Teresa Menchetti
Il 12 giugno entrerà in vigore il nuovo Patto europeo migrazione e asilo: un insieme di norme il cui fine è uniformare a livello continentale le regole dell’accoglienza e dell’asilo nei confronti delle persone in migrazione.
Teresa Menchetti, sociologa che si occupa da tempo di accoglienza di persone con background migratorio, è esperta del nuovo assetto che a breve entrerà in vigore. Menchetti fa parte del Forum per cambiare l’ordine delle cose. Venerdì 26 giugno sarà lei a moderare la giornata di studi che presso l’Auditorium Spazio Varco a Cuneo vedrà riuniti esperte ed esperti che, in occasione dell’incontro dal titolo “Frontiere d’Europa” organizzato dal progetto SAI per la Giornata mondiale del rifugiato, dialogheranno con il pubblico su questo tema.
Che cosa prevede il nuovo Patto?
Ciò che sarà promulgato il prossimo 12 giugno è il nuovo pacchetto di riforme strutturali del sistema di asilo e costituisce un vero e proprio cambio di paradigma generale. Nasce dopo un lungo periodo di negoziati tra i Paesi europei a seguito di una proposta da parte della Commissione europea (l’organo a ciò preposto) il 23 settembre 2020: due settimane dopo il devastante incendio del campo di Moria (isola di Lesbo, Grecia), che ha sconvolto l’opinione pubblica del continente. In seguito, nella primavera del 2024 i Paesi europei approvano il nuovo Patto e, pertanto, decidono ufficialmente di indossare ‘nuove vesti’ che non possono non destare preoccupazione in termini di diritti umani e di asilo. È infatti la prima volta nella storia dell’Unione – dalla formulazione e successiva ratifica della Convenzione di Ginevra, fortemente voluta in seguito al secondo conflitto mondiale e l’aberrazione dei campi di concentramento – che i Paesi che la compongono adottano un pacchetto di riforme stringenti e obbligatorie in materia di asilo. Il “mai più” che aveva animato così fortemente lo spirito post bellico avrebbe dovuto davvero rappresentare un monito valido per l’umanità di tutto il pianeta.
E cosa dice?
Il nuovo Patto si presenta con una veste che per me non possiamo definire in altra maniera se non neocoloniale e razzista. Con le misure in esso contenute abbiamo deciso che è di nuovo possibile selezionare le persone per ‘chi sono’ e non per ‘cosa fanno’; abbiamo deciso che è possibile rinchiuderle in luoghi non meglio definiti, ma molto probabilmente in spazi fortemente controllati e invisibilizzati al resto della società; abbiamo accettato che le persone in migrazione possano essere deportate in altri Paesi, che noi definiamo ‘sicuri’, solo per non dover essere noi europei a doverci occupare delle loro richieste. Dopo anni di propaganda e di utilizzo di termini quali ‘invasione’, ‘emergenza’ e ‘sostituzione etnica’, abbiamo, in altre parole, finito per credere alla necessità di un simile, nuovo assetto, ma soprattutto a quella di costruire un sistema del tutto alieno dal rispetto dei diritti umani e civili. Perciò dobbiamo preoccuparci e agire se non vogliamo davvero rivivere qualcosa che abbiamo già conosciuto e che non vogliamo riaccada più per i nostri figli e nipoti, per il futuro di tutte e tutti.
Perché di questo Patto gli organi di informazione non parlano a sufficienza?
Come sempre del tema migratorio – soprattutto quando riguarda chi non ha altra scelta che imboccare vie irregolari – si parla in maniera distorta ed errata dal punto di vista della normativa. Dato questo approccio, diventa perciò impossibile leggere o ascoltare qualcosa sul nuovo Patto che fornisca informazioni corrette e approfondite per almeno due ragioni: innanzitutto, si tratta di una riforma molto complessa da illustrare se chi lo fa non la conosce a fondo; in secondo luogo, questo pacchetto di norme non contiene nulla di positivo in termini di diritti e il cittadino europeo medio, imbevuto degli ideali di libertà nati dal secondo dopoguerra, stenterebbe a credere a ciò che invece è stato scritto, nero su bianco, da parte dei governi del continente. Si sarebbe potuto, al contrario, rendere partecipe la società civile di questa riforma strutturale, o aiutarla a comprendere cosa provi davvero chi, per forza di cose in maniera irregolare, giunge in Europa per rifarsi un’esistenza degna di questo nome. Ma evidentemente non era questo l’obiettivo, e perciò meglio non informare davvero le persone, facendo loro credere di essere in un continuo stato di emergenza utile solo a ritenere che un nuovo paradigma in materia migratoria sia assolutamente necessario per difendersi da nemici esterni pronti a minare la nostra quotidianità.
