Un mormorio crescente evoca la possibilità di elezioni anticipate, nella primavera 2027 invece che a settembre 2027. Due le giustificazioni principali: lo stallo apparente del governo dopo la pesante sconfitta al referendum e l’opportunità di riportare la data del voto a primavera come scadenza più “naturale”.
Ma la storia politica italiana insegna che spesso il richiamo al voto anticipato è solo uno spauracchio agitato per minacciare gli avversari o mettere in riga gli alleati.
Che la nave Italia navighi in acque agitate, senza una direzione chiara e una guida ferma, a causa anche del caos planetario generato da Trump, è un dato di fatto. Ma pesano anche le situazioni interne. Da un lato la maggioranza di governo mostra segni di sfilacciamento, con scontri quotidiani. Il risultato più evidente è il venir meno della coesione indispensabile per rilanciare l’azione dell’esecutivo con provvedimenti incisivi, per esempio per alleggerire la bolletta energetica. Dall’altro, c’è un’opposizione, Pd, 5Stelle, Avs e liste centriste, che formano sì un Campo largo, ma che restano piuttosto distanti l’una dall’altra, ancora senza un programma unitario.
In questo scenario, chi ha davvero convenienza ad anticipare il ricorso alle urne?
Dentro la maggioranza, il voto anticipato potrebbe andar bene al partito più forte, Fratelli d’Italia, che godendo di sondaggi in calo ma ancora favorevoli potrebbe capitalizzare il consenso, blindando una nuova legislatura e riducendo il potere di veto dei partner minori. Ma è un calcolo ad alto rischio: favorire l’anticipo del voto senza aver concretizzato le tante riforme promesse e dover giustificare un ulteriore aumento della pressione fiscale, esporrebbe anche Meloni al logoramento del consenso.
Per gli alleati minori, Lega e Forza Italia, il voto anticipato rappresenterebbe una minaccia esistenziale. Con sondaggi che li danno in calo, il rischio di una più consistente perdita è più che una possibilità. Meglio il “galleggiamento”: frenare l’azione del socio di maggioranza, piantare bandierine identitarie e far durare la legislatura il più a lungo possibile. Il costo politico di far cadere il governo, per tutti i soci della maggioranza, è superiore alla prospettiva di restare fermi o senza grosse iniziative pur di fronte ai gravi probemi montanti.
Per le opposizioni, lo scenario è quasi speculare. Sulla carta, il Pd avrebbe forse l’interesse ad andare al più presto alle urne per consolidare il suo ruolo di pilastro dell’alternativa. Ma nel Pd e nei partiti del Campo largo sono in molti ad essere coscienti che per vincere le elezioni non basta assommare i numeri di tutti, ci vuole anche un programma politico forte e, soprattutto, unitario che al momento non esiste.
Pd, 5Stelle, Avs e Italia Viva, si presentano unite solo contro i provvedimenti del governo, o su specifiche battaglie parlamentari e politiche (come il referendum). Ma quando si tratta di costruire un programma di governo, l’intesa non c’è: le distanze su politica estera, transizione energetica e sviluppo economico sono profonde. Per i partiti minori che potrebbero entrare nella coalizione come Italia Viva e (forse) Azione, con le attuali regole e la polarizzazione bipolare rischierebbero l’irrilevanza. Solo una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, con soglie di sbarramento molto contenute e premi di maggioranza ridotti ai minimi, potrebbe dare speranza. Ma la legge elettorale, di prossima discussione, sarà una battaglia campale tra le diverse posizioni di cui non si può prevedere l’esito.
La maggioranza regge anche se il governo annaspa, perché i partner minori temono le urne; le opposizioni non spingono sull’acceleratore della crisi perché non hanno un programma condiviso. E fino a quando daranno l’impressione di stare insieme solo per una somma aritmetica e non per un progetto di futuro, la maggioranza attuale, pur paralizzata dai veti incrociati, andrà avanti imperterrita: l’assenza di un’alternativa pronta a subentrare li costringe a durare. E nessuno ha convenienza ad anticipare le urne.
editoriale
Un mormorio crescente evoca la possibilità di elezioni anticipate, nella primavera 2027 invece che a settembre 2027. Due le giustificazioni principali: lo stallo apparente del governo dopo la pesante sconfitta al referendum e l’opportunità di riportare la data del voto a primavera come scadenza più “naturale”.
