(foto Pixabay)
“In economia, la maggioranza ha sempre torto”, lo ha detto John Kenneth Galbraith. L’economista canadese naturalizzato americano, tra le voci più influenti del settore nel secolo scorso, consigliere di presidenti come Franklin Delano Roosevelt, John Fitzgerald Kennedy e Bill Clinton amava le battute.
Come molte persone intelligenti, la sua prontezza di spirito diventava anche un modo per prendere le distanze da una certa seriosità che sa di arroganza, oppure per dire quello che altri non potevano ammettere, come quando affermò che “l’unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire rispettabile l’astrologia” o che “lo studio della moneta, sopra tutti gli altri settori dell’economia, è quello in cui la complessità viene usata per nascondere la verità o per evaderla, non per rivelarla”.
Le provocazioni di Galbraith strappano un sorriso, ma rivelano anche qualcosa di autentico. La maggioranza ha torto, secondo Galbraith, perché è destinataria di messaggi fuorvianti, semplificatori quando non mistificatori, che la inducono a scelte sbagliate. Tra i bersagli più ricorrenti nel suo mirino c’era l’economia di mercato dura e pura, alimentata da una mentalità convenzionale a sua volta plasmata da spinte alla produzione e al consumo tutt’altro che disinteressate.
Sarebbe bello poter dire che si era sbagliato ma, purtroppo, ci aveva visto lungo.
L’esplosione del credito al consumo ben oltre la capacità di reddito, o l’indebitamento delle famiglie per beni e servizi superflui sono indici di scelte economiche sbagliate. Le forze politiche di maggioranza, un po’ in tutto il mondo e con rare eccezioni, spingono gli investimenti in armamenti a scapito dei servizi essenziali alle persone o, in Italia, consentono che le grandi banche chiudano sportelli, dimentichino la piccola clientela oppure non valorizzino i propri dipendenti e, allo stesso tempo, distribuiscano utili miliardari ai grandi azionisti.
La maggioranza, direttamente o indirettamente, in tutti questi casi, ha avuto e ha torto. Quello, però, che si può eccepire su quanto affermato da Galbraith riguarda il “sempre”. I “sempre”, i “mai”, gli “assolutamente”, vanno utilizzati con cautela, soprattutto quando l’effetto del loro uso è quello di togliere la speranza e di deresponsabilizzare.
In molti casi, in economia, la maggioranza ha avuto torto, ma non necessariamente dovrà essere sempre così. I comportamenti antieconomici diffusi e le scelte politiche senza serio fondamento sono all’ordine del giorno, ma non è detto che non si possa fare qualcosa per limitare entrambi.
L’economia, soprattutto nella nostra cultura, è spesso vista come distante, complicata e noiosa. La conseguenza è stata una diffusa inconsapevolezza economia e finanziaria, che a sua volta provoca vulnerabilità e proprio quegli errori che si dovrebbero superare. La generalità delle persone, anche con livelli di istruzione elevati o con un’ottima cultura personale, ma che non hanno studi economici alle spalle, molto spesso non conoscono la differenza tra imposte e tasse, tra carte di credito e carte di debito o tra interessi semplici e composti. Eppure, si tratta di distinzioni semplici (se spiegate) e che riguardano meccanismi che interessano la vita quotidiana.
Gli studi economici, anche nel nostro attuale sistema scolastico, sono relegati negli ambiti specialistici; così facendo, però, non vengono offerti a tutti i cittadini essenziali strumenti di comprensione di quello che capita e di orientamento delle proprie scelte.
In questo, anche gli “addetti ai lavori” hanno le loro responsabilità, molto più di quella maggioranza che sbaglia semplicemente perché nessuno si è preoccupato di fornire gli strumenti necessari per scelte consapevoli. Un certo modo di parlare di economia pare volutamente rivolto ai soli “iniziati”, anche nella noia che alcuni commentatori paiono quasi orgogliosamente suscitare in chi desidera informarsi.
Nelle pagine introduttive della sua Storia dell’economia, proprio Galbraith ha scritto: “… gran parte della passata letteratura sulla storia delle teorie economiche è stata noiosa in modo, per così dire, aggressivo. C’è infatti un numero considerevole di persone di cultura convinte che qualsiasi sforzo riuscito di rendere le idee vive, intellegibili e interessanti sia una manifestazione di scarso rigore personale”.