Il 26 giugno sarà a Cuneo all’evento organizzato dal SAI in cui si parlerà proprio del nuovo Patto: cosa deve aspettarsi il pubblico?
Dal 2023, come Forum per cambiare l’ordine delle cose abbiamo cominciato a studiare i diversi regolamenti e la direttiva accoglienza per capire cosa stesse cambiando e avanzare proposte alternative. Abbiamo girato l’Italia in lungo e in largo per riflettere con le persone e le comunità, sedendoci anche nei luoghi in cui le decisioni vengono prese per tentare di mettere in relazione il piano nazionale con quello del continente ed esternare le nostre preoccupazioni. Alla stessa maniera, il 26 giugno intendiamo raccontare alla società civile cuneese che questo disegno generale riguarda tutte e tutti noi, perché attraverso di esso l’Europa ha purtroppo deciso di tornare a essere un continente chiuso, razzista e classista. E per far capire che informarsi, partecipare e attivarsi rappresentano elementi sostanziali per la tenuta democratica della società: ognuno ha il potere di monitorare cosa accade nei territori e assicurare, così, che il MAI PIÙ possa ancora essere valido per i decenni a venire.
cuneo
Teresa Menchetti
Il 12 giugno entrerà in vigore il nuovo Patto europeo migrazione e asilo: un insieme di norme il cui fine è uniformare a livello continentale le regole dell’accoglienza e dell’asilo nei confronti delle persone in migrazione.
Teresa Menchetti, sociologa che si occupa da tempo di accoglienza di persone con background migratorio, è esperta del nuovo assetto che a breve entrerà in vigore. Menchetti fa parte del Forum per cambiare l’ordine delle cose. Venerdì 26 giugno sarà lei a moderare la giornata di studi che presso l’Auditorium Spazio Varco a Cuneo vedrà riuniti esperte ed esperti che, in occasione dell’incontro dal titolo “Frontiere d’Europa” organizzato dal progetto SAI per la Giornata mondiale del rifugiato, dialogheranno con il pubblico su questo tema.
Che cosa prevede il nuovo Patto?
Ciò che sarà promulgato il prossimo 12 giugno è il nuovo pacchetto di riforme strutturali del sistema di asilo e costituisce un vero e proprio cambio di paradigma generale. Nasce dopo un lungo periodo di negoziati tra i Paesi europei a seguito di una proposta da parte della Commissione europea (l’organo a ciò preposto) il 23 settembre 2020: due settimane dopo il devastante incendio del campo di Moria (isola di Lesbo, Grecia), che ha sconvolto l’opinione pubblica del continente. In seguito, nella primavera del 2024 i Paesi europei approvano il nuovo Patto e, pertanto, decidono ufficialmente di indossare ‘nuove vesti’ che non possono non destare preoccupazione in termini di diritti umani e di asilo. È infatti la prima volta nella storia dell’Unione – dalla formulazione e successiva ratifica della Convenzione di Ginevra, fortemente voluta in seguito al secondo conflitto mondiale e l’aberrazione dei campi di concentramento – che i Paesi che la compongono adottano un pacchetto di riforme stringenti e obbligatorie in materia di asilo. Il “mai più” che aveva animato così fortemente lo spirito post bellico avrebbe dovuto davvero rappresentare un monito valido per l’umanità di tutto il pianeta.
E cosa dice?
Il nuovo Patto si presenta con una veste che per me non possiamo definire in altra maniera se non neocoloniale e razzista. Con le misure in esso contenute abbiamo deciso che è di nuovo possibile selezionare le persone per ‘chi sono’ e non per ‘cosa fanno’; abbiamo deciso che è possibile rinchiuderle in luoghi non meglio definiti, ma molto probabilmente in spazi fortemente controllati e invisibilizzati al resto della società; abbiamo accettato che le persone in migrazione possano essere deportate in altri Paesi, che noi definiamo ‘sicuri’, solo per non dover essere noi europei a doverci occupare delle loro richieste. Dopo anni di propaganda e di utilizzo di termini quali ‘invasione’, ‘emergenza’ e ‘sostituzione etnica’, abbiamo, in altre parole, finito per credere alla necessità di un simile, nuovo assetto, ma soprattutto a quella di costruire un sistema del tutto alieno dal rispetto dei diritti umani e civili. Perciò dobbiamo preoccuparci e agire se non vogliamo davvero rivivere qualcosa che abbiamo già conosciuto e che non vogliamo riaccada più per i nostri figli e nipoti, per il futuro di tutte e tutti.
