani errori politici sia di Trump che di Meloni e segnale di un cambio del clima politico. Trump ha trattato l’Italia come un paese vassallo, imponendole la sua cultura politica: nazionalismo feroce, deportazione degli immigrati, disconoscimento delle organizzazioni multilaterali, liberismo senza regole. Ma questa strategia, pur disorientando le democrazie occidentali, non è riuscita a conquistarle. Anzi: ha generato un forte e crescente rigetto. L’idea di impiantare in Italia quella cultura si è scontrata con una contraddizione logica: il nazionalismo americano impersonato da Trump e quello italiano impersonato dalle destre nostrane sono risultati conflittuali. Quando l’America adotta un protezionismo estremo, colpisce l’export italiano. Nessun governo, nemmeno Meloni, per quanto simpatizzante e succube di Trump, può permettersi di distruggere il proprio tessuto industriale per fedeltà ideologica. Sulle questioni più radicali, come la “remigrazione forzata” o il disconoscimento dei trattati, Italia e Europa sono ancorate a vincoli costituzionali, trattati sui diritti e convenzioni internazionali che le magistrature e le diplomazie applicano coerentemente, tenendo testa anche ai governi che le vorrebbero abolire. Meloni ha confuso la condivisione di una ideologia comune con la garanzia di una amicizia speciale. Credendo che l’agenda di Trump potesse convivere con l’interesse nazionale italiano. Ma si è accorta a sue (e nostre) spese che difendere l’interesse nazionale significa dire di no alle pretese americane sui dazi come sull’uso delle basi militari per bombardare l’Iran. L’abbraccio con il sovranismo americano rischiava di soffocare l’economia e la credibilità internazionale dell’Italia. Meloni ha dovuto ammettere che l’Italia si difende solo ancorandosi ai trattati e all’unità del blocco europeo. La sua strategia di capitalizzare la vicinanza ideologica con Trump per presentarsi a Bruxelles come “ponte” per ottenere concessioni economiche e maggiore centralità politica nell’UE è fallita. Resta da capire se peserà anche sul suo consenso interno. Mostrarsi al fianco del leader della destra globale doveva servire a blindare l’elettorato conservatore e depotenziare la concorrenza interna della Lega di Salvini e ora anche di Vannacci. L’impopolarità di Trump nell’opinione pubblica italiana e anche negli USA, esacerbata dalle posizioni incendiarie sulla guerra in Iran e in Palestina e dagli attacchi al Papa, rischia ora di trasformare la vicinanza al tycoon in un boomerang elettorale. A meno che quegli attacchi personali siano indichino un cambio di strategia volta a scaricare Meloni in favore di altri futuri leader politici più amici, più docili e disponibili.
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