
Più vado avanti con questo viaggio tra i paesi di montagna e più mi accorgo di una cosa. Credevo di conoscerli. In fondo sono nata qui, vivo qui e percorro queste vallate da sempre. Eppure ogni volta che entro in un paese mi accorgo che lo sto conoscendo davvero per la prima volta. Perché un paese non è fatto soltanto di case, montagne, sentieri o panorami. Un paese è fatto della sua storia, di chi resta, di chi vuole raccontarlo con i suoi occhi!
A Roaschia ho avuto la fortuna di incontrare entrambe. Il passato e il presente. O forse il passato e il futuro.
Da una parte Andrea, quasi novant’anni, nato qui quando le frazioni erano piene di famiglie, le stalle ospitavano gli animali e la montagna era vissuta ogni giorno. Dall’altra Giulia, giovane, laureata, con tutte le possibilità per costruire altrove il proprio futuro e invece determinata a restare.
Tra loro c’è Roaschia.
Ed è stato attraverso i loro racconti che ho iniziato a conoscere davvero questo piccolo paese della valle Gesso. Quando si parla di Roaschia, quasi tutti partono dalla stessa cosa: l’acqua. L’acqua della Dragonera. Una sorgente che qui conoscono tutti e che continua a sgorgare gelida in ogni stagione. Mi raccontano che anni fa veniva utilizzata anche da chi doveva prepararsi a spedizioni nei paesi del Nord, perché la temperatura era talmente bassa da permettere di abituare il corpo a condizioni estreme. Confesso che non me l’aspettavo. E forse è proprio da qui che bisogna partire per raccontare questo paese. Da un’acqua che continua a scorrere mentre attorno tutto cambia.
La Dragonera non è soltanto una curiosità. Fa parte dell’identità di Roaschia. Secondo una tradizione locale sarebbe proprio una delle ragioni che rendono così particolari le celebri tagliatelle del paese, uno dei prodotti che più hanno contribuito a far conoscere Roaschia ben oltre i confini della Valle Gesso. Ogni anno vengono celebrate con una festa che richiama visitatori da tutta la provincia, ma dietro quelle tagliatelle non c’è soltanto una ricetta. C’è la storia di un paese che per secoli ha vissuto di allevamento, pascoli e transumanza.
Per molti anni Roaschia è stata il paese dei pastori. Le greggi scandivano il ritmo delle stagioni e della vita quotidiana. Le famiglie trascorrevano l’estate in valle e durante l’inverno seguivano gli animali verso la pianura. Una vita fatta di sacrifici, partenze e ritorni che ha modellato il carattere della comunità e che ancora oggi continua a vivere nei racconti degli abitanti più anziani. Mi raccontano che esistevano addirittura scuole estive e scuole invernali per permettere ai bambini di continuare a studiare seguendo gli spostamenti delle famiglie. Attorno a quel mondo ruotava tutto: le stalle, le botteghe, le attività commerciali, la vita sociale e le frazioni che oggi appaiono silenziose, ma che un tempo erano piene di persone.
Anche la pecora roaschina faceva parte di questo universo. Una razza particolare, riconoscibile per le grandi corna presenti sia nei maschi che nelle femmine, che per generazioni ha accompagnato la vita dei pastori della valle. Oggi gli allevatori sono sempre meno e le greggi si sono ridotte drasticamente. Il consorzio che tutelava questa razza si è sciolto. C’è inevitabilmente un velo di tristezza nel raccontarlo, perché quando una razza antica non viene più tutelata non si perde soltanto un animale. Si perdono saperi, mestieri, tradizioni e un modo di vivere la montagna che per secoli ha rappresentato l’identità di questi luoghi.
Roaschia custodisce anche un’altra storia, molto più antica. Poco sopra il paese si trovano infatti le Grotte del Bandito, uno dei siti naturalistici più importanti della valle Gesso. Qui sono stati ritrovati resti dell’orso delle caverne e importanti testimonianze della presenza umana preistorica. Oggi l’accesso è limitato per proteggere le colonie di pipistrelli che vi trovano rifugio e che rappresentano un patrimonio naturalistico prezioso. Anche questo racconta qualcosa di Roaschia: una montagna che continua a custodire tesori silenziosi e spesso poco conosciuti.
