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Maria Olivero, la cooperazione internazionale come contrasto alla povertà in tutte le sue forme

10 maggio 2026

Cuneo

Maria Olivero in Ruanda 2 Maria Olivero in Ruanda 2 Maria Olivero, originaria di Peveragno, da anni lavora in giro per il mondo a supporto di comunità che affrontano problemi quali la povertà, l’insicurezza alimentare, la mancanza di istruzione e la crisi ambientale. Come è nato il suo interesse per la cooperazione internazionale? La cooperazione internazionale per me è sempre stata una passione, prima ancora che un lavoro. In Italia ero già coinvolta in attività simili a livello locale nell’associazionismo. Poi, ho studiato relazioni internazionali e diritti umani e così ho capito che questo interesse poteva trasformarsi nella mia professione. Credo che avere la fortuna di fare della propria passione un lavoro cambi completamente il rapporto con quello che fai ogni giorno: non è solo una questione di soddisfazione personale, ma di energia, di motivazione e di senso. Quando credi davvero in quello che fai, lo fai meglio. E considerando che passiamo la maggior parte della nostra vita lavorando, poter dire che il mio lavoro mi appartiene davvero è qualcosa di prezioso che non do mai per scontato.  Cosa si intende per cooperazione internazionale? I progetti di cooperazione internazionale sono programmi volti a “migliorare” la vita delle persone e delle comunità, affrontando e cercando di contrastare la povertà, la mancanza di cibo, di istruzione o le conseguenze legate al cambiamento climatico. Ad ogni progetto lavorano in rete donatori (che possono essere governi, agenzie governative, Ministeri, fondazioni private, Unione Europea, agenzie delle Nazioni Unite o singoli cittadini), che mettono a disposizione i fondi, e le organizzazioni internazionali, Ong (organizzazioni non governative) e le associazioni che, sulla base delle necessità, progettano le attività sul campo insieme alla comunità locale che beneficia e al tempo stesso partecipa attivamente alle iniziative previste in accordo con i donatori. I progetti di cooperazione possono avere molteplici forme, ad esempio, un progetto può significare costruire sistemi di irrigazione per combattere la siccità, formare agricoltori su tecniche sostenibili, rafforzare cooperative di donne per creare piccole imprese, e così via. I progetti di cooperazione internazionale, quindi non propongono soluzioni dall’esterno, ma operano insieme alle comunità per arrivare a soluzioni e opportunità collettive, mettendo al centro le capacità già presenti nei territori. Dove ha svolto e dove sta svolgendo questi progetti?  Negli anni ho lavorato per diversi progetti di cooperazione internazionale in Thailandia, Romania, e Ruanda. Nel corso della mia esperienza mi sono principalmente occupata di sicurezza alimentare, ambiente, economia circolare, formazione e lavoro. In questo momento sto lavorando in Uganda per un’agenzia intergovernamentale che si occupa di sostenibilità, sicurezza alimentare e agricoltura sostenibile, supportando le comunità nella produzione di cibo in maniera rispettosa dell’ambiente e creando opportunità di lavoro nelle zone rurali. Cosa sono i progetti sostenibili? Con la parola “sostenibilità” si afferma un obiettivo, che è quello di rendere la persona protagonista della propria vita, fornendole strumenti e opportunità che le possano permettere di crescere e svilupparsi in modo indipendente nel tempo, superando il circolo dell’assistenzialismo. In questo modo, gli aiuti diventano leve per costruire il proprio futuro. Ad esempio in Ruanda, nell’ambito di un progetto educativo che aveva come obiettivo quello di fornire ai bambini della comunità un’educazione di qualità nonostante la loro situazione di vulnerabilità, è stato pensato che, al posto di limitarsi a pagare direttamente le tasse scolastiche (creando così una dipendenza dagli aiuti nel lungo periodo), fosse meglio sostenere in primis l’autonomia delle famiglie, aiutandole a creare le proprie fonti di reddito. In che modo siete riusciti a rendere le famiglie autonome? Ad esempio, proponiamo loro corsi per imparare a coltivare i funghi, che sono molto richiesti nel mercato locale, così che i genitori possano avere un’entrata e pagare gli studi ai propri figli. Oppure, prestiamo loro piccole somme necessarie per affittare campi e coltivare frutti locali così che, attraverso la vendita del loro raccolto, le famiglie possano avere un reddito con il quale coprire le spese. Oppure ancora doniamo loro animali come conigli, galline e maiali dai quali possono ottenere entrate regolari, oltre a far fronte a beni di prima necessità. Ogni famiglia coinvolta nel progetto, inoltre, è invitata a regalare parte della prole dei loro animali ad un’altra famiglia non ancora inclusa nel progetto, così da estendere i benefici all’intera comunità. A queste attività vengono affiancati percorsi di formazione e sostegno