In non poche circostanze è stato proprio così, ma ci sono tempo e spazio per correggere il tiro e, in questo modo, dare a tutti gli strumenti per scegliere e vivere meglio.
editoriale
(foto Pixabay)
“In economia, la maggioranza ha sempre torto”, lo ha detto John Kenneth Galbraith. L’economista canadese naturalizzato americano, tra le voci più influenti del settore nel secolo scorso, consigliere di presidenti come Franklin Delano Roosevelt, John Fitzgerald Kennedy e Bill Clinton amava le battute.
Come molte persone intelligenti, la sua prontezza di spirito diventava anche un modo per prendere le distanze da una certa seriosità che sa di arroganza, oppure per dire quello che altri non potevano ammettere, come quando affermò che “l’unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire rispettabile l’astrologia” o che “lo studio della moneta, sopra tutti gli altri settori dell’economia, è quello in cui la complessità viene usata per nascondere la verità o per evaderla, non per rivelarla”.
Le provocazioni di Galbraith strappano un sorriso, ma rivelano anche qualcosa di autentico. La maggioranza ha torto, secondo Galbraith, perché è destinataria di messaggi fuorvianti, semplificatori quando non mistificatori, che la inducono a scelte sbagliate. Tra i bersagli più ricorrenti nel suo mirino c’era l’economia di mercato dura e pura, alimentata da una mentalità convenzionale a sua volta plasmata da spinte alla produzione e al consumo tutt’altro che disinteressate.
Sarebbe bello poter dire che si era sbagliato ma, purtroppo, ci aveva visto lungo.
L’esplosione del credito al consumo ben oltre la capacità di reddito, o l’indebitamento delle famiglie per beni e servizi superflui sono indici di scelte economiche sbagliate. Le forze politiche di maggioranza, un po’ in tutto il mondo e con rare eccezioni, spingono gli investimenti in armamenti a scapito dei servizi essenziali alle persone o, in Italia, consentono che le grandi banche chiudano sportelli, dimentichino la piccola clientela oppure non valorizzino i propri dipendenti e, allo stesso tempo, distribuiscano utili miliardari ai grandi azionisti.
La maggioranza, direttamente o indirettamente, in tutti questi casi, ha avuto e ha torto. Quello, però, che si può eccepire su quanto affermato da Galbraith riguarda il “sempre”. I “sempre”, i “mai”, gli “assolutamente”, vanno utilizzati con cautela, soprattutto quando l’effetto del loro uso è quello di togliere la speranza e di deresponsabilizzare.
In molti casi, in economia, la maggioranza ha avuto torto, ma non necessariamente dovrà essere sempre così. I comportamenti antieconomici diffusi e le scelte politiche senza serio fondamento sono all’ordine del giorno, ma non è detto che non si possa fare qualcosa per limitare entrambi.
L’economia, soprattutto nella nostra cultura, è spesso vista come distante, complicata e noiosa. La conseguenza è stata una diffusa inconsapevolezza economia e finanziaria, che a sua volta provoca vulnerabilità e proprio quegli errori che si dovrebbero superare. La generalità delle persone, anche con livelli di istruzione elevati o con un’ottima cultura personale, ma che non hanno studi economici alle spalle, molto spesso non conoscono la differenza tra imposte e tasse, tra carte di credito e carte di debito o tra interessi semplici e composti. Eppure, si tratta di distinzioni semplici (se spiegate) e che riguardano meccanismi che interessano la vita quotidiana.
Gli studi economici, anche nel nostro attuale sistema scolastico, sono relegati negli ambiti specialistici; così facendo, però, non vengono offerti a tutti i cittadini essenziali strumenti di comprensione di quello che capita e di orientamento delle proprie scelte.
In questo, anche gli “addetti ai lavori” hanno le loro responsabilità, molto più di quella maggioranza che sbaglia semplicemente perché nessuno si è preoccupato di fornire gli strumenti necessari per scelte consapevoli. Un certo modo di parlare di economia pare volutamente rivolto ai soli “iniziati”, anche nella noia che alcuni commentatori paiono quasi orgogliosamente suscitare in chi desidera informarsi.
Nelle pagine introduttive della sua Storia dell’economia, proprio Galbraith ha scritto: “… gran parte della passata letteratura sulla storia delle teorie economiche è stata noiosa in modo, per così dire, aggressivo. C’è infatti un numero considerevole di persone di cultura convinte che qualsiasi sforzo riuscito di rendere le idee vive, intellegibili e interessanti sia una manifestazione di scarso rigore personale”.
In non poche circostanze è stato proprio così, ma ci sono tempo e spazio per correggere il tiro e, in questo modo, dare a tutti gli strumenti per scegliere e vivere meglio.