È qui che ho incontrato Andrea, quasi novant’anni e una vitalità da fare invidia a chiunque. Inizio passeggiando per il paese, ma è più corretto dire che è lui a farmi entrare davvero in Roaschia.
Avevo fissato un intervista con Giulia, l’attuale titolare della Spada Reale, una struttura che oggi è bar, ristorante e affittacamere. Mentre siamo seduti a parlare, però, lei va a chiamare Andrea che inizia a raccontarmi il paese, con i suoi occhi e tutto cambia faccia. Succede esattamente come era successo qualche settimana fa a Valloriate con Luciana. Io vedo le case, lui continua a vedere le persone. Io vedo le borgate immerse nel silenzio, lui continua a vedere le famiglie che le abitavano.
Quando gli chiedo com’era Roaschia una volta non ha bisogno di pensarci: “Era tutto abitato. Non l’ho mai vista così vuota”.
Poche parole che bastano a trasformare il paesaggio. Andrea è nato in una frazione sopra il paese, oltre i mille metri di quota. Da bambino scendeva a scuola a piedi e conosceva ogni sentiero della valle. Per lui Tetto Bambas Roaschia è casa, anche se oggi non ci vive più, e la sua residenza è in paese, torna sempre lassù per fare l’orto, per raccogliere le castagne e perchè lì c’è tutta la sua vita.
Mi racconta delle famiglie, delle stalle, della vita quotidiana. Mi parla della vecchia panetteria vicino alla scuola, di fronte al locale in cui siamo. Era stata bruciata e non è mai stata ricostruita. Mi dice che il vecchio forno è ancora nel sotterraneo, ma da tanto tempo non si sente più l’odore del pane. Mi porta in un paese che oggi sembra lontanissimo ma che nei suoi ricordi è ancora vivissimo.
Poi il discorso arriva alla guerra. Un giorno tornò da scuola e trovò alcuni soldati tedeschi seduti a tavola con suo padre e sua madre. «Mi hanno dato delle caramelle» ricorda ancora oggi. Da bambino non capiva. Solo molti anni dopo comprese quanto fosse difficile vivere in montagna in quel periodo. Chi aiutava o nascondeva qualcuno rischiava moltissimo e spesso le famiglie cercavano semplicemente di sopravvivere e proteggere i propri cari. In quel ricordo convivono tutta l’innocenza di un bambino e tutta la complessità di quegli anni.
Ma Andrea non è soltanto memoria. In paese continua a essere una presenza importante. Nonostante l’età aiuta ancora dove serve, fa piccoli lavori e si rende utile. Ha quella concretezza che spesso appartiene alla gente di montagna e che sembra non avere età. Quando si parla della neve gli occhi gli si illuminano. Mi racconta di quando scendeva dalla frazione con gli sci di legno. Non per divertimento. Non per sport. Per andare in paese, per raggiungere la scuola, per vivere. E la cosa sorprendente è che non stiamo parlando di un passato remoto. Lo ha fatto fino a non moltissimi anni fa. Mentre ascolto Andrea mi rendo conto di avere davanti il passato di Roaschia.
Poi guardo Giulia. E mi trovo davanti il presente. Forse il futuro.
Giulia ha studiato Economia del Turismo e poi Economia Internazionale. Avrebbe potuto costruire altrove il proprio futuro professionale. Invece ha scelto di restare. La storia della sua famiglia inizia molti anni fa in alta valle Maira, dove i genitori, Claudia e Mario, lavoravano già nella ristorazione. Con l’arrivo di lei e suo fratello, Mirko, la necessità di avere un locale più in basso li ha portati a scegliere un altro paese. Nel 2011, sono arrivati alla Spada Reale. Un locale storico, chiusa da tempo.
“Sono certa che i miei genitori ci abbiano trasmesso quello spirito della montagna: il senso di accoglienza, il sacrificio, i legame con i ritmi di una valle e le sue tradizioni”
Ecco perché il locale, quando ha riaperto, ha mantenuto la sua anima storica di cucina che racconta una storia. Chi arriva deve trovare sapori genuini, una cucina semplice, di casa, con qualche piccola innovazione, ma autentica e nel rispetto della tradizione.