Ma la storia politica italiana insegna che spesso il richiamo al voto anticipato è solo uno spauracchio agitato per minacciare gli avversari o mettere in riga gli alleati.
Che la nave Italia navighi in acque agitate, senza una direzione chiara e una guida ferma, a causa anche del caos planetario generato da Trump, è un dato di fatto. Ma pesano anche le situazioni interne. Da un lato la maggioranza di governo mostra segni di sfilacciamento, con scontri quotidiani. Il risultato più evidente è il venir meno della coesione indispensabile per rilanciare l’azione dell’esecutivo con provvedimenti incisivi, per esempio per alleggerire la bolletta energetica. Dall’altro, c’è un’opposizione, Pd, 5Stelle, Avs e liste centriste, che formano sì un Campo largo, ma che restano piuttosto distanti l’una dall’altra, ancora senza un programma unitario.
In questo scenario, chi ha davvero convenienza ad anticipare il ricorso alle urne?
Dentro la maggioranza, il voto anticipato potrebbe andar bene al partito più forte, Fratelli d’Italia, che godendo di sondaggi in calo ma ancora favorevoli potrebbe capitalizzare il consenso, blindando una nuova legislatura e riducendo il potere di veto dei partner minori. Ma è un calcolo ad alto rischio: favorire l’anticipo del voto senza aver concretizzato le tante riforme promesse e dover giustificare un ulteriore aumento della pressione fiscale, esporrebbe anche Meloni al logoramento del consenso.
Per gli alleati minori, Lega e Forza Italia, il voto anticipato rappresenterebbe una minaccia esistenziale. Con sondaggi che li danno in calo, il rischio di una più consistente perdita è più che una possibilità. Meglio il “galleggiamento”: frenare l’azione del socio di maggioranza, piantare bandierine identitarie e far durare la legislatura il più a lungo possibile. Il costo politico di far cadere il governo, per tutti i soci della maggioranza, è superiore alla prospettiva di restare fermi o senza grosse iniziative pur di fronte ai gravi probemi montanti.
Per le opposizioni, lo scenario è quasi speculare. Sulla carta, il Pd avrebbe forse l’interesse ad andare al più presto alle urne per consolidare il suo ruolo di pilastro dell’alternativa. Ma nel Pd e nei partiti del Campo largo sono in molti ad essere coscienti che per vincere le elezioni non basta assommare i numeri di tutti, ci vuole anche un programma politico forte e, soprattutto, unitario che al momento non esiste.
Pd, 5Stelle, Avs e Italia Viva, si presentano unite solo contro i provvedimenti del governo, o su specifiche battaglie parlamentari e politiche (come il referendum). Ma quando si tratta di costruire un programma di governo, l’intesa non c’è: le distanze su politica estera, transizione energetica e sviluppo economico sono profonde. Per i partiti minori che potrebbero entrare nella coalizione come Italia Viva e (forse) Azione, con le attuali regole e la polarizzazione bipolare rischierebbero l’irrilevanza. Solo una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, con soglie di sbarramento molto contenute e premi di maggioranza ridotti ai minimi, potrebbe dare speranza. Ma la legge elettorale, di prossima discussione, sarà una battaglia campale tra le diverse posizioni di cui non si può prevedere l’esito.
La maggioranza regge anche se il governo annaspa, perché i partner minori temono le urne; le opposizioni non spingono sull’acceleratore della crisi perché non hanno un programma condiviso. E fino a quando daranno l’impressione di stare insieme solo per una somma aritmetica e non per un progetto di futuro, la maggioranza attuale, pur paralizzata dai veti incrociati, andrà avanti imperterrita: l’assenza di un’alternativa pronta a subentrare li costringe a durare. E nessuno ha convenienza ad anticipare le urne.