Perché di questo Patto gli organi di informazione non parlano a sufficienza?
Come sempre del tema migratorio – soprattutto quando riguarda chi non ha altra scelta che imboccare vie irregolari – si parla in maniera distorta ed errata dal punto di vista della normativa. Dato questo approccio, diventa perciò impossibile leggere o ascoltare qualcosa sul nuovo Patto che fornisca informazioni corrette e approfondite per almeno due ragioni: innanzitutto, si tratta di una riforma molto complessa da illustrare se chi lo fa non la conosce a fondo; in secondo luogo, questo pacchetto di norme non contiene nulla di positivo in termini di diritti e il cittadino europeo medio, imbevuto degli ideali di libertà nati dal secondo dopoguerra, stenterebbe a credere a ciò che invece è stato scritto, nero su bianco, da parte dei governi del continente. Si sarebbe potuto, al contrario, rendere partecipe la società civile di questa riforma strutturale, o aiutarla a comprendere cosa provi davvero chi, per forza di cose in maniera irregolare, giunge in Europa per rifarsi un’esistenza degna di questo nome. Ma evidentemente non era questo l’obiettivo, e perciò meglio non informare davvero le persone, facendo loro credere di essere in un continuo stato di emergenza utile solo a ritenere che un nuovo paradigma in materia migratoria sia assolutamente necessario per difendersi da nemici esterni pronti a minare la nostra quotidianità.
Il 26 giugno sarà a Cuneo all’evento organizzato dal SAI in cui si parlerà proprio del nuovo Patto: cosa deve aspettarsi il pubblico?
Dal 2023, come Forum per cambiare l’ordine delle cose abbiamo cominciato a studiare i diversi regolamenti e la direttiva accoglienza per capire cosa stesse cambiando e avanzare proposte alternative. Abbiamo girato l’Italia in lungo e in largo per riflettere con le persone e le comunità, sedendoci anche nei luoghi in cui le decisioni vengono prese per tentare di mettere in relazione il piano nazionale con quello del continente ed esternare le nostre preoccupazioni. Alla stessa maniera, il 26 giugno intendiamo raccontare alla società civile cuneese che questo disegno generale riguarda tutte e tutti noi, perché attraverso di esso l’Europa ha purtroppo deciso di tornare a essere un continente chiuso, razzista e classista. E per far capire che informarsi, partecipare e attivarsi rappresentano elementi sostanziali per la tenuta democratica della società: ognuno ha il potere di monitorare cosa accade nei territori e assicurare, così, che il MAI PIÙ possa ancora essere valido per i decenni a venire.
Cosa ne sarà dei diritti delle persone in migrazione dal 12 giugno 2026?
13 giugno 2026
Cuneo
Teresa Menchetti
Il 12 giugno entrerà in vigore il nuovo Patto europeo migrazione e asilo: un insieme di norme il cui fine è uniformare a livello continentale le regole dell’accoglienza e dell’asilo nei confronti delle persone in migrazione.
Teresa Menchetti, sociologa che si occupa da tempo di accoglienza di persone con background migratorio, è esperta del nuovo assetto che a breve entrerà in vigore. Menchetti fa parte del Forum per cambiare l’ordine delle cose. Venerdì 26 giugno sarà lei a moderare la giornata di studi che presso l’Auditorium Spazio Varco a Cuneo vedrà riuniti esperte ed esperti che, in occasione dell’incontro dal titolo “Frontiere d’Europa” organizzato dal progetto SAI per la Giornata mondiale del rifugiato, dialogheranno con il pubblico su questo tema.
Che cosa prevede il nuovo Patto?
