editoriale

La vita come dono e il faticoso limite di entrare nelle situazioni concrete

30 novembre 2025

Cuneo

Le gemelle Kessler a Cuneo nel 1969, in occasione del Cantagiro (foto Archivio Bedino) Le gemelle Kessler a Cuneo nel 1969, in occasione del Cantagiro (foto Archivio Bedino) Ha fatto parlare, anche già sulla “Guida”, la morte delle sorelle Kessler, a quasi novant’anni, mediante suicidio assistito. Provo ad aggiungere anche alcune considerazioni mie non tanto sul caso in questione quanto sul rapporto con la vita e la sua fine, soprattutto a partire da ciò che ci può venire dalla Bibbia ma senza alcuna pretesa di essere una voce autorevole o superiore ad altre. Che la vita sia un dono da amministrare con riconoscenza è un dato, se vogliamo, già esistenziale. È qualcosa di bello e di buono, promettente e attraente, che non solo non ci siamo guadagnati, ma che non abbiamo neppure chiesto. Ha insomma le caratteristiche di un dono. E il dono, in sé, spinge al ringraziamento anche quando non sappiamo chi ce lo abbia donato. Anzi, attribuisce all’oggetto donato un valore che non può mai essere semplicemente commerciale. Se fatichiamo a comprarci da mangiare e troviamo di fronte alla porta di casa nostra un piatto di arrosto già preparato, anche senza sapere chi ringraziare, lo ringraziamo lo stesso. E una biro regalataci da chi amiamo non può essere rivenduta anche ad un prezzo più alto di quello commerciale, perché il suo valore non è monetizzabile... È quello che il primo capitolo della Genesi intende dire quando sostiene che all’origine della nostra vita c’è Dio, che dona la vita a tutto il creato e quando si ferma a contemplarla la vede buona, salvo poi cogliere come “molto buona” la vita umana. Quello stesso Dio che, alla fine del capitolo, riserva in cibo a tutti gli esseri della terra ogni erba verde, perché nel sogno divino non si uccide neppure per mangiare. E, a differenza degli dèi mesopotamici, di cui i miti raccontavano che erano disturbati dal “chiasso dei viventi”, il Dio biblico offre a tutta la sua creazione il comandamento: «Crescete e moltiplicatevi». Questo stesso rispetto della vita umana tutta, indipendentemente dalla sua bontà, ritorna dopo l’omicidio perpetrato da Caino: «Impose a Caino un segno perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (Gen 4,15). Questo rispetto della vita, soprattutto umana, non si manterrà però così puro per tutta la Bibbia. Dopo il diluvio si dice che Dio conceda di cibarsi anche di carne, fatta salva l’intoccabilità della vita umana, per la quale Dio sostiene che chiamerà in giudizio anche gli animali (Gen 9,5-6). Ma troviamo poi tante storie di guerre e di morti, compresi eroi che fanno della propria vita un dono per Dio e per il popolo. Proprio la vita donata per Dio può attirare la nostra attenzione. Se infatti il mondo del Primo Testamento ritiene che la morte sia qualcosa di definitivo, tanto che si può “ricattare” Dio chiedendogli di salvarci perché altrimenti avrebbe un fedele in meno che canta le sue lodi (Sal 6,5-6), già prima di Gesù troviamo esaltati dei martiri che preferiscono sacrificare la propria vita piuttosto che tradire la propria fede, come nei libri dei Maccabei. Così pure nella chiesa Stefano, Giacomo, lo stesso Gesù non esitano a morire per testimoniare una dedizione a Dio piena e disinteressata. Proprio il caso di Gesù è interessante, perché in più di un’occasione, durante il ministero, mostra di sfuggire i rischi, mettendosi in salvo. A un certo punto, però, accetta il rischio di morire in croce. E arriva a questa decisione al termine di una drammatica preghiera notturna nell’Orto degli Ulivi, perché decide di restare a Gerusalemme, sapendo il pericolo che corre, ma la decisione non è per niente banale. A questa rapidissima rassegna potremmo aggiungere, quasi come una battuta, che Dio stesso, quando scaccia dal paradiso terrestre Adamo ed Eva, fornisce loro degli abiti di pelle, «perché erano nudi e ne avevano vergogna». Vale a dire che il primo a violare il comandamento divino di non uccidere è Dio stesso, per venire incontro all’imbarazzo degli esseri umani. Quanto rapidamente ripreso ci conferma che la vita è un dono prezioso che viene da Dio, con il valore anche di relazione e di riconoscenza che ne fa qualcosa di unico, tanto più che l’essere umano non può deporla e poi riprendersela... Nello stesso tempo, però, ci possono essere situazioni che possono portare a subordinarla ad altro: non solo la relazione con Dio e la testimonianza della fede, ma anche il desiderio di salvaguardare delle relazioni profonde (come nel caso di Adamo ed Eva). Addirittura, come ci insegna esplicitamente il caso di Gesù, la stessa persona può compiere in tempi diverse della propria vita scelte diverse, perché cambiano le situazioni nelle quali si trova. Ancora una volta, ci volgiamo alla Bibbia con il probabile desiderio di avere delle indicazioni nette, chiare e definitive, che ci metterebbero in pace e sicuramente dalla parte dei giusti; dobbiamo invece accettare il faticoso limite di dover entrare nelle situazioni, provare a cogliere che senso si dà alla sfida in quella vita e in quello specifico momento. Come nella “Amoris Laetitia” scriveva Papa Francesco parlando di un altro tema, si tratta di affiancarsi alle persone cercando di fare discernimento, cioè innanzi tutto di ascoltarle, di capire che cosa si muova in un gesto, non di giudicarle. Si tratta di cogliere che trattare con superficialità la vita a vent’anni è diverso dalla scelta di rimetterla nelle mani divine a novanta; si tratta di entrare nelle vicende umane non per stroncarle, ma per provare a capirle; si tratta di assomigliare sempre più a Dio non nel rispetto formale di una norma, ma nel tentativo di comprendere e amare l’umanità che abbiamo davanti.
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