paesi

Il profumo di mimosa e la storia di Esmeralda

10 maggio 2026

Cuneo

Entracque - Esmeralda Ci sono paesi che per conoscerli bisogna attraversarli piano. Non basta arrivare, parcheggiare, guardare due vetrine e dire “che bello”. I paesi di montagna non si consegnano subito. Bisogna camminarci dentro, sbagliare una strada, fermarsi davanti a una fontana, chiedere un’indicazione a qualcuno che magari ti guarda un attimo, ti pesa, poi sorride e ti dice: “Sì, vai avanti di lì, la trovi”. È così che i paesi iniziano a raccontarsi. Entracque, in valle Gesso, è uno di quei luoghi che sembrano avere più strati. C’è il paese chesi vede subito, quello delle case raccolte, delle montagne vicine, dell’aria che cambia appena si sale, delle vie che d’inverno sembrano più silenziose e d’estate si riempiono di passi, escursionisti, famiglie, gente che arriva per cercare fresco, natura, sentieri. C’è l’Entracque conosciuta per il Parco, per l’acqua, per la grande centrale idroelettrica Luigi Einaudi, una delle più importanti d’Italia, che ha segnato profondamente la storia recente della valle. E poi c’è l’Entracque più nascosta. Quella delle fontane, delle mulattiere, delle fotografie vecchie, delle case che sembrano trattenere il rumore dei passi di chi è passato prima. Il sito turistico del paese lo dice bene: il passato rivive negli edifici, nelle mulattiere, nelle fontane, nei documenti e nelle immagini, ma anche nelle montagne che da sempre custodiscono storie di uomini e donne che questa valle l’hanno abitata, difesa, lasciata e ritrovata. Perché la montagna è così. Ti fa credere di essere ferma, immobile, sempre uguale. Invece è piena di partenze. Da queste valli si è sempre partiti. Per necessità, più che per desiderio. Gli uomini andavano nei cantieri, nelle miniere, nelle campagne di Francia. Le donne restavano, reggevano case, figli, anziani, bestie, orti. Ma non sempre restavano. A volte partivano anche loro. Partivano in silenzio, senza che la storia ufficiale se ne accorgesse troppo. Ed è proprio camminando per Entracque, mentre ero salita per raccontare un’altra storia, che qualcuno mi ha regalato questa memoria: le donne che da qui andavano in Francia a raccogliere la mimosa. Non la mimosa dei mazzi regalati l’8 marzo. Non il fiore leggero che oggi associamo alla festa della donna. Per loro la mimosa era lavoro. Era stagione. Era fatica. Era qualche soldo da riportare a casa. Me le sono immaginate così: donne di montagna con le mani già abituate al freddo, alla legna, all’acqua, al bucato, alla terra. Donne che partivano verso la Francia, verso la Provenza, verso quella Costa Azzurra dove la mimosa cresceva e diventava economia, mercato, mazzi, profumo. Donne che attraversavano un confine non per turismo, ma per necessità. E tornavano magari con pochi soldi, qualche stoffa, un sapone buono, un racconto da riportare in paese. È una di quelle storie piccole solo in apparenza. Perché dentro c’è tutto: la fatica femminile, la montagna povera, il confine vicino e lontanissimo, il lavoro invisibile delle donne, quello che raramente finisce nei libri ma resta nella memoria orale, nei racconti, nelle frasi dette quasi per caso. Ed è quel racconto a farmi guardare con occhi diversi la storia che ero salita a cercare. Perché oggi, a Entracque, c’è una fioraia. Si chiama Esmeralda. Sembra quasi un cerchio che si chiude. O forse no. Forse è un cerchio che si apre di nuovo, ma in un altro modo. Volevo raccontare la sua bottega, i suoi fiori, capire cosa spinge una donna ad aprire un negozio di fiori in montagna, in un paese dove le stagioni contano, dove l’inverno è lungo, dove