Non è una novità, è come un basso continuo che accompagna le nostre settimane, le nostre notizie, e che solo di tanto in tanto ci tocca perché colpisce qualcuno che conosciamo, o perché geograficamente capita sulle nostre strade, o perché è più grave del solito. Nello scorso fine settimana sono stati i tre minorenni annegati a Senago, ma in Italia ogni anno muoiono sulla strada circa tremila persone, e la media italiana è solo appena superiore a quella europea, a dire che la nostra non è neppure una situazione palesemente straordinaria. La tragedia di Senago è significativa perché raccoglie una buona parte degli elementi che ci possono scandalizzare: in nove su un’utilitaria che poteva portarne cinque, il guidatore neopatentato con un tasso alcolemico che sarebbe stato il triplo del consentito per un guidatore esperto, dopo una nottata di festa (che non dovrebbe incidere, ma nel nostro sentire conta: se l’incidente accade a chi sta andando a lavorare, ci sembra più grave). I commenti di molti sono andati sulla leggerezza con cui i giovani si sentono invincibili e ritengono che divertirsi sia più importante di qualunque attenzione.
Se però ci pensiamo, è un approccio che ritroviamo in tutte le età, magari con proporzioni diverse. Non sono solo i giovani ad affrontare con leggerezza i pericoli sulla strada (spesso anche i deceduti avevano responsabilità gravi negli incidenti), i rischi sul lavoro (“va bene, servirebbero le protezioni, ma ho sempre fatto così, non mi è mai successo niente”), in vacanza (escursioni in montagna senza guardare il meteo o senza attrezzatura adatta, leggerezza nell’affrontare il mare o persino le piscine...), negli stili di vita (sostanze, incontri sessuali, tempi di sonno...). L’argomentazione che si sente spesso, in questi casi, è “La vita è una sola, bisogna viverla fino in fondo”.
Quest’ultima considerazione potrebbe aprire ad altre riflessioni che tralasciamo, perché che cosa significhi vivere la vita “fino in fondo” può essere descritto in tanti modi diversi. Ma la considerazione che la vita sia una sola è precisa. I primi capitoli del libro della Genesi ci possono aiutare ad approfondirla.
Sappiamo che il racconto su Abramo inizia al dodicesimo capitolo della Genesi. Da un punto di vista narrativo ciò significa che un discorso propriamente religioso, riservato soltanto al popolo ebraico (che è il destinatario religioso più scontato per il Primo Testamento), può essere impostato soltanto da lì in poi. Ciò che è narrato prima non tocca solo i credenti, ma tutta l’umanità. È una sorta di riflessione antropologica generale.
Ebbene, tale riflessione parte dalla creazione. Quando gli archeologi moderni hanno scoperto le biblioteche mesopotamiche, comprensive di racconti che sembravano tanto simili alla creazione biblica, hanno iniziato a chiedersi chi avesse copiato chi. Il sottinteso era che i reperti mesopotamici sembravano tanto più antichi dei testi biblici (in effetti lo sono) e la deduzione era che la Bibbia li avesse copiati e non fosse quindi affidabile. In realtà, soprattutto il primo capitolo della Genesi chiaramente conosce e anzi reagisce polemicamente ad alcuni miti mesopotamici, per i quali l’essere umano era frutto delle manipolazioni di alcuni dèi inferiori, stufi di dover coltivare la terra per nutrire i loro superiori. Insomma, gli uomini sarebbero gli schiavetti dei padroni di secondo piano, e il loro scopo era di lavorare, altrimenti si sarebbe stati inutili. In racconti collegati venivano presentati gli dèi superiori che si lamentavano di un riposo disturbato dal chiasso della terra, al che mandavano giù una volta un diluvio, un’altra un’epidemia o una carestia, per fare abbassare il volume.
Il Dio biblico è diverso: agisce solo lui, lascia come comandamento di “crescere e moltiplicarsi” (ama la vita), di tanto in tanto si ferma, contempla e apprezza («È cosa buona»; per l’uomo «molto buona») e, appunto, crea. Questo significa che la vita, compresa quella umana, non arriva per caso, con secondi fini, ma come dono, e ha lo scopo di essere vissuta, di crescere e moltiplicarsi, che non vuol dire solo fare figli, ma viverla in sempre crescente intensità, profondità. Una vita autentica, vissuta bene (che cosa significhi questo “bene”, appunto, potrebbe richiedere di essere ancora indagato, ma oggi non facciamo in tempo).
