editoriale

Per dare stabilità non basta una nuova legge elettorale

21 giugno 2026

Cuneo

camera dei deputati Mentre le altre democrazie occidentali mantengono nei decenni lo stesso sistema di voto (maggioritario puro nel Regno Unito, doppio turno in Francia, proporzionale a piccole circoscrizioni in Spagna), l’Italia continua a modificarlo quasi ad ogni legislatura. L’ennesima riforma che - manco a dirlo - promette di risolvere l’instabilità facendo emergere un “vincitore certo”, è in discussione alla Commissione affari costituzionali. Per Meloni e la sua maggioranza cambiare il sistema di voto è diventata un’urgenza da approvare entro l’estate. Pensando forse ad un anticipo del voto a primavera anziché a settembre 2027. In 80 anni l’Italia ha sperimentato molti sistemi elettorali. Il proporzionale puro dal 1948 al 1993, con i seggi assegnati in proporzione ai voti e alle preferenze. Un metodo che garantiva la più vasta rappresentanza ma non la stabilità: in 45 anni si sono susseguiti 47 governi. Dal 1993 al 2005 si è passati al Mattarellum, dal nome dell’attuale capo dello Stato, che assegnava il 75% dei seggi con il maggioritario in collegi uninominali e il 25% con il proporzionale. Vinse due volte la destra e una volta la sinistra. Ma non andava bene ai partiti perché in collegi piccoli (centomila elettori) i cittadini potevano avere un rapporto diretto con l’eletto e le segreterie di partito avrebbero contato meno. È l’epoca del bipolarismo, con i partiti più piccoli diventati l’ago della bilancia, capaci di abbattere i governi (La Lega Nord nel ‘94 - governo Berlusconi, Rifondazione Comunista nel ‘98 - governo Prodi). Dal 2005 al 2013 si va di Porcellum: un proporzionale con liste bloccate, candidati scelti dalle segreterie e abolizione della preferenza. Chi vince ottiene un premio di maggioranza che gli assicura il 55% dei seggi. Una “porcata” per il suo stesso inventore, il leghista Calderoli. Dal 2017 si passa al Rosatellum: il 37% dei seggi viene assegnato in collegi uninominali maggioritari e il 63% con un proporzionale a listini bloccati. È con questo sistema che Giorgia Meloni e la sua coalizione  nel 2022 hanno stravinto sia alla Camera che al Senato formando il governo durato fino ad oggi. Ma ora il Rosatellum alla Meloni non piace più. La motivazione addotta è garantire un vincitore sicuro evitando il “pareggio” (in una Camera vince una coalizione, nella seconda vince l’altra). La motivazione non detta ma evidente è meno nobile: evitare il rischio di perdere nel 2027, dopo la brutta esperienza del referendum e le spaccature nella coalizione per l’effetto Vannacci, la caduta libera di Salvini, i risultati non proprio esaltanti di quattro anni di governo. Cambiare quindi il sistema di voto per renderlo più favorevole e rivincere le prossime elezioni. Il risultato dipenderà solo dal voto degli italiani, ma qualche aggiustamento “tecnico” può aiutare. E di aggiustamenti la nuova proposta ne contiene più d’uno. Un premio di maggioranza “drogato” (70 seggi bloccati alla Camera, 35 al Senato) che assegna il 60% dei seggi ai vincitori anche se minoranza nel Paese (La maggioranza attuale  è stata votata dal 26,7% degli aventi diritto al voto); la conferma delle liste bloccate e delle pluricandidature fino a 5 collegi; l’indicazione preventiva del candidato premier della coalizione: una scelta che evoca voglia di plebiscito per un “capo”, in barba all’articolo 92 della Costituzione che riserva indicazione del premier al Presidente della Repubblica. Vedremo presto se saranno apportate migliorie alla legge e se sarà approvata “a forza” con il voto della sola maggioranza. Comunque vada non sarà una legge elettorale da sola, a dare stabilità. Questa è frutto di un rapporto più diretto tra elettori ed eletti (impensabile se non si introdurranno le preferenze), di coalizioni più omogenee, con posizioni chiare e condivise sui temi più importanti, come la politica estera che vede oggi entrambe le coalizioni profondamente divise al loro interno, di una comune affezione al bene del Paese, di un rispetto per le istituzioni che non sono un trofeo per chi prende più voti ma il luogo della democrazia e della convivenza di tutte le diversità. Una coscienza che leader e forze politiche oggi dominanti non sembrano possedere.
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