non puoi affidarti solo al passaggio casuale come in città. Poi Esmeralda ha iniziato a raccontare. E i fiori sono arrivati dopo. Prima è arrivata la ferita. “Mi piace dire che la mia storia nasce da uno sbaglio”, racconta. Lo dice con una lucidità che colpisce. Non con vittimismo. Non con rabbia. Con quella calma che hanno certe persone quando hanno attraversato l’inferno e, a un certo punto, hanno smesso di tremare davanti al fuoco. Esmeralda nasce in Albania. Nasce da una storia d’amore, ma non cresce dentro quell’amore. Nei primi anni della sua vita viene affidata a una zia. La madre, per le regole e le pressioni di un tempo e di un luogo in cui una donna sola pagava un prezzo altissimo, deve sposarsi con un altro uomo. Esmeralda cresce così, spostata da un affetto all’altro, senza poter chiamare davvero “mamma” e “papà” le persone da cui avrebbe voluto essere riconosciuta. Per i primi sette anni, racconta, si nutre dell’amore di chi la cresce, una zia. Poi rientra in una famiglia in cui non si sente figlia. Lo capisce presto, troppo presto. Lo sente nel modo in cui viene guardata, trattata, corretta, respinta. A nove anni arriva persino a chiedere se sia davvero figlia loro. Ci sono bambini che imparano presto a leggere le stanze. Capiscono chi possono disturbare, quando devono stare zitti, quale tono di voce evitare, quale sguardo precede uno schiaffo o una parola cattiva. Esmeralda è stata una di quelle bambine. Racconta di essere stata maltrattata, di essersi sentita il bersaglio, di essere cresciuta con addosso l’idea di non valere niente. E intanto la scuola le viene tolta. Le dicono che è troppo bella, troppo intelligente, troppo esposta al mondo. E allora la riportano dentro casa. Dentro un cortile e una vita sempre più stretta. Poi, a sedici anni, la decisione degli altri diventa destino. La danno in sposa. Lei non sa quasi nulla. I documenti sono già stati firmati. Qualcuno ha deciso per lei, prima ancora che lei potesse capire cosa stava succedendo. Un uomo arriva a prenderla. Lei lascia il suo paese, la sua casa, quel poco di mondo che conosceva, e arriva in Italia. Aveva sedici anni. Non era mai davvero uscita dal cortile di casa. Quello che segue è una storia di violenza. Di matrimonio imposto. Di corpo non rispettato. Di paura. Di anni in cui la vita non è vita, ma sopravvivenza. “Era come se la mia anima fosse uscita dal mio corpo.” Ci sono frasi che non hanno bisogno di essere spiegate. Per quindici anni Esmeralda resta dentro quella vita. Nascono due figlie. Lei chiede aiuto, ma non lo trova dove avrebbe sperato. Le viene detto di sopportare, di resistere, di non lamentarsi. Come succede troppo spesso alle donne, il dolore viene rimandato indietro a chi lo subisce. Non scappa subito, perché scappare non è mai semplice come sembra da fuori. Per scappare bisogna sapere dove andare. Bisogna avere qualcuno che ti creda. Bisogna avere documenti, soldi, forza, lucidità. Bisogna avere un pezzo di sé ancora vivo. E lei, per anni, era stata educata a pensare di non avere niente. Poi arriva l’incontro che cambia tutto: un’associazione, Mai+Sole, un percorso, una casa protetta, una psicologa, un’avvocata, persone che non le chiedono di sopportare ma la aiutano a salvarsi. A trent’anni Esmeralda va via. Con due bambine. Tre mesi in una casa segreta. Poi i progetti di semi-autonomia, Borgo San Dalmazzo, una vita da ricostruire da zero. “È stata una rinascita”, dice. “Anzi, forse è stata la mia prima vera nascita.” Perché nascere non è solo venire al mondo. A volte si nasce molto dopo. Quando si riesce a dire basta. Quando si chiude una porta. Quando si