(foto Pixabay, Ai-generated)
“Il corpo accusa il colpo” è un ritornello potente, che è stata usato per descrivere il trauma: fa pensare che il corpo porti le cicatrici di ciò che la mente non riesce a digerire. È uscito recentemente un articolo di neuroscienziati americani e inglesi che hanno modificato questa ipotesi: in realtà non è il corpo che immagazzina il trauma, ma il cervello che lo replica continuamente. E in che modo? Attraverso previsioni irrealistiche, troppo condizionate dall’esperienza di pericolo e quindi rigide e pregiudiziali.
Quello che resta dopo un trauma non è un’emozione bloccata in un tessuto corporeo, ma una perdita di flessibilità mentale: la fluidità (tecnicamente definita metastabilità) si abbassa. In pratica, il cervello fa fatica a passare con scioltezza da uno stato mentale ad un altro e da un vissuto a quello successivo. Come succede a chi è stato vittima di un furto che si chiude in casa perché in ogni ombra vede un ladro oppure chi ha avuto un incidente stradale e teme ogni autista che intercetta in strada per cui schiaccia continuamente il freno. Il trauma condiziona il funzionamento del cervello perché enfatizza eccessivamente le previsioni di pericolo. Un paziente che seguo da alcuni mesi, che da giovane ha perso il fratello e poi la madre è sempre in stato di allerta, come se ogni telefonata preannunciasse una morte tragica. Un evento devastante, certo ma che è successo due volte, diventa in questo caso il paradigma di ogni giorno e trasforma una probabilità in una certezza. E questo offusca la comprensione realistica del momento presente perché la mente resta bloccata in quello schema. Il risultato? Continuo senso di panico e allerta, attenzione ossessiva ai segnali di malessere fisico, evitamento di ogni cosa che genera incertezza o paura. Sono gli indicatori di un sistema che si auto-conferma: prevede il pericolo, lo trova, e quindi si convince di aver avuto ragione.
Un cervello sano, invece, funziona in modo flessibile. Le reti di cellule cerebrali si collegano e scollegano continuamente a seconda del contesto, valutando continuamente interpretazioni diverse della realtà e scegliendo momento quella più adeguata. Questa flessibilità è ciò che ci permette di adattarci ad un mondo in continua evoluzione. Ogni nostra giornata richiede adattamento a centinaia di contingenze diverse.
Il trauma erode proprio questa flessibilità, bloccando il cervello in schemi rigidi e ripetitivi segnati da paura e allerta difensiva. Alla luce di queste ultime scoperte, fatte grazie alle neuroscienze computazionali, guarire non significa “liberare” un’emozione sepolta, ma ridare al cervello la capacità di muoversi con agilità tra ipotesi, ricordi, desideri, volontà e strategie comportamentali.
In questa visione, il trauma incide alterando non tanto il metodo di archiviazione ma quello di previsione. Secondo le recenti scoperte, il cervello non si limita a ricevere gli stimoli esterni: li anticipa. Quando siamo traumatizzati, perdiamo la capacità di cogliere e decodificare correttamente i segnali corporei: il battito cardiaco accelerato, il nodo allo stomaco, le contrazioni addominali non vengono letti come rumore di fondo, ma come prova che c’è un pericolo interno o esterno in agguato. Si crea un circolo vizioso: il cervello prevede dolore, sente l’attivazione fisica e la usa come conferma che il dolore c’è ancora. Il corpo partecipa diventando un messaggero di sventura.
Lo stesso meccanismo, con un risvolto inverso, agisce nel caso della resilienza: il cervello, messo in un ambiente sicuro, pian piano disinnesca il senso di pericolo e recupera fluidità. L’esperienza clinica di tanti di lavoro con i traumi mi ha fatto toccare con mano l’importanza, come primo intervento da attuare con le vittime, di ripristinare le condizioni di sicurezza per sbloccare lo shock e lo stato di allerta.
Lo studio dei neuroscienziati ha dato indicazioni sulle strategie per recuperare la flessibilità dopo momenti irrigidimento: attività pratiche, sportive o creative che richiedono decentramento da sé e coinvolgono in un’attività sfidante ma significativa riducono temporaneamente l’autoreferenzialità e permettono un nuovo adattamento che ci insegna a interpretare l’incertezza come un invito a provare e rischiare e non come segnale di ritirata. Ogni esperienza di coinvolgimento profondo mostra al sistema nervoso che intensità emotiva e sicurezza possono coesistere.