Elezioni anticipate? Non le vuole nessuno
24 maggio 2026
Cuneo
Un mormorio crescente evoca la possibilità di elezioni anticipate, nella primavera 2027 invece che a settembre 2027. Due le giustificazioni principali: lo stallo apparente del governo dopo la pesante sconfitta al referendum e l’opportunità di riportare la data del voto a primavera come scadenza più “naturale”.
Ma la storia politica italiana insegna che spesso il richiamo al voto anticipato è solo uno spauracchio agitato per minacciare gli avversari o mettere in riga gli alleati.
Che la nave Italia navighi in acque agitate, senza una direzione chiara e una guida ferma, a causa anche del caos planetario generato da Trump, è un dato di fatto. Ma pesano anche le situazioni interne. Da un lato la maggioranza di governo mostra segni di sfilacciamento, con scontri quotidiani. Il risultato più evidente è il venir meno della coesione indispensabile per rilanciare l’azione dell’esecutivo con provvedimenti incisivi, per esempio per alleggerire la bolletta energetica. Dall’altro, c’è un’opposizione, Pd, 5Stelle, Avs e liste centriste, che formano sì un Campo largo, ma che restano piuttosto distanti l’una dall’altra, ancora senza un programma unitario.
In questo scenario, chi ha davvero convenienza ad anticipare il ricorso alle urne?
Dentro la maggioranza, il voto anticipato potrebbe andar bene al partito più forte, Fratelli d’Italia, che godendo di sondaggi in calo ma ancora favorevoli potrebbe capitalizzare il consenso, blindando una nuova legislatura e riducendo il potere di veto dei partner minori. Ma è un calcolo ad alto rischio: favorire l’anticipo del voto senza aver concretizzato le tante riforme promesse e dover giustificare un ulteriore aumento della pressione fiscale, esporrebbe anche Meloni al logoramento del consenso.
Per gli alleati minori, Lega e Forza Italia, il voto anticipato rappresenterebbe una minaccia esistenziale. Con sondaggi che li danno in calo, il rischio di una più consistente perdita è più che una possibilità. Meglio il “galleggiamento”: frenare l’azione del socio di maggioranza, piantare bandierine identitarie e far durare la legislatura il più a lungo possibile. Il costo politico di far cadere il governo, per tutti i soci della maggioranza, è superiore alla prospettiva di restare fermi o senza grosse iniziative pur di fronte ai gravi probemi montanti.
Per le opposizioni, lo scenario è quasi speculare. Sulla carta, il Pd avrebbe forse l’interesse ad andare al più presto alle urne per consolidare il suo ruolo di pilastro dell’alternativa. Ma nel Pd e nei partiti del Campo largo sono in molti ad essere coscienti che per vincere le elezioni non basta assommare i numeri di tutti, ci vuole anche un programma politico forte e, soprattutto, unitario che al momento non esiste.
Pd, 5Stelle, Avs e Italia Viva, si presentano unite solo contro i provvedimenti del governo, o su specifiche battaglie parlamentari e politiche (come il referendum). Ma quando si tratta di costruire un programma di governo, l’intesa non c’è: le distanze su politica estera, transizione energetica e sviluppo economico sono profonde. Per i partiti minori che potrebbero entrare nella coalizione come Italia Viva e (forse) Azione, con le attuali regole e la polarizzazione bipolare rischierebbero l’irrilevanza. Solo una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, con soglie di sbarramento molto contenute e premi di maggioranza ridotti ai minimi, potrebbe dare speranza. Ma la legge elettorale, di prossima discussione, sarà una battaglia campale tra le diverse posizioni di cui non si può prevedere l’esito.
La maggioranza regge anche se il governo annaspa, perché i partner minori temono le urne; le opposizioni non spingono sull’acceleratore della crisi perché non hanno un programma condiviso. E fino a quando daranno l’impressione di stare insieme solo per una somma aritmetica e non per un progetto di futuro, la maggioranza attuale, pur paralizzata dai veti incrociati, andrà avanti imperterrita: l’assenza di un’alternativa pronta a subentrare li costringe a durare. E nessuno ha convenienza ad anticipare le urne.