dorme per la prima volta senza paura. Quando si decide che il passato non avrà più il diritto di comandare il presente. Da lì inizia il lavoro più difficile: capire chi è. Non cosa vogliono gli altri. Ma chi è lei. Cosa le piace. Cosa sa fare. Cosa desidera. Cosa può diventare. Segue percorsi psicologici, lavora su se stessa con una disciplina quasi feroce. Vuole costruire nuove abitudini, nuove convinzioni, un modo diverso di stare al mondo. Vuole smettere di essere definita dalla paura. E a un certo punto capisce una cosa fondamentale: la paura dell’altro diminuisce quando aumenta la fiducia in sé. “Ho smesso di avere paura di lui quando ho iniziato ad avere fiducia in me”, racconta. È una frase enorme. Perché dentro c’è il centro di molte rinascite femminili. Non sempre si vince urlando. Non sempre si vince combattendo nello stesso modo di chi ti ha fatto male. A volte si vince diventando così solide da non essere più manipolabili. Così intere da non essere più controllabili. Così serene da fare paura a chi aveva bisogno della tua paura per sentirsi forte. Esmeralda dice che voleva solo che le figlie fossero libere di scegliere. Libere di vedere, capire, decidere. Libere. E anche questa è una forma altissima di amore: non trasformare il proprio dolore in una gabbia per gli altri. In quel percorso entra un libro. “Il linguaggio segreto dei fiori” Lo legge quando è ancora in rifugio. Le rimane dentro. Resta lì, come certe cose che sembrano dettagli e invece aspettano solo il momento giusto per diventare strada. Un giorno le chiedono di immaginare la donna che vuole diventare, il lavoro, il futuro, il modo in cui desidera essere utile agli altri. Lei vede una struttura, natura, un luogo in cui aiutare persone fragili a fortificarsi. Perché quello che ha capito su di sé vuole trasformarlo in strumento per chi sta attraversando il buio. Ma da dove partire? Una mattina guarda quel libro. Fiori. La risposta era lì da sempre. Da bambina amava la natura, raccoglieva fiori, sentiva quella bellezza come qualcosa di familiare. Solo che non l’aveva mai vista come una possibilità di lavoro. Inizia a formarsi. Cerca corsi. Va a Milano. Studia. Impara. Apre il suo primo negozio a Borgo San Dalmazzo. Non è semplice. Anche lì deve fare i conti con il giudizio. Una donna sola, bella, albanese, con una storia che molti non conoscono e quindi riempiono con quello che vogliono. Ma Esmeralda va avanti. Continua a formarsi, crescere, lavorare. Finché arriva un momento in cui sente che deve cambiare ancora. Entracque la conosceva già. Ci era arrivata anni prima grazie a una donna che aveva una casa in paese e che l’aveva invitata a salire per qualche giorno. Per lei e le sue figlie era stato uno dei primi luoghi della libertà. Passeggiate senza paura. Risate sincere. Una cioccolata calda. Un gelato. Il paese vissuto quasi come Alice nel Paese delle Meraviglie, racconta. Un posto in cui respirare sembrava diverso. Qualcuno le dice: “Perché non vieni qui?”. E lei viene. Il 7 dicembre apre il negozio a Entracque. In pieno periodo natalizio. Quasi una follia, forse. O forse no. Perché certe scelte non sono comode, sono necessarie. Da subito si sente accolta. Dal Comune, dai commercianti, dalle persone. Non dice che sia tutto facile. La montagna ha la sua stagionalità, i suoi vuoti, i suoi mesi complicati. Ma umanamente, dice, ha trovato tanto. “Se dovessi andare via domani, rifarei comunque questa scelta.” Perché Entracque le ha dato qualcosa che va oltre il lavoro. Le ha dato appartenenza. “Nel paese tu sei a casa anche quando sei in mezzo alla strada. Esci e saluti tutti. Ti conoscono. A