Riemergere da un trauma non è cancellare ciò che è successo e neanche solo far scorrere le emozioni congelate nel corpo, ma é ridare leggerezza e fluidità alla mente e permetterle di creare e sciogliere nodi, a seconda delle necessità, tra le reti di cellule cerebrali.
editoriale
(foto Pixabay, Ai-generated)
“Il corpo accusa il colpo” è un ritornello potente, che è stata usato per descrivere il trauma: fa pensare che il corpo porti le cicatrici di ciò che la mente non riesce a digerire. È uscito recentemente un articolo di neuroscienziati americani e inglesi che hanno modificato questa ipotesi: in realtà non è il corpo che immagazzina il trauma, ma il cervello che lo replica continuamente. E in che modo? Attraverso previsioni irrealistiche, troppo condizionate dall’esperienza di pericolo e quindi rigide e pregiudiziali.
Quello che resta dopo un trauma non è un’emozione bloccata in un tessuto corporeo, ma una perdita di flessibilità mentale: la fluidità (tecnicamente definita metastabilità) si abbassa. In pratica, il cervello fa fatica a passare con scioltezza da uno stato mentale ad un altro e da un vissuto a quello successivo. Come succede a chi è stato vittima di un furto che si chiude in casa perché in ogni ombra vede un ladro oppure chi ha avuto un incidente stradale e teme ogni autista che intercetta in strada per cui schiaccia continuamente il freno. Il trauma condiziona il funzionamento del cervello perché enfatizza eccessivamente le previsioni di pericolo. Un paziente che seguo da alcuni mesi, che da giovane ha perso il fratello e poi la madre è sempre in stato di allerta, come se ogni telefonata preannunciasse una morte tragica. Un evento devastante, certo ma che è successo due volte, diventa in questo caso il paradigma di ogni giorno e trasforma una probabilità in una certezza. E questo offusca la comprensione realistica del momento presente perché la mente resta bloccata in quello schema. Il risultato? Continuo senso di panico e allerta, attenzione ossessiva ai segnali di malessere fisico, evitamento di ogni cosa che genera incertezza o paura. Sono gli indicatori di un sistema che si auto-conferma: prevede il pericolo, lo trova, e quindi si convince di aver avuto ragione.
Un cervello sano, invece, funziona in modo flessibile. Le reti di cellule cerebrali si collegano e scollegano continuamente a seconda del contesto, valutando continuamente interpretazioni diverse della realtà e scegliendo momento quella più adeguata. Questa flessibilità è ciò che ci permette di adattarci ad un mondo in continua evoluzione. Ogni nostra giornata richiede adattamento a centinaia di contingenze diverse.
Il trauma erode proprio questa flessibilità, bloccando il cervello in schemi rigidi e ripetitivi segnati da paura e allerta difensiva. Alla luce di queste ultime scoperte, fatte grazie alle neuroscienze computazionali, guarire non significa “liberare” un’emozione sepolta, ma ridare al cervello la capacità di muoversi con agilità tra ipotesi, ricordi, desideri, volontà e strategie comportamentali.
In questa visione, il trauma incide alterando non tanto il metodo di archiviazione ma quello di previsione. Secondo le recenti scoperte, il cervello non si limita a ricevere gli stimoli esterni: li anticipa. Quando siamo traumatizzati, perdiamo la capacità di cogliere e decodificare correttamente i segnali corporei: il battito cardiaco accelerato, il nodo allo stomaco, le contrazioni addominali non vengono letti come rumore di fondo, ma come prova che c’è un pericolo interno o esterno in agguato. Si crea un circolo vizioso: il cervello prevede dolore, sente l’attivazione fisica e la usa come conferma che il dolore c’è ancora. Il corpo partecipa diventando un messaggero di sventura.
Lo stesso meccanismo, con un risvolto inverso, agisce nel caso della resilienza: il cervello, messo in un ambiente sicuro, pian piano disinnesca il senso di pericolo e recupera fluidità. L’esperienza clinica di tanti di lavoro con i traumi mi ha fatto toccare con mano l’importanza, come primo intervento da attuare con le vittime, di ripristinare le condizioni di sicurezza per sbloccare lo shock e lo stato di allerta.
Lo studio dei neuroscienziati ha dato indicazioni sulle strategie per recuperare la flessibilità dopo momenti irrigidimento: attività pratiche, sportive o creative che richiedono decentramento da sé e coinvolgono in un’attività sfidante ma significativa riducono temporaneamente l’autoreferenzialità e permettono un nuovo adattamento che ci insegna a interpretare l’incertezza come un invito a provare e rischiare e non come segnale di ritirata. Ogni esperienza di coinvolgimento profondo mostra al sistema nervoso che intensità emotiva e sicurezza possono coesistere.
Riemergere da un trauma non è cancellare ciò che è successo e neanche solo far scorrere le emozioni congelate nel corpo, ma é ridare leggerezza e fluidità alla mente e permetterle di creare e sciogliere nodi, a seconda delle necessità, tra le reti di cellule cerebrali.