La caratteristica di fondo della vita di tutti, quindi, è di essere qualcosa di buono in sé, di promettente perché destinata a crescere, e che ci troviamo tra mano senza essercela meritata o averla chiesta. Ha, cioè, la caratteristica di fondo del dono. E chi è beneficiato da un dono, anche se non sapesse di chi («Stamattina ho trovato al mio posto un cioccolatino, senza dedica, chissà chi me lo ha lasciato?»), è chiamato a porsi in un atteggiamento di riconoscenza. Non di debito, non devo nulla a chi decide di regalarmi qualcosa. Ma di riconoscenza sì. Un dono ha un valore che non è semplicemente il suo prezzo commerciale. Un dono mi lega al donatore, anche se non lo conoscessi, mi chiede di essere tutelato, custodito. Usato, certo, ma non sprecato. Di qualcosa che io mi sia costruito, che abbia comprato, posso anche decretare la fine, sprecarlo o buttarlo via. Di un regalo no.
Tutti noi ci troviamo a vivere dentro un regalo che qualcuno ci ha fatto, che è faticoso e a tratti duro ma sempre promettente. E che ci chiede di essere accolto e custodito, come il dono prezioso di un amante sconosciuto.
editoriale
Non è una novità, è come un basso continuo che accompagna le nostre settimane, le nostre notizie, e che solo di tanto in tanto ci tocca perché colpisce qualcuno che conosciamo, o perché geograficamente capita sulle nostre strade, o perché è più grave del solito. Nello scorso fine settimana sono stati i tre minorenni annegati a Senago, ma in Italia ogni anno muoiono sulla strada circa tremila persone, e la media italiana è solo appena superiore a quella europea, a dire che la nostra non è neppure una situazione palesemente straordinaria. La tragedia di Senago è significativa perché raccoglie una buona parte degli elementi che ci possono scandalizzare: in nove su un’utilitaria che poteva portarne cinque, il guidatore neopatentato con un tasso alcolemico che sarebbe stato il triplo del consentito per un guidatore esperto, dopo una nottata di festa (che non dovrebbe incidere, ma nel nostro sentire conta: se l’incidente accade a chi sta andando a lavorare, ci sembra più grave). I commenti di molti sono andati sulla leggerezza con cui i giovani si sentono invincibili e ritengono che divertirsi sia più importante di qualunque attenzione.
Se però ci pensiamo, è un approccio che ritroviamo in tutte le età, magari con proporzioni diverse. Non sono solo i giovani ad affrontare con leggerezza i pericoli sulla strada (spesso anche i deceduti avevano responsabilità gravi negli incidenti), i rischi sul lavoro (“va bene, servirebbero le protezioni, ma ho sempre fatto così, non mi è mai successo niente”), in vacanza (escursioni in montagna senza guardare il meteo o senza attrezzatura adatta, leggerezza nell’affrontare il mare o persino le piscine...), negli stili di vita (sostanze, incontri sessuali, tempi di sonno...). L’argomentazione che si sente spesso, in questi casi, è “La vita è una sola, bisogna viverla fino in fondo”.
Quest’ultima considerazione potrebbe aprire ad altre riflessioni che tralasciamo, perché che cosa significhi vivere la vita “fino in fondo” può essere descritto in tanti modi diversi. Ma la considerazione che la vita sia una sola è precisa. I primi capitoli del libro della Genesi ci possono aiutare ad approfondirla.
Sappiamo che il racconto su Abramo inizia al dodicesimo capitolo della Genesi. Da un punto di vista narrativo ciò significa che un discorso propriamente religioso, riservato soltanto al popolo ebraico (che è il destinatario religioso più scontato per il Primo Testamento), può essere impostato soltanto da lì in poi. Ciò che è narrato prima non tocca solo i credenti, ma tutta l’umanità. È una sorta di riflessione antropologica generale.
