cronaca
Maltrattamenti sul posto di lavoro, la donna tentò il suicidio
29 maggio 2026
Cuneo
Umiliata, svilita, una specie di tappabuchi a cui venivano continuamente cambiati gli orari di lavoro e le mansioni, finendo anche a svolgere compiti per i quali non era né formata né titolata. Dopo aver subìto per mesi, la donna aveva tentato un gesto anticonservativo e poi aveva deciso di denunciare la dirigente del centro commerciale in cui aveva lavorato per molti anni. Le successive indagini portarono all’incriminazione di I. G., direttrice del centro commerciale a cavallo tra il 2020 e il 2021, per maltrattamenti sul posto di lavoro.
In aula il pubblico ministero Alessia Rosati ha portato le testimonianze di molti colleghi della donna, dipendenti che avevano definito l’impiegata una persona molto capace e intraprendente: “Molto spesso faceva più e meglio dei suoi capi”, aveva dichiarato un collega che a seguito del pesante clima di pressioni da parte della dirigenza si era dimesso. Non fu l’unico a decidere di lasciare il posto di lavoro nell’arco di tempo in cui l’imputata ricoprì il ruolo di direttrice; alcuni capi reparto se ne andarono e con loro anche altri 15-20 dipendenti si dimisero.
Oltre al continuo cambiamento di mansioni e all’obbligo di dividere le quattro ore di part time tra mattina e pomeriggio obbligandola a tornare due volte nella stessa giornata, la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso fu l’imposizione di lavorare nel negozio di ottica prima e nella parafarmacia poi, senza un’adeguata formazione, e di tenere aperto il banco dei farmaci anche in assenza della farmacista e servire lei stessa i clienti che chiedevano medicinali. Di fronte al rifiuto della donna di servire una cliente che chiedeva un farmaco, l’impiegata sarebbe stata aspramente ripresa dalla direttrice in presenza della cliente. “Fu quell’episodio a scatenare quel gesto, me lo raccontò lei stessa quando mi chiamò dall’ospedale”, aveva riferito in aula la rappresentante sindacale. Un disagio confermato dalla farmacista che aveva più volte sottolineato che quella cosa non si poteva fare e che lei non poteva vendere farmaci: “Anche dal punto di vista legale si potevano creare problemi. Anche sugli integratori e i cosmetici l’ho dovuta istruire io perché lei non aveva alcuna formazione specifica. Per questo ci sono i farmacisti nelle parafarmacie, nessun altro dipendente era mai stato messo al corner salute prima. Ma c’era molta pressione su di noi, si pretendeva un certo incasso”. La farmacista si è anche soffermata sullo stato di prostrazione della collega a causa di quel trattamento: “Era una persona corretta ed ero dispiaciuta per lei che vedevo sofferente e depressa perché si sentiva perseguitata, umiliata. Venne anche ripresa perché non svolgeva correttamente il proprio lavoro, ma del resto lei non era né ottico né farmacista e quei richiami non erano ortodossi. Del resto una volta richiamò anche me perché dopo 8-10 ore di lavoro ero seduta al banco mentre facevo un ordine al telefono. Per lei non dovevamo mai stare seduti e neanche parlare tra noi”.
Di impeto abbastanza aggressivo ha parlato una collega che aveva assistito personalmente alla discussione in merito alla vendita del farmaco: “Lei si era rifiutata di venderlo e le aveva detto di rivolgersi al box informazioni dove venne chiamata la direttrice. Cliente e direttrice tornarono insieme e la direttrice disse alla mia collega che era autorizzata a venderlo, che l’aveva già autorizzata altre volte. Il tono era abbastanza aggressivo e alla fine il farmaco fu venduto”. L’udienza proseguirà il 29 giugno con altri testimoni dell’accusa.