Ciò che sarà promulgato il prossimo 12 giugno è il nuovo pacchetto di riforme strutturali del sistema di asilo e costituisce un vero e proprio cambio di paradigma generale. Nasce dopo un lungo periodo di negoziati tra i Paesi europei a seguito di una proposta da parte della Commissione europea (l’organo a ciò preposto) il 23 settembre 2020: due settimane dopo il devastante incendio del campo di Moria (isola di Lesbo, Grecia), che ha sconvolto l’opinione pubblica del continente. In seguito, nella primavera del 2024 i Paesi europei approvano il nuovo Patto e, pertanto, decidono ufficialmente di indossare ‘nuove vesti’ che non possono non destare preoccupazione in termini di diritti umani e di asilo. È infatti la prima volta nella storia dell’Unione – dalla formulazione e successiva ratifica della Convenzione di Ginevra, fortemente voluta in seguito al secondo conflitto mondiale e l’aberrazione dei campi di concentramento – che i Paesi che la compongono adottano un pacchetto di riforme stringenti e obbligatorie in materia di asilo. Il “mai più” che aveva animato così fortemente lo spirito post bellico avrebbe dovuto davvero rappresentare un monito valido per l’umanità di tutto il pianeta.
E cosa dice?
Il nuovo Patto si presenta con una veste che per me non possiamo definire in altra maniera se non neocoloniale e razzista. Con le misure in esso contenute abbiamo deciso che è di nuovo possibile selezionare le persone per ‘chi sono’ e non per ‘cosa fanno’; abbiamo deciso che è possibile rinchiuderle in luoghi non meglio definiti, ma molto probabilmente in spazi fortemente controllati e invisibilizzati al resto della società; abbiamo accettato che le persone in migrazione possano essere deportate in altri Paesi, che noi definiamo ‘sicuri’, solo per non dover essere noi europei a doverci occupare delle loro richieste. Dopo anni di propaganda e di utilizzo di termini quali ‘invasione’, ‘emergenza’ e ‘sostituzione etnica’, abbiamo, in altre parole, finito per credere alla necessità di un simile, nuovo assetto, ma soprattutto a quella di costruire un sistema del tutto alieno dal rispetto dei diritti umani e civili. Perciò dobbiamo preoccuparci e agire se non vogliamo davvero rivivere qualcosa che abbiamo già conosciuto e che non vogliamo riaccada più per i nostri figli e nipoti, per il futuro di tutte e tutti.
Perché di questo Patto gli organi di informazione non parlano a sufficienza?
Come sempre del tema migratorio – soprattutto quando riguarda chi non ha altra scelta che imboccare vie irregolari – si parla in maniera distorta ed errata dal punto di vista della normativa. Dato questo approccio, diventa perciò impossibile leggere o ascoltare qualcosa sul nuovo Patto che fornisca informazioni corrette e approfondite per almeno due ragioni: innanzitutto, si tratta di una riforma molto complessa da illustrare se chi lo fa non la conosce a fondo; in secondo luogo, questo pacchetto di norme non contiene nulla di positivo in termini di diritti e il cittadino europeo medio, imbevuto degli ideali di libertà nati dal secondo dopoguerra, stenterebbe a credere a ciò che invece è stato scritto, nero su bianco, da parte dei governi del continente. Si sarebbe potuto, al contrario, rendere partecipe la società civile di questa riforma strutturale, o aiutarla a comprendere cosa provi davvero chi, per forza di cose in maniera irregolare, giunge in Europa per rifarsi un’esistenza degna di questo nome. Ma evidentemente non era questo l’obiettivo, e perciò meglio non informare davvero le persone, facendo loro credere di essere in un continuo stato di emergenza utile solo a ritenere che un nuovo paradigma in materia migratoria sia assolutamente necessario per difendersi da nemici esterni pronti a minare la nostra quotidianità.
Il 26 giugno sarà a Cuneo all’evento organizzato dal SAI in cui si parlerà proprio del nuovo Patto: cosa deve aspettarsi il pubblico?
Dal 2023, come Forum per cambiare l’ordine delle cose abbiamo cominciato a studiare i diversi regolamenti e la direttiva accoglienza per capire cosa stesse cambiando e avanzare proposte alternative. Abbiamo girato l’Italia in lungo e in largo per riflettere con le persone e le comunità, sedendoci anche nei luoghi in cui le decisioni vengono prese per tentare di mettere in relazione il piano nazionale con quello del continente ed esternare le nostre preoccupazioni. Alla stessa maniera, il 26 giugno intendiamo raccontare alla società civile cuneese che questo disegno generale riguarda tutte e tutti noi, perché attraverso di esso l’Europa ha purtroppo deciso di tornare a essere un continente chiuso, razzista e classista. E per far capire che informarsi, partecipare e attivarsi rappresentano elementi sostanziali per la tenuta democratica della società: ognuno ha il potere di monitorare cosa accade nei territori e assicurare, così, che il MAI PIÙ possa ancora essere valido per i decenni a venire.