Ebbene, tale riflessione parte dalla creazione. Quando gli archeologi moderni hanno scoperto le biblioteche mesopotamiche, comprensive di racconti che sembravano tanto simili alla creazione biblica, hanno iniziato a chiedersi chi avesse copiato chi. Il sottinteso era che i reperti mesopotamici sembravano tanto più antichi dei testi biblici (in effetti lo sono) e la deduzione era che la Bibbia li avesse copiati e non fosse quindi affidabile. In realtà, soprattutto il primo capitolo della Genesi chiaramente conosce e anzi reagisce polemicamente ad alcuni miti mesopotamici, per i quali l’essere umano era frutto delle manipolazioni di alcuni dèi inferiori, stufi di dover coltivare la terra per nutrire i loro superiori. Insomma, gli uomini sarebbero gli schiavetti dei padroni di secondo piano, e il loro scopo era di lavorare, altrimenti si sarebbe stati inutili. In racconti collegati venivano presentati gli dèi superiori che si lamentavano di un riposo disturbato dal chiasso della terra, al che mandavano giù una volta un diluvio, un’altra un’epidemia o una carestia, per fare abbassare il volume.
Il Dio biblico è diverso: agisce solo lui, lascia come comandamento di “crescere e moltiplicarsi” (ama la vita), di tanto in tanto si ferma, contempla e apprezza («È cosa buona»; per l’uomo «molto buona») e, appunto, crea. Questo significa che la vita, compresa quella umana, non arriva per caso, con secondi fini, ma come dono, e ha lo scopo di essere vissuta, di crescere e moltiplicarsi, che non vuol dire solo fare figli, ma viverla in sempre crescente intensità, profondità. Una vita autentica, vissuta bene (che cosa significhi questo “bene”, appunto, potrebbe richiedere di essere ancora indagato, ma oggi non facciamo in tempo).
La caratteristica di fondo della vita di tutti, quindi, è di essere qualcosa di buono in sé, di promettente perché destinata a crescere, e che ci troviamo tra mano senza essercela meritata o averla chiesta. Ha, cioè, la caratteristica di fondo del dono. E chi è beneficiato da un dono, anche se non sapesse di chi («Stamattina ho trovato al mio posto un cioccolatino, senza dedica, chissà chi me lo ha lasciato?»), è chiamato a porsi in un atteggiamento di riconoscenza. Non di debito, non devo nulla a chi decide di regalarmi qualcosa. Ma di riconoscenza sì. Un dono ha un valore che non è semplicemente il suo prezzo commerciale. Un dono mi lega al donatore, anche se non lo conoscessi, mi chiede di essere tutelato, custodito. Usato, certo, ma non sprecato. Di qualcosa che io mi sia costruito, che abbia comprato, posso anche decretare la fine, sprecarlo o buttarlo via. Di un regalo no.
Tutti noi ci troviamo a vivere dentro un regalo che qualcuno ci ha fatto, che è faticoso e a tratti duro ma sempre promettente. E che ci chiede di essere accolto e custodito, come il dono prezioso di un amante sconosciuto.
La vita è un dono che chiede di essere tutelato e non sprecato
28 giugno 2026
Cuneo
Non è una novità, è come un basso continuo che accompagna le nostre settimane, le nostre notizie, e che solo di tanto in tanto ci tocca perché colpisce qualcuno che conosciamo, o perché geograficamente capita sulle nostre strade, o perché è più grave del solito. Nello scorso fine settimana sono stati i tre minorenni annegati a Senago, ma in Italia ogni anno muoiono sulla strada circa tremila persone, e la media italiana è solo appena superiore a quella europea, a dire che la nostra non è neppure una situazione palesemente straordinaria. La tragedia di Senago è significativa perché raccoglie una buona parte degli elementi che ci possono scandalizzare: in nove su un’utilitaria che poteva portarne cinque, il guidatore neopatentato con un tasso alcolemico che sarebbe stato il triplo del consentito per un guidatore esperto, dopo una nottata di festa (che non dovrebbe incidere, ma nel nostro sentire conta: se l’incidente accade a chi sta andando a lavorare, ci sembra più grave). I commenti di molti sono andati sulla leggerezza con cui i giovani si sentono invincibili e ritengono che divertirsi sia più importante di qualunque attenzione.