La risorsa primaria per superare il trauma è la fluidità del cervello
24 maggio 2026
Cuneo
(foto Pixabay, Ai-generated)
“Il corpo accusa il colpo” è un ritornello potente, che è stata usato per descrivere il trauma: fa pensare che il corpo porti le cicatrici di ciò che la mente non riesce a digerire. È uscito recentemente un articolo di neuroscienziati americani e inglesi che hanno modificato questa ipotesi: in realtà non è il corpo che immagazzina il trauma, ma il cervello che lo replica continuamente. E in che modo? Attraverso previsioni irrealistiche, troppo condizionate dall’esperienza di pericolo e quindi rigide e pregiudiziali.
Quello che resta dopo un trauma non è un’emozione bloccata in un tessuto corporeo, ma una perdita di flessibilità mentale: la fluidità (tecnicamente definita metastabilità) si abbassa. In pratica, il cervello fa fatica a passare con scioltezza da uno stato mentale ad un altro e da un vissuto a quello successivo. Come succede a chi è stato vittima di un furto che si chiude in casa perché in ogni ombra vede un ladro oppure chi ha avuto un incidente stradale e teme ogni autista che intercetta in strada per cui schiaccia continuamente il freno. Il trauma condiziona il funzionamento del cervello perché enfatizza eccessivamente le previsioni di pericolo. Un paziente che seguo da alcuni mesi, che da giovane ha perso il fratello e poi la madre è sempre in stato di allerta, come se ogni telefonata preannunciasse una morte tragica. Un evento devastante, certo ma che è successo due volte, diventa in questo caso il paradigma di ogni giorno e trasforma una probabilità in una certezza. E questo offusca la comprensione realistica del momento presente perché la mente resta bloccata in quello schema. Il risultato? Continuo senso di panico e allerta, attenzione ossessiva ai segnali di malessere fisico, evitamento di ogni cosa che genera incertezza o paura. Sono gli indicatori di un sistema che si auto-conferma: prevede il pericolo, lo trova, e quindi si convince di aver avuto ragione.
Un cervello sano, invece, funziona in modo flessibile. Le reti di cellule cerebrali si collegano e scollegano continuamente a seconda del contesto, valutando continuamente interpretazioni diverse della realtà e scegliendo momento quella più adeguata. Questa flessibilità è ciò che ci permette di adattarci ad un mondo in continua evoluzione. Ogni nostra giornata richiede adattamento a centinaia di contingenze diverse.
Il trauma erode proprio questa flessibilità, bloccando il cervello in schemi rigidi e ripetitivi segnati da paura e allerta difensiva. Alla luce di queste ultime scoperte, fatte grazie alle neuroscienze computazionali, guarire non significa “liberare” un’emozione sepolta, ma ridare al cervello la capacità di muoversi con agilità tra ipotesi, ricordi, desideri, volontà e strategie comportamentali.
In questa visione, il trauma incide alterando non tanto il metodo di archiviazione ma quello di previsione. Secondo le recenti scoperte, il cervello non si limita a ricevere gli stimoli esterni: li anticipa. Quando siamo traumatizzati, perdiamo la capacità di cogliere e decodificare correttamente i segnali corporei: il battito cardiaco accelerato, il nodo allo stomaco, le contrazioni addominali non vengono letti come rumore di fondo, ma come prova che c’è un pericolo interno o esterno in agguato. Si crea un circolo vizioso: il cervello prevede dolore, sente l’attivazione fisica e la usa come conferma che il dolore c’è ancora. Il corpo partecipa diventando un messaggero di sventura.
Lo stesso meccanismo, con un risvolto inverso, agisce nel caso della resilienza: il cervello, messo in un ambiente sicuro, pian piano disinnesca il senso di pericolo e recupera fluidità. L’esperienza clinica di tanti di lavoro con i traumi mi ha fatto toccare con mano l’importanza, come primo intervento da attuare con le vittime, di ripristinare le condizioni di sicurezza per sbloccare lo shock e lo stato di allerta.
Lo studio dei neuroscienziati ha dato indicazioni sulle strategie per recuperare la flessibilità dopo momenti irrigidimento: attività pratiche, sportive o creative che richiedono decentramento da sé e coinvolgono in un’attività sfidante ma significativa riducono temporaneamente l’autoreferenzialità e permettono un nuovo adattamento che ci insegna a interpretare l’incertezza come un invito a provare e rischiare e non come segnale di ritirata. Ogni esperienza di coinvolgimento profondo mostra al sistema nervoso che intensità emotiva e sicurezza possono coesistere.
Riemergere da un trauma non è cancellare ciò che è successo e neanche solo far scorrere le emozioni congelate nel corpo, ma é ridare leggerezza e fluidità alla mente e permetterle di creare e sciogliere nodi, a seconda delle necessità, tra le reti di cellule cerebrali.