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Roccasparvera, il paese dove la domenica mattina c’e’ ancora la coda fuori dal forno

06 giugno 2026

Cuneo

Roccasparvera - Il campeggio sociale organizzato da Nuovi Mondi Festival Roccasparvera - Il campeggio sociale organizzato da Nuovi Mondi Festival “Ma come mai è domenica mattina e c’è la coda fuori da un piccolo forno di paese della valle Stura?” Me lo sono chiesta arrivando a Roccasparvera, non un paese in alta montagna (quasi 700 m s.l.m.) mentre osservavo quelle persone ferme davanti a una porta, con il profumo del pane che usciva già sulla strada. Qualcuno aveva la borsa di stoffa sotto il braccio. Qualcuno chiacchierava piano. Qualcuno era pronto per un giro in bici o un’escursione in montagna. Qualcuno era semplicemente lì ad aspettare il proprio turno, come per abitudine. E in quel momento ho avuto la sensazione che quel forno non fosse soltanto un forno. Roccasparvera è uno di quei paesi che spesso si attraversano senza fermarsi davvero. È lì, all’ingresso della Valle Stura, nella parte buona della valle, quella che prende il sole, quasi come una soglia tra la pianura e la montagna. Un paese che per secoli ha visto passare persone, commercianti, viaggiatori diretti verso la Francia, e che ancora oggi conserva addosso tracce della sua storia antica. Il suo stesso nome arriva dalla rocca che un tempo dominava il paese e controllava il passaggio verso la valle. La Valle Stura è sempre stata una valle di passaggio e Roccasparvera ne rappresentava quasi una porta d’ingresso. Ancora oggi il centro storico conserva tracce molto evidenti del passato medievale del paese. La più conosciuta è la Porta Bolleris, antico accesso fortificato legato alla famiglia Bolleris, signori del luogo nel Quattrocento. Passare sotto quella porta oggi fa un certo effetto, perché basta alzare lo sguardo verso le pietre per immaginare quanto antica sia la storia di questo piccolo borgo. Attorno restano mura, ruderi, passaggi e tracce dell’antico castello che un tempo dominava la zona. Elementi che raccontano quanto Roccasparvera fosse un punto strategico importante all’interno della valle. Ma la storia qui non si è fermata al Medioevo. Anche la Resistenza ha lasciato segni profondi nel paese. Nel marzo del 1945 quattro partigiani vennero fucilati proprio nella piazza di Roccasparvera. Episodi che nei piccoli paesi di montagna non diventano mai soltanto pagine di storia: restano nei racconti tramandati dalle persone, nella memoria collettiva, nel modo stesso in cui certi luoghi vengono guardati. Ma le piccole realtà alpine non vivono solo di passato. Vivono soprattutto di quello che riesce a restare acceso. E forse Roccasparvera racconta proprio questo equilibrio continuo tra memoria e presente. Questa è una delle cose che colpiscono di più nei paesi delle valli alpine: la sensazione che il passato continui a vivere accanto alla quotidianità. Oggi infatti Roccasparvera è anche il paese delle famiglie che passeggiano lungo il sentiero “Sulla Via dei Bolleris”, un percorso pensato soprattutto per i bambini, tra boschi, pannelli illustrati, draghi, cavalieri e racconti fantastici legati alla figura di Franceschino Bolleris.     Una camminata che prova a trasformare la storia del paese in qualcosa di vivo e accessibile anche ai più piccoli. Ed è bello vedere come questo borgo ha trovato un modo per raccontarsi. Poi ci sono i luoghi quotidiani. Quelli che nei piccoli paesi diventano punti di riferimento. A Castelletto di Roccasparvera, piccola frazione alla fine del paese, resiste ancora lo storico Bar Ines, oggi Osteria della Fratellanza, gestito dalla stessa famiglia da sei generazioni. Si tratta di uno di quei posti semplici che in montagna valgono molto più di quello che sembrano. Un bar dove si entra per un caffè e spesso si finisce a parlare mezz’ora. Dove