Se però ci pensiamo, è un approccio che ritroviamo in tutte le età, magari con proporzioni diverse. Non sono solo i giovani ad affrontare con leggerezza i pericoli sulla strada (spesso anche i deceduti avevano responsabilità gravi negli incidenti), i rischi sul lavoro (“va bene, servirebbero le protezioni, ma ho sempre fatto così, non mi è mai successo niente”), in vacanza (escursioni in montagna senza guardare il meteo o senza attrezzatura adatta, leggerezza nell’affrontare il mare o persino le piscine...), negli stili di vita (sostanze, incontri sessuali, tempi di sonno...). L’argomentazione che si sente spesso, in questi casi, è “La vita è una sola, bisogna viverla fino in fondo”.
Quest’ultima considerazione potrebbe aprire ad altre riflessioni che tralasciamo, perché che cosa significhi vivere la vita “fino in fondo” può essere descritto in tanti modi diversi. Ma la considerazione che la vita sia una sola è precisa. I primi capitoli del libro della Genesi ci possono aiutare ad approfondirla.
Sappiamo che il racconto su Abramo inizia al dodicesimo capitolo della Genesi. Da un punto di vista narrativo ciò significa che un discorso propriamente religioso, riservato soltanto al popolo ebraico (che è il destinatario religioso più scontato per il Primo Testamento), può essere impostato soltanto da lì in poi. Ciò che è narrato prima non tocca solo i credenti, ma tutta l’umanità. È una sorta di riflessione antropologica generale.
Ebbene, tale riflessione parte dalla creazione. Quando gli archeologi moderni hanno scoperto le biblioteche mesopotamiche, comprensive di racconti che sembravano tanto simili alla creazione biblica, hanno iniziato a chiedersi chi avesse copiato chi. Il sottinteso era che i reperti mesopotamici sembravano tanto più antichi dei testi biblici (in effetti lo sono) e la deduzione era che la Bibbia li avesse copiati e non fosse quindi affidabile. In realtà, soprattutto il primo capitolo della Genesi chiaramente conosce e anzi reagisce polemicamente ad alcuni miti mesopotamici, per i quali l’essere umano era frutto delle manipolazioni di alcuni dèi inferiori, stufi di dover coltivare la terra per nutrire i loro superiori. Insomma, gli uomini sarebbero gli schiavetti dei padroni di secondo piano, e il loro scopo era di lavorare, altrimenti si sarebbe stati inutili. In racconti collegati venivano presentati gli dèi superiori che si lamentavano di un riposo disturbato dal chiasso della terra, al che mandavano giù una volta un diluvio, un’altra un’epidemia o una carestia, per fare abbassare il volume.
Il Dio biblico è diverso: agisce solo lui, lascia come comandamento di “crescere e moltiplicarsi” (ama la vita), di tanto in tanto si ferma, contempla e apprezza («È cosa buona»; per l’uomo «molto buona») e, appunto, crea. Questo significa che la vita, compresa quella umana, non arriva per caso, con secondi fini, ma come dono, e ha lo scopo di essere vissuta, di crescere e moltiplicarsi, che non vuol dire solo fare figli, ma viverla in sempre crescente intensità, profondità. Una vita autentica, vissuta bene (che cosa significhi questo “bene”, appunto, potrebbe richiedere di essere ancora indagato, ma oggi non facciamo in tempo).
La caratteristica di fondo della vita di tutti, quindi, è di essere qualcosa di buono in sé, di promettente perché destinata a crescere, e che ci troviamo tra mano senza essercela meritata o averla chiesta. Ha, cioè, la caratteristica di fondo del dono. E chi è beneficiato da un dono, anche se non sapesse di chi («Stamattina ho trovato al mio posto un cioccolatino, senza dedica, chissà chi me lo ha lasciato?»), è chiamato a porsi in un atteggiamento di riconoscenza. Non di debito, non devo nulla a chi decide di regalarmi qualcosa. Ma di riconoscenza sì. Un dono ha un valore che non è semplicemente il suo prezzo commerciale. Un dono mi lega al donatore, anche se non lo conoscessi, mi chiede di essere tutelato, custodito. Usato, certo, ma non sprecato. Di qualcosa che io mi sia costruito, che abbia comprato, posso anche decretare la fine, sprecarlo o buttarlo via. Di un regalo no.
Tutti noi ci troviamo a vivere dentro un regalo che qualcuno ci ha fatto, che è faticoso e a tratti duro ma sempre promettente. E che ci chiede di essere accolto e custodito, come il dono prezioso di un amante sconosciuto.