psico-sociale, per supportare le dinamiche relazionali all’interno dei nuclei familiari. E i bambini? Anche loro partecipano ad attività di educazione finanziaria: ad esempio, ciascuno riceve una gallina e il ricavato della vendita delle uova viene raccolto in un salvadanaio comune, gestito dalle educatrici del centro socio-educativo. Con quei soldi, i bambini comprano a turno materiale scolastico come quaderni, penne o zainetti. Come si svolge una sua giornata tipo? Una parte del tempo si svolge in ufficio, dove mi occupo di pianificazione operativa definendo sia il calendario delle attività annuali che la pianificazione di settimana in settimana. Per esempio, quando ero in Ruanda mi assicuravo sempre che le sessioni di formazione per le cooperative fossero organizzate nei tempi giusti, che i materiali necessari arrivassero nei luoghi e nei momenti previsti e che il team sul campo avesse tutto ciò di cui necessitava. C’è poi la parte di coordinamento con i partner: ogni progetto di cooperazione non lavora mai da solo, ma in rete con altre organizzazioni, istituzioni locali e autorità governative. Questo significa riunioni regolari con i partner per allineare gli interventi sul territorio ed evitare sovrapposizioni, ma anche costruire relazioni di fiducia con le autorità locali per assicurarsi che il progetto venga riconosciuto, supportato ed integrato nelle politiche locali. Senza questo lavoro di relazioni istituzionali, anche le attività più belle sul campo rischiano di rimanere isolate e di non produrre un impatto duraturo. Inoltre, una parte molto significativa del tempo è dedicata al monitoraggio e alla valutazione del progetto; infatti, bisogna raccogliere regolarmente alcuni dati, ad esempio quante famiglie hanno ricevuto il bestiame, quanti bambini sono iscritti a scuola e così via. Questi dati non servono solamente per la rendicontazione ai donatori, ma soprattutto per capire cosa sta funziona e cosa deve essere corretto. Infine, c’è la parte di rendicontazione ai donatori, che consiste nello scrivere report periodici che documentano i progressi del progetto attraverso dati, attività e storie dal campo. Questo lavoro richiede rigore e precisione, perché i donatori devono poter verificare che gli obiettivi previsti vengano raggiunti, ma è anche un’occasione preziosa per raccontare le trasformazioni reali nella vita delle persone, come la madre che ha aperto una piccola attività grazie al microcredito, il giovane della cooperativa che ha imparato un mestiere e ora insegna ad altri, il bambino che frequenta la scuola con regolarità ed è in grado di acquistare il proprio materiale scolastico. Lavora anche a contatto con la popolazione locale? Sì, certo. Sicuramente la parte del mio lavoro che sento più viva è quella sul campo: quando mi trovavo in Ruanda, ogni due settimane per qualche giorno seguivo direttamente le attività svolte dal mio team sul campo: ciò poteva significare visitare una cooperativa per vedere come procedeva la produzione di fornelli e bricchette e capire se avevano bisogno di ulteriore supporto tecnico o di nuovi sbocchi di mercato. Oppure partecipare ad una sessione di sensibilizzazione in un villaggio, dove gli educatori spiegavano alle donne come usare i fornelli a basso consumo e i colleghi agronomi spiegavano come raccogliere l’acqua piovana o come piantare alberi per proteggere i campi dall’erosione. O ancora, incontrare le famiglie beneficiarie per vedere con i miei occhi come stava andando la coltivazione dei funghi, se le galline e i conigli distribuiti stavano producendo reddito, se i bambini riuscivano a frequentare la scuola con maggiore regolarità. A volte partecipavo alle riunioni dei gruppi di risparmio e credito nei villaggi per osservare le dinamiche del gruppo e capire se il meccanismo stava funzionando davvero e cosa doveva essere ripreso o modificato. Quei momenti erano fondamentali non solo per monitorare l’avanzamento del progetto, ma anche per restare in contatto con la realtà concreta delle persone che il progetto cercava di sostenere. E lì, parlando con una madre che ti racconta come, grazie a un piccolo credito del gruppo di risparmio comunitario, sia riuscita ad affittare un campo, coltivare manghi da vendere al mercato e riparare il tetto della casa dove vive con i suoi figli, o vedendo un giovane della cooperativa che ti mostra con orgoglio il primo lotto di fornelli prodotti, che capisci davvero perché fai questo lavoro, e cosa va aggiustato per farlo ancora meglio. Credo che questa doppia dimensione (la visione strategica dall’ufficio e il contatto diretto con le comunità), sia il cuore del lavoro di cooperazione internazionale. L’una senza l’altra non è sufficiente. Maria Olivero in Uganda Attività di sensibilizzazione per la Giornata Verde in Uganda Maria Olivero in Ruanda Una sessione di sensibilizzazione della Campagna per il cambiamento comportamentale a Ruhango in Ruanda
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