La conduzione famigliare di questo posto consente a chi entra come cliente di uscire come parte della famiglia: accolto in un luogo informale, come le vecchie osterie di montagna. Nel fine settimana un menù fisso e in settimana pranzi di lavoro. Forse è proprio questa la definizione più bella di ciò che hanno fatto.
Mentre siamo seduti entrano persone anziane, qualcuno si ferma per un caffè, qualcuno per due parole, qualcuno semplicemente per avere compagnia. Ed è osservando questo continuo via vai che capisco una cosa. La Spada Reale non è soltanto un ristorante. È uno dei luoghi che oggi tengono insieme il paese. Qui si fermano gli operai per il pranzo di lavoro. Qui arrivano gli escursionisti. Qui soggiornano i turisti. Ma qui arrivano anche le persone che hanno bisogno di una mano. Se un turista ha comprato scarponi nuovi e si è riempito di vesciche, trova qualcuno che lo aiuta. Se un operaio si procura una piccola ferita durante il lavoro, trova il necessario per una prima medicazione. Se una persona anziana non riesce a far funzionare il cellulare, spesso passa di qui. Sembrano dettagli, ma in un paese con una popolazione composta in gran parte da persone anziane fanno la differenza.
Tre anni fa la famiglia ha deciso di fare un passo in più aprendo la Piccola Bottega Spada Reale. Per entrare bisogna suonare un campanello. Mi fermo a guardarlo e penso che forse racconti il paese meglio di tante parole. Un tempo Andrea ricorda diverse botteghe sparse per Roaschia. Oggi ne è rimasta una. Dentro si trovano pane, pasta fresca, salumi, formaggi e beni di prima necessità. Se suoni qualcuno arriva ad aprire. Una cosa semplice, apparentemente banale, ma che in realtà racconta cosa significhi vivere in un piccolo paese di montagna. Giulia dice che è come entrare nella loro dispensa. Il campanello è stata l’idea geniale, un servizio che arriva all’occorrenza e che permette di poter tenere aperta una piccola bottega tutto l’anno senza costi di personale sempre presente. Premi e arrivano subito.
Prima di andare via Andrea mi dice una frase che continua a tornarmi in mente: “Per fortuna che ci sono loro”.
Si riferisce a Giulia e alla sua famiglia. Per loro questo non è solo un lavoro ma è casa e anche per alcuni abitanti del posto. Forse non tutti, perché la montagna è anche questo, rimanere comunque dei forestieri e avere più persone al di fuori come frequentatori che gente locale. Ma forse parla anche di qualcosa di più grande.
Si perdono saperi. Si perdono mestieri. Si perdono parole e gesti che per generazioni hanno fatto parte della vita quotidiana. È una sensazione che ritorna spesso visitando i piccoli paesi di montagna. La consapevolezza che qualcosa si sia perso. Ma anche la certezza che qualcosa continui a resistere.
Uscendo dal paese, inciampo in una Grotta, che in paese chiamano La Balma che sembra quasi fare la guardia a Roaschia. D’inverno il ghiaccio la trasforma in uno dei luoghi più suggestivi della valle, mentre l’acqua continua a sgorgare come ha sempre fatto. Guardandola mi viene da pensare che assomigli un po’ a questo paese. Silenzioso, discreto, forse meno popolato di un tempo, ma ancora capace di custodire le proprie storie. Quelle raccontate da Andrea, quelle che Giulia prova a portare avanti ogni giorno e quelle che la montagna conserva da generazioni, aspettando qualcuno disposto ad ascoltarle.
Perché mentre lascio Roaschia porto con me due immagini. Andrea, che continua a vedere il paese pieno di vita che ha conosciuto da ragazzo. E Giulia, che ogni giorno prova a fare in modo che quel paese continui ad averne una. Forse è proprio questo che mi ha colpito di più. Non quello che Roaschia ha perso, ma quello che, ostinatamente, ha deciso di non perdere.

Roaschia - La grotta della madonna

Le tagliatelle di Roaschia

Roaschia - La grotta della madonna

Giulia e la mamma Claudia, titolari de La Spada Reale di Roaschia

Roaschia - entrata della bottega con il campanello

Andrea, memoria storica di Roaschia

Roaschia - La Spada Reale