editoriale

Tassi di interesse e politiche di sviluppo contro inflazione e disoccupazione

20 giugno 2026

Cuneo

Banca Centrale Europea Gli organi di stampa hanno riportato con enfasi la decisione della Banca Centrale Europea di alzare i tassi di interesse per prevenire eventuali spirali inflazionistiche dovute al perdurare dei conflitti in corso e alle politiche statunitensi sui dazi. L’effetto dell’aumento del costo del denaro sarà quello di rendere più onerosi i prestiti di famiglie e imprese, dunque meno liquidità in circolazione e, quindi, nelle intenzioni della BCE, meno inflazione. Ovviamente, anche se non viene detto in modo esplicito, si trattadi previsioni e tentativi, come tali connotati da significativi margini di incertezza. Quale sia la vera natura dell’inflazione, quali ne siano le cause e quale sia il ruolo stesso della moneta nei sistemi economici sono, infatti, temi di discussione tutt’altro che univocamente interpretati dagli stessi banchieri centrali. Solo per rimanere ai rincari dei prezzi delle fonti energetiche si potrebbe osservare, infatti, che combattere con misure monetarie (l’aumento dei tassi di interesse) le temute spirali inflazionistiche di origini non monetarie (le guerre in corso) rappresenta un azzardo logico - economico non di poco conto. Osservando il problema da un altro punto di vista, infatti, si potrebbe dire che per contenere i prezzi delle fonti energetiche sarebbe necessario ampliare l’offerta di energia, magari puntando su fonti alternative, anche abbattendo i tassi di interesse per investimenti in quelle rinnovabili. La via intrapresa dalle autorità europee, invece, è stata un’altra. A partire da Keynes in avanti, gli economisti più attenti hanno sostenuto e sostengono che i mercati non sono fatti economici, ma sociali, e che il ruolo della moneta e della sua gestione è molto più politico che economico. L’aumento dei tassi di interesse, infatti, potrebbe essere utile a contenere l’inflazione e, dunque, a proteggere i risparmi e i redditi dei cittadini ma, rendendo più gravosi gli investimenti e più costosi i mutui, certamente non favorisce lo sviluppo e neppure gli acquisti (ad esempio, di una casa) di beni che richiedono impegni finanziari nel medio e lungo termine. Inflazione e disoccupazione sono due dei mali più temuti per i sistemi economici; purtroppo, non possono essere combattuti con le stesse misure. Al contrario, gli interventi finalizzati a contenere l’inflazione tendono a far aumentare la disoccupazione e quelli che hanno lo scopo di favorire l’occupazione, possono generare inflazione. La scelta tra quale male combattere e con quali strumenti, dunque, è squisitamente politica, perché implica una decisione su quale strada intraprendere nel breve ma anche nel medio e lungo periodo. Le scelte politiche, in un mondo che funziona, dovrebbero essere collocate in una visione di insieme che, a sua volta, dovrebbe essere accompagnata da analisi e orizzonti progettuali, ma sotto questi profili il quadro appare piuttosto confuso. Se c’è qualcosa che dovremmo avere imparato dai conflitti e dalle sorprendenti decisioni del Presidente Trump è che l’Europa, prima ancora da un esercito comune, non può più prescindere da una politica agricola, industriale, energetica e digitale davvero comune che, a sua volta, deve essere sostenuta da un piano di sviluppo serio e articolato. In altre parole, siamo in una fase storica nella quale gli investimenti devono essere seriamente programmati e realizzati anziché essere affidati solo a interventi eccezionali (le cui ricadute sono tutte da verificare) come quelli legati al PNRR. C’è poi il tema, sempre più centrale, della denatalità, che cattura l’attenzione della classe politica solamente subito dopo la pubblicazione dei rapporti dell’ISTAT o quando, in campagna elettorale, “la famiglia” torna a essere un punto di attenzione. Le politiche a sostegno della famiglia e della natalità non sono solamente quelle legate a bonus o altri sussidi ma, in generale, tutte quelle che riguardano il futuro e la possibilità concreta, per i giovani, di trovare e mantenere un lavoro, avere la prospettiva di una casa di proprietà, vivere in un sistema che li valorizzi come risorse e che non li renda il collo dell’imbuto sul quale scaricare decenni di sprechi, inefficienze, evasione fiscale e miopie politiche di ogni sorta. Le decisioni sui tassi di interesse dovrebbero essere funzionali alle politiche di sviluppo nel medio e lungo termine e non solo al raggiungimento di obiettivi di stabilità monetaria nel breve periodo. 
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