le persone si conoscono tutte. Dove si possono trovare tavolate di giovani o anziani che si raccontano la vita. Dove certe abitudini quotidiane continuano a esistere nonostante il tempo che cambia. Oggi chi lo gestisce è Manuel Guerra che è anche il sindaco e non ha mai lasciato le sue radici. Un amministratore che il paese lo vive e lo conosce da sempre. Nel centro del paese invece, dopo la chiusura dell’ultima bottega, resta il forno La Fame. Detta così sembra una frase semplice. In realtà dentro c’è molto di più. La Fame nasce dal recupero di un vecchio forno a legna di fine Ottocento rimasto spento dal 1984, quindi per oltre trent’anni. A riaccenderlo sono stati Anna, Sirio e Matteo, tre persone completamente diverse tra loro - una sarta, un informatico e un cuoco - accomunate però dalla stessa idea: trovare una dimensione più umana in cui vivere e lavorare. All’inizio producevano pane utilizzando piccoli forni locali e lo vendevano porta a porta. Poi, quasi per caso, durante una consegna, scoprono che a Roccasparvera esiste un vecchio forno abbandonato da decenni. Era il posto giusto. E forse questa è una delle cose che colpiscono di più della loro storia: non hanno scelto la montagna per moda o per costruirsi un’immagine romantica. Hanno semplicemente trovato qui il luogo che stavano cercando. Dopo una lunga ristrutturazione il forno riapre nel 2018 e il paese accoglie subito questa novità. All’inizio fuori dal locale non c’era nemmeno l’insegna “La Fame”. C’erano il profumo del pane, qualche tavolino, il passaparola delle persone. Eppure in poco tempo quel posto ha iniziato a farsi conoscere ben oltre Roccasparvera. Perché ci sono luoghi che diventano speciali senza bisogno di spiegarsi troppo. La gente arrivava per il pane, per le focacce, per le torte, per le lunghe lievitazioni e le farine locali. Ma anche per qualcosa di più difficile da raccontare: quell’atmosfera autentica che si respira nei posti veri. Qui, a pranzo, si può anche mangiare e la cucina è un’esperienza da provare: Sirio oltre che un ottimo panettiere, come Chef dà il meglio di sè! Nel frattempo il progetto è cambiato, come cambiano tutte le cose vive. Matteo, il socio informatico che aveva fatto parte dell’inizio di questa avventura, oggi non c’è più ed è subentrata un’altra persona nel gruppo di lavoro. Massimiliano, ma lo spirito del posto è rimasto lo stesso. Ci sono anche degli ottimi collaboratori che non mancano mai di essere accoglienti e sorridenti. Quando si entra alla Fame lo si capisce immediatamente che non è un locale costruito per apparire. C’è il pane, certo. Ci sono le focacce, le torte, i biscotti, il legno, il forno acceso, il profumo caldo della farina. Ma c’è anche quella sensazione rara di semplicità vera. Di luogo dove la gente non entra soltanto per comprare qualcosa. Il locale è piccolo. Pochi tavoli, una stufa accesa in inverno, persone che si salutano entrando. Eppure dentro sembra esserci spazio per tutti. D’estate si colora con un dehor esterno che si affaccia proprio sulla piazza principale del paese, accanto alla chiesa e al municipio. In questo piccolo angolo è impossibile non notare la vecchia fontana coperta in pietra, un tempo utilizzata come lavatoio. Oggi Roccasparvera conta poco più di 700 residenti, un numero che, rispetto ad altri paesi di montagna, racconta ancora una certa vitalità. Eppure camminando tra le vie del centro viene spontaneo immaginare un tempo in cui era tutto diverso. Più abitato. Più rumoroso. Con botteghe, una panetteria di comunità che cuoceva per tutte le famiglie, e una scuola. Relazioni che si costruivano lentamente ogni giorno e che resistevano. Oggi anche nei piccoli paesi il tempo per fermarsi è sempre meno. Ma Roccasparvera conserva ancora qualcosa di autentico. Quel modo tipico della montagna di conoscersi tutti, di salutarsi per nome o per “stranome”, di