In economia, la maggioranza ha sempre torto, indotta a sbagliare
31 maggio 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
“In economia, la maggioranza ha sempre torto”, lo ha detto John Kenneth Galbraith. L’economista canadese naturalizzato americano, tra le voci più influenti del settore nel secolo scorso, consigliere di presidenti come Franklin Delano Roosevelt, John Fitzgerald Kennedy e Bill Clinton amava le battute.
Come molte persone intelligenti, la sua prontezza di spirito diventava anche un modo per prendere le distanze da una certa seriosità che sa di arroganza, oppure per dire quello che altri non potevano ammettere, come quando affermò che “l’unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire rispettabile l’astrologia” o che “lo studio della moneta, sopra tutti gli altri settori dell’economia, è quello in cui la complessità viene usata per nascondere la verità o per evaderla, non per rivelarla”.
Le provocazioni di Galbraith strappano un sorriso, ma rivelano anche qualcosa di autentico. La maggioranza ha torto, secondo Galbraith, perché è destinataria di messaggi fuorvianti, semplificatori quando non mistificatori, che la inducono a scelte sbagliate. Tra i bersagli più ricorrenti nel suo mirino c’era l’economia di mercato dura e pura, alimentata da una mentalità convenzionale a sua volta plasmata da spinte alla produzione e al consumo tutt’altro che disinteressate.
Sarebbe bello poter dire che si era sbagliato ma, purtroppo, ci aveva visto lungo.
L’esplosione del credito al consumo ben oltre la capacità di reddito, o l’indebitamento delle famiglie per beni e servizi superflui sono indici di scelte economiche sbagliate. Le forze politiche di maggioranza, un po’ in tutto il mondo e con rare eccezioni, spingono gli investimenti in armamenti a scapito dei servizi essenziali alle persone o, in Italia, consentono che le grandi banche chiudano sportelli, dimentichino la piccola clientela oppure non valorizzino i propri dipendenti e, allo stesso tempo, distribuiscano utili miliardari ai grandi azionisti.
La maggioranza, direttamente o indirettamente, in tutti questi casi, ha avuto e ha torto. Quello, però, che si può eccepire su quanto affermato da Galbraith riguarda il “sempre”. I “sempre”, i “mai”, gli “assolutamente”, vanno utilizzati con cautela, soprattutto quando l’effetto del loro uso è quello di togliere la speranza e di deresponsabilizzare.
In molti casi, in economia, la maggioranza ha avuto torto, ma non necessariamente dovrà essere sempre così. I comportamenti antieconomici diffusi e le scelte politiche senza serio fondamento sono all’ordine del giorno, ma non è detto che non si possa fare qualcosa per limitare entrambi.
L’economia, soprattutto nella nostra cultura, è spesso vista come distante, complicata e noiosa. La conseguenza è stata una diffusa inconsapevolezza economia e finanziaria, che a sua volta provoca vulnerabilità e proprio quegli errori che si dovrebbero superare. La generalità delle persone, anche con livelli di istruzione elevati o con un’ottima cultura personale, ma che non hanno studi economici alle spalle, molto spesso non conoscono la differenza tra imposte e tasse, tra carte di credito e carte di debito o tra interessi semplici e composti. Eppure, si tratta di distinzioni semplici (se spiegate) e che riguardano meccanismi che interessano la vita quotidiana.
Gli studi economici, anche nel nostro attuale sistema scolastico, sono relegati negli ambiti specialistici; così facendo, però, non vengono offerti a tutti i cittadini essenziali strumenti di comprensione di quello che capita e di orientamento delle proprie scelte.
In questo, anche gli “addetti ai lavori” hanno le loro responsabilità, molto più di quella maggioranza che sbaglia semplicemente perché nessuno si è preoccupato di fornire gli strumenti necessari per scelte consapevoli. Un certo modo di parlare di economia pare volutamente rivolto ai soli “iniziati”, anche nella noia che alcuni commentatori paiono quasi orgogliosamente suscitare in chi desidera informarsi.
Nelle pagine introduttive della sua Storia dell’economia, proprio Galbraith ha scritto: “… gran parte della passata letteratura sulla storia delle teorie economiche è stata noiosa in modo, per così dire, aggressivo. C’è infatti un numero considerevole di persone di cultura convinte che qualsiasi sforzo riuscito di rendere le idee vive, intellegibili e interessanti sia una manifestazione di scarso rigore personale”.
In non poche circostanze è stato proprio così, ma ci sono tempo e spazio per correggere il tiro e, in questo modo, dare a tutti gli strumenti per scegliere e vivere meglio.