volte sanno anche troppo, certo, ma fa parte della famiglia.” Questa è la montagna. Ti protegge e ti osserva. Ti accoglie e ti misura. Ti dà calore, ma ti chiede presenza. Non puoi essere invisibile. Ed Esmeralda, che per anni era stata cancellata, forse qui ha trovato anche questo: un luogo in cui essere vista. Nel suo negozio ci sono fiori recisi, fiori secchi, composizioni, allestimenti per matrimoni, battesimi, aziende, eventi. Ma ridurre tutto a “negozio di fiori” sarebbe poco. Per lei ogni mazzo è una relazione. Quando qualcuno entra e le chiede una composizione, lei domanda. Vuole sapere per chi è. Che persona è. Cosa deve dire quel fiore. Quale emozione deve portare. Non per curiosità, ma per empatia. “Voglio entrare in empatia con chi lo riceverà”, dice. “Chi riceve un mazzo deve sentire che qualcuno ha pensato davvero a lui.” Il fiore reciso, per lei, è energia viva. Cambia ogni giorno, come cambiano le emozioni. Lo guardi il lunedì e ti dice una cosa, lo guardi il martedì e te ne dice un’altra. Porta colore, presenza, movimento. Il fiore secco invece resta. Diventa ricordo, talismano, memoria. Una composizione fatta con intenzione continua a parlare anche dopo. Ti ricorda un momento, una persona, una scelta, una promessa. Forse per questo Esmeralda ama tanto lavorarlo. Perché sa cosa significa restare. Restare dopo il dolore. Restare dopo la paura. Restare dopo che la vita ti ha spezzata e tu hai dovuto rimetterti insieme pezzo per pezzo. E allora il collegamento con quelle donne di Entracque che andavano in Francia a raccogliere mimose non è solo poetico. È più profondo. Loro partivano per necessità e raccoglievano fiori che sarebbero finiti nelle mani di altri. Esmeralda è partita da una vita che non aveva scelto e oggi compone fiori per restituire agli altri un’emozione. Loro portavano a casa qualche soldo e forse un profumo straniero sui vestiti. Lei porta dentro il suo negozio il profumo di una libertà conquistata. La mimosa, prima di diventare simbolo, è stata lavoro di donne. I fiori di Esmeralda, prima di diventare bellezza, sono stati ferita. E forse è proprio questo che rende questa storia così potente. Perché non parla solo di una fioraia che apre in montagna. Parla di una donna che si è salvata. Di un paese che l’ha accolta. Di una valle dove le donne, da sempre, hanno saputo partire, resistere, tornare, ricominciare. Entracque oggi è anche questo: non solo natura, turismo, sentieri, centrale, Parco, montagne. È un paese che continua a vivere attraverso chi sceglie di starci. Attraverso chi apre una serranda in inverno. Attraverso chi investe dove sarebbe più facile rinunciare. Attraverso chi porta un mestiere antico dentro un tempo nuovo. E in una via di paese, tra il freddo della montagna e il profumo dei fiori, Esmeralda compone mazzi come si ricompongono certe vite: scegliendo con cura cosa tenere, cosa lasciare, cosa trasformare. Perché alcune donne non sbocciano per caso. Sbocciano dopo essere sopravvissute. Donne che partivano da Entracque per la Francia per raccogliere le mimose Foto storica di donne che partivano da Entracque per la Francia per raccogliere le mimose Entracque - veduta Entracque - veduta
Entracque Donne Fiori Rinascita

Leggi anche

L’ufficio postale è ancora chiuso a Boves

I lavori in corso non sono ancora terminati, si continua ad andare a Fontanelle o a Cuneo

All’Epifania torna il “Jour di Rei” a Sancto Lucio di Coumboscuro

All'Epifania torna il "Jour di Rei" a Sancto Lucio di Coumboscuro, l'evento torna alle origini propo...

L’Under 16 del Cuneo sfiora l’impresa

Tutti i risultati delle squadre giovanili cuneesi