osservare con curiosità chi arriva da fuori. Di unirsi per organizzare la festa del paese o degli eventi unici per far conoscere il posto. E forse è vero che, nei paesi così, bisogna un po’ conquistarselo il posto se arrivi da fuori. Ma quando succede si entra davvero dentro la vita di comunità. Nei piccoli paesi di montagna succede ancora che un forno diventi un punto d’incontro. Un posto dove si passa per il pane e poi si resta a parlare. Dove qualcuno si siede cinque minuti e finisce per fermarsi mezz’ora. Dove il tempo rallenta senza bisogno di dirlo. Anche il nome scelto per questo piccolo luogo magico racconta qualcosa. “La Fame”. Un nome semplice, quasi ruvido, nato perché tra i soci fondatori l’appetito non mancava mai. Ma dietro quella parola c’è anche altro. C’è l’idea di un cibo sincero, abbondante, fatto per nutrire davvero. Non qualcosa da guardare soltanto con gli occhi, ma pane che sazia, piatti generosi, sapori semplici. E questa cosa si percepisce. Si percepisce nel modo in cui vengono raccontati i prodotti. Nel modo in cui il pane viene ancora lavorato lentamente. Negli ingredienti scelti con cura e seguendo la stagionalità e in piatti tipici, come l’Ula e Aiolì che trovi tutto l’anno. Ma si percepisce soprattutto nelle persone. Sirio si alza alle cinque del mattino per accendere il forno e iniziare la giornata. Fuori, intanto, Roccasparvera si sveglia piano. E forse è proprio questo il punto. Nei piccoli paesi la resistenza spesso non fa rumore. Non passa dai grandi eventi o dalle parole complicate. Passa da cose piccole. Da una serranda che si abbassa mentre una si rialza. Da un forno che torna acceso dopo più di trent’anni. Da persone che scelgono di restare. O di arrivare. Roccasparvera oggi continua a cambiare, come cambiano tutti i paesi di montagna. Alcune attività spariscono, le abitudini si trasformano, le persone diminuiscono. Eppure ci sono ancora luoghi capaci di tenere insieme qualcosa. Forse è anche per questo che quella fila davanti al forno fa la differenza. Perché non c’era soltanto gente in attesa del pane. C’erano ragazzi pronti per salire in montagna con lo zaino in spalla. Persone anziane che probabilmente passano di lì ogni domenica da anni. Famiglie. Ciclisti. Persone che si conoscevano già e altre che magari si incontravano lì per la prima volta. E persone del posto che apprezzano di poter comprare il pane senza doversi spostare. E per qualche minuto tutti condividevano la stessa cosa: il tempo lento di un piccolo paese. Non c’erano persone infastidite dalla cosa, perché qui l’attesa viene ricompensata da qualcosa di unico, un pane che si conserva, dei prodotti che hanno un sapore antico e autentico. Oggi si parla spesso della montagna come di un luogo da “recuperare”, da rilanciare, da salvare. Ma a volte la montagna continua semplicemente a vivere attraverso posti così. Luoghi che non fanno rumore, che non hanno bisogno di effetti speciali, ma che riescono ancora a creare relazioni vere. Un forno acceso prima dell’alba. Il profumo del pane che esce sulla strada. Una porta che si apre la domenica mattina. Qualcuno che entra solo per comprare una focaccia e finisce per fermarsi a parlare. Sono cose piccole. Ma nei paesi piccoli le cose piccole diventano enormi. E forse la sensazione più bella che ho avuto uscendo dalla Fame è stata proprio questa: capire che certi luoghi non tengono acceso soltanto un forno. Tengono acceso un pezzo di comunità. E finché ci sarà qualcuno disposto ad alzarsi alle cinque del mattino per impastare pane in un minuscolo paese della Valle Stura, forse questi luoghi continueranno ancora, ostinatamente, a respirare. La panetteria con forno a legna La Fame a Roccasparvera La panetteria con forno a legna La Fame a Roccasparvera Roccasparvera - Porta Bolleris Roccasparvera - Porta Bolleris
Valle Stura